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Microimprese italiane: tra problemi e soluzioni possibili

Mag 22, 2023
microimprese

In un’epoca in cui il motto che impazza sui social, e non solo, è quello del “Se vuoi puoi” (concetto alquanto discutibile dal mio punto di vista) ritengo che sia doveroso soffermarsi su due modi di dire antichi ma che, per la sottoscritta, rappresentano la via da seguire e perseguire sempre: “Sbagliando si impara” e “Impara l’arte e mettila da parte”. Ho scelto di realizzare questa rubrica affinché si possa trarre ispirazione dalle innumerevoli realtà imprenditoriali di valore che ci sono nel nostro Bel Paese; storie di impresa che ci offrono spunti da applicare al quotidiano. Narrazioni che informano circa i valori, la mission e la vision aziendale di chi cerca di dare ogni giorno il proprio contributo al territorio in cui vive. In queste pagine non vengono raccontate le gesta di eroi moderni, bensì di persone che hanno scelto la libera professione e l’impresa come espressione di sé; persone che sbagliano, si alzano, “correggono il tiro” e si rimettono in cammino. Brand vivi, in evoluzione, che fanno notizia per la loro essenza ed autenticità.

Ho scelto di partire con la storia di Valeria Pindilli e di Pocket Manager per due ragioni: la prima poiché è la dimostrazione che, per quanto si impari “sui banchi di scuola”, la palestra di vita migliore è l’esperienza; la seconda perché il suo esempio ci insegna quanto il motore del business sia la vision e non il fatturato. Valeria Pindilli ha trent’anni, vive a Milano e, dopo essersi laureata in Economia e Management con il massimo dei voti in Bocconi, ha ideato Pocket Manager, oggi il primo franchising in Italia ad occuparsi di microimpresa.

«Pocket Manager ha origine da un fallimento: quello, da parte mia, di non riuscire a trovare un impiego da dipendente nonostante la Laurea in Bocconi e gli studi specifici in management – rivela – A chiunque mandassi un curriculum mi veniva infatti restituito il medesimo feedback: troppo qualificata. Una risposta apparentemente incredibile, ma reale: nessuno voleva darmi una possibilità, nemmeno in stage. Da un colloquio fortuito con un barista che mi disse che i miei studi erano preziosi perché tanti microimprenditori in Italia aprono e chiudono le loro attività senza saperne nemmeno il motivo e dopo aver ricevuto la stessa risposta anche da una cartolaia e un negoziante decisi di mettermi in proprio e di “aiutare” gli imprenditori». Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare, come si suol dire: «Dopo solo dodici mesi di attività avevo intenzione di chiudere tutto poiché le cose non andavano bene – afferma ancora l’imprenditrice – Poco prima di mollare, però, mi sono tornate in mente le parole di tutti quegli imprenditori che mi avevano detto “apriamo e chiudiamo e non sappiamo nemmeno perché”. Ecco, io il perché avevo aperto lo sapevo e volevo quantomeno sapere perché le cose non funzionavano prima di gettare completamente la spugna».

È il 2015 quando Valeria sceglie di investire i soldi del regalo di laurea della nonna per restare ancora un anno a Milano e provare a svoltare «Ho iniziato a lavorare part-time in un acceleratore di business che era, a sua volta, in fase di start up – dice – In questo modo ho avuto la possibilità di conoscere quel mondo, contemporaneamente, sia dall’interno (come co-fondatrice) che dall’esterno (come business developer). Il resto del tempo lo passavo a studiare e ad interrogare professionisti di ogni genere, cercando qualcuno che sapesse dirmi cosa non andava o darmi almeno qualche consiglio: purtroppo invano. Non perché non ci fossero professionisti validi tra quelli che ho interrogato, ma perché secondo i commercialisti era una questione di conti, secondo gli avvocati era una questione di contratti e secondo i marketer era una questione di comunicazione. Io, purtroppo, non avevo soldi da investire in tutte queste cose in quel momento, così nel dubbio decisi di continuare a studiare».

