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Shareting: per ogni bambino 300 foto sul web

Mag 4, 2023
shareting

La nostra società ci mostra una realtà sempre più lontana dai valori e dai sani principi. Il consumismo emozionale ci porta a vivere sempre più soli e questo alimenta l’individualismo di ogni persona.  Un’era in cui la cattiveria e la crudeltà trovano terreno fertile e a dircelo sono i tanti casi di cronaca.

Tanti minori utilizzano la rete in modo inconsapevole e si espongono a innumerevoli rischi, diventando vittime di violenza sessuale.

La pedopornografia è un dramma del nostro tempo e anche Papa Francesco è intervenuto in diverse occasioni, ma ancora gli adulti non hanno ben chiara la gravità del problema.

In queste ultime settimane i pediatri hanno lanciato un allarme sul fenomeno diffuso della condivisione sui social delle foto dei minori. Si chiama “Sharenting” e la Società italiana di pediatria ha calcolato come per ogni bambino tutti gli anni siano circa 300 le fotografie caricate in rete. “Le prime tre destinazioni sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%). I rischi in agguato sono molti e spesso gli stessi genitori ne sono inconsapevoli”.

Shareting: un fenomeno da tenere a bada

Ormai, i genitori sono abituati a condividere via social le foto dei propri figli e molto spesso aggiungono anche diversi dettagli e precisazioni.

A chiarire la diffusione dello Shareting ci ha pensato uno studio che sarà pubblicato sul Journal of Pediatrics, di cui primo autore è Pietro Ferrara, responsabile del Gruppo di studio per i diritti del bambino della Società pediatrica. Il report, che il portale tgcom24 rende noto, evidenzia che “l’81% dei bambini che vivono nei Paesi occidentali ha una presenza online prima di aver compiuto due anni, percentuale che negli Usa è pari al 92%, mentre in Europa si attesta al 73%. Entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini ha sue foto e informazioni pubblicate online. Inoltre, un crescente numero di bambini nasce digitalmente ancora prima della nascita naturale: si stima infatti che un quarto dei bambini abbia qualche tipo di presenza online prima di venire al mondo e negli Stati Uniti il 34% dei genitori pubblica abitualmente ecografie online, percentuale che in Italia si attesta al 15%”.

Ferrara ha dichiarato che “nella maggior parte dei casi, gli intenti dei genitori che condividono foto online dei figli sono innocui,  ma non va sottovalutato che questa pratica può associarsi a una serie di problematiche che principalmente ricadono sui bambini a partire dal rischio di furto di identità”.

La presidente della Società pediatri Annamaria Staiano ha sottolineato che “è importante supportare le mamme e i papà, bilanciando la naturale inclinazione a condividere con orgoglio i progressi dei figli con l’informazione sui rischi connessi alla pratica della condivisione”.

Bisogna stare molto attenti e informarsi sui rischi e sui pericoli che corrono i bambini. Proprio per questo motivo serve una buona formazione per i genitori e per i ragazzi. Purtroppo, oggi, i giovani decidono di mettere a disposizione il loro corpo e questo li espone a ricatti di gente senza scrupoli.

L’idea del corpo è completamente cambiata e viene continuamente esposto su quella vetrina, rappresentata dai social network, in cerca di approvazione. Ogni giorno, hanno bisogno di essere apprezzati dai propri follower e questo svela le loro insicurezze e le loro fragilità.

Il meccanismo delle challenge sui social network

I social hanno innescato un meccanismo perverso che è quello delle challenge (sfide pericolose e assurde) che sono diventate una vera propria arma di fidelizzazione e potenzialmente manipolazione, che, oltre alla pedopornografia, può sfociare in fenomeni di cyberbullismo, violenza e induzione al suicidio.

Mi riferisco, in modo particolare, alla “Shoe challenge” che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi, tutto rigorosamente a tempo di musica. Qui il rischio pedopornografia è altissimo con ragazzine che si svestono davanti alla telecamera senza problemi in nome della sfida.

Penso a nuove applicazioni come “Deep Nude” o “Bikinioff”.

Deep Nude è quella applicazione che consente, grazie alle tecnologie di Deep Fake, di spogliare completamente una donna in maniera virtuale. Un “bot” come questo è davvero pericolosissimo, poiché veicola immagini false che possono seriamente danneggiare le vittime ed in particolare le donne, visto che funziona solo con le immagini femminili.

Bikinioff è un’applicazione che permette di trasformare le foto delle bambine per “spogliarle” e poi inviarle tramite i canali di messaggistica istantanea. Riesce a generare nudi falsi quasi perfetti, partendo da immagini vere e permettendo all’utente di inserire le caratteristiche somatiche di suo gradimento.

Le applicazioni che espongono i minori ad innumerevoli rischi sono davvero tantissime e a queste si aggiunge un’altra violenza che vede protagonisti tanti malintenzionati, disposti a proporre ai bambini qualunque cosa per ottenere foto di nudo.

Ma non solo. Nell’era della vetrinizzazione il modo di presentarsi, l’essere grassi o magri, alti o bassi, il modo di vestire, di truccarsi, scatenano il linguaggio d’odio e forme di bullismo, cyber bullismo, discriminazione e generano il fenomeno del body shaming. Allora, i genitori, ormai quasi scomparsi dai radar, dovrebbero ritrovare il loro ruolo e prestare ascolto ai loro figli. Il mondo degli adulti appare distante, mentre le paure degli adolescenti crescono, avvolti dalla tecnologia, la utilizzano perché questa è l’epoca della società digitale, dei nativi digitali.

Siamo di fronte a nuovi modelli culturali e per vivere nella modernità è necessario che vengano utilizzati nuovi strumenti per educare e proteggere i bambini dai pericoli che minacciano continuamente la loro serenità e loro gioia di vivere.

Una frase contenuta nel racconto Piccolo Principe di Saint – Exupéry recita: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta” ed è proprio vero. I grandi dovrebbero essere capaci di comprendere i silenzi e le paure dei piccoli ed essere pronti ad abbracciarli nei momenti in cui non sanno spiegare quello che li fa soffrire. E noi stiamo facendo abbastanza per cogliere i loro sguardi? Chiediamocelo…

Francesco Pira
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