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Adaptive clothing: il diritto di piacersi

Mar 27, 2023
adaptive clothing

Partiamo da questo presupposto: un abito non è un involucro. Un abito è un potente mezzo inclusivo, in grado di assecondare il bisogno innato di piacersi, che è anche un diritto irrinunciabile di ogni singola persona.

Quello che indossiamo è molto più di un pezzo di stoffa. È la manifestazione di un sacrosanto desiderio e diritto. Per questo è nato l’adaptive clothing.

L’atto di vestirsi ha in sé implicazioni profonde e autodeterminanti per il singolo individuo, disabili compresi. Piacersi e non solo coprirsi. Sentirsi inclusi per sentirsi bene.

Psicologia della moda: inclusività e diversità

La dottoressa Paola Pizza, psicologa della moda, autrice del blog Piscologia della moda, con all’attivo diversi volumi sull’argomento, nonché coordinatrice didattica del master on line in Psicologia della moda e dell’immagine di ESR Italia, dà forza a queste riflessioni. Il suo contributo aiuta a comprendere un argomento così delicato, in cui il rischio di fare passi falsi è elevato.

«Inclusività e diversità sono nuovi valori che stanno influenzando il concetto di bellezza e cambiando la comunicazione legata alla moda. La vera sfida – sottolinea la Dottoressa Pizza – è passare dalle parole alla realtà dei fatti. Per far sì che la moda sia realmente inclusiva, non basta vedere in sfilata uno o due modelli portatori di una bellezza diversa. È necessario trovare capillarmente, nei negozi fisici e online, capi inclusivi adatti a tutti i corpi. E inclusive devono essere soprattutto le persone, a partire dai commessi. L’adaptive clothing si rivolge a persone che non sono definite dai loro difetti o dalle loro disabilità. È una moda che lavora sui sogni e sui desideri di ognuno di noi, perché tutti abbiamo diritto di sentirci felici con quello che indossiamo e di sentirci valorizzati da abiti, colori, accessori.

Non è facile rendere inclusiva la moda se ci si ferma al buonismo delle parole – prosegue la dottoressa Pizza – e non si lavora per rimuovere gli stereotipi e le paure che rendono difficili i comportamenti inclusivi. Chi produce, promuove e comunica nel settore, deve realmente essere aperto alla diversità. La formazione è molto importante, come lo è conoscere le dinamiche psicologiche dell’esclusione, per riuscire a evitarle e favorire un atteggiamento di apertura.  A rendere difficile l’inclusione, sul piano psicologico, è la proiezione delle proprie paure sugli altri, ma anche