La small business strategy come ispirazione

Nel 2016, la svolta: «Su consiglio di una cara amica (Eva Berger, che poi diventò anche la prima co-founder di Pocket Manager), ho deciso di leggere un libro scritto da Michael Gerber, un coach americano che, lavorando per una vita con liberi professionisti e piccoli imprenditori, era arrivato ad essere un esperto riconosciuto a livello mondiale. Così ho scoperto la “small business strategy”, ovvero la strategia di business applicata alle micro-imprese: una materia che in America esiste da 50 anni ma che in Italia non era ancora arrivata. Grazie a quel primo libro e a tutti quelli che ho “conosciuto” in seguito sono riuscita in pochi mesi a ripensare completamente la mia attività e dare finalmente un volto e un nome al mio progetto: Pocket Manager».  E quando la vision diventa chiara, il Lavoro arriva di conseguenza: «Pocket ha preso fin da subito il volo, tanto che questo mi ha portata presto a una brusca rottura con i colleghi della startup a cui stavo collaborando – prosegue Valeria – Ho scelto di fare il contrario di ciò che in genere fanno gli startupper: ho deciso prima di creare un modello di business sicuro e sostenibile e poi di aprire le porte ad eventuali soci e finanziatori. Ho passato il primo anno a testare i miei nuovi servizi in una versione estremamente semplice. Volevo assicurarmi che il metodo che avevo imparato e sviluppato non fosse utile solo per me ma che funzionasse anche per gli altri. L’anno successivo, raccolti innumerevoli feedback positivi, ho perfezionato i pacchetti dei servizi, testato nuove strategie di marketing e iniziato a lavorare per rendere il modello di business scalabile nel tempo. Ad un certo punto mi sono resa conto che Pocket stava diventando un progetto sempre più bello: più persone erano coinvolte, tanti clienti ne traevano beneficio, ma tutto continuava a orbitare intorno a me. Ho dovuto fare una scelta: meglio tenere Pocket per me e farlo evolvere come la mia libera professione o condividerlo con altre persone? Non ci ho dovuto riflettere a lungo. Ho pensato che il lavoro che mi ero pian piano costruita era bello e avrebbe potuto piacere anche ad altri e che più Pocket Manager ci sono al mondo, più gente si può aiutare. Così, dopo qualche tentativo non molto riuscito e parecchie liste di pro e contro discusse più volte con le socie ho deciso di far diventare Pocket un franchising».

Un percorso strutturato che tanto sta facendo bene, in tutti i sensi, a franchisee e clienti: «Di problemi, professionisti e piccoli imprenditori ne hanno parecchi e tutti in ambiti disparati. Alcuni dipendono da condizioni esterne (pressione fiscale, burocrazia, informazione scorretta ecc.), tanti altri nascono e crescono in casa. Di fondo, secondo me, ciò che manca è una sana cultura del fare impresa in Italia – sottolinea Valeria – nessuno fornisce ai piccoli imprenditori le basi della gestione strategica d’impresa. Si insegna loro un mestiere (il dentista, l’architetto, il panettiere, l’artigiano ecc.) ma mai come fare ad esercitarlo con successo e in autonomia. Sta qui, secondo me, il vero problema: a questi professionisti non mancano le risorse e nemmeno le capacità. L’unica cosa che manca è la giusta informazione». 

Il contesto in cui ci muoviamo

Trovata la potenziale soluzione al problema occorre analizzare nel modo ottimale il contesto in cui ci muoviamo per comprendere se effettivamente il metodo sia applicabile e valido. In Italia le micro imprese rappresentano il tessuto economico imprenditoriale più “vasto”: su 4,4 milioni di imprese attive, le microimprese con meno di 10 addetti sono quelle numericamente più importanti e rappresentando il 95,13% del totale contro un 0,09% delle grandi imprese.

Le PMI italiane sono invece circa 211mila, vale a dire il restante 4,78% del tessuto imprenditoriale italiano e sono responsabili, da sole, del 41% dell’intero fatturato generato in Italia, del 33% dell’insieme degli occupati del settore privato e del 38% del valore aggiunto del Paese (Dati di Osservatori.net)

Le difficoltà maggiori incontrate dai microimprenditori? Apertura, gestione e consolidamento del business. «In dieci anni di attività io e i miei collaboratori abbiamo aiutato circa 400 partite Iva – conclude Pindilli – In ambito Pocket si può dire che anche noi siamo attualmente in fase di startup: siamo infatti cinque co-founder (oltre a me ci sono Miriam Bruera, Chiara Cognetti, Noemi Saviano e Grasiela Setra Dantas) con quattro franchisee pronti ad entrare in azione. I nostri servizi ruotano intorno a cinque grandi aree: planning, branding, marketing, franchising e fundraising gestiti in modalità di consulenza formativa. Il limite del progetto al momento è che siamo ancora pochi e poco conosciuti. In questi anni siamo riusciti a fare tanto per molteplici professionisti, ma con un tessuto micro-imprenditoriale così ampio è un po’ come buttare una goccia nell’oceano. Possiamo e dobbiamo arrivare a quanti più imprenditori e partite Iva possibili se vogliamo moltiplicare l’impatto positivo che possiamo avere nel mondo».


La rubrica è ideata e curata da Michela Trada, giornalista e vice direttrice di News48.it

Michela Trada
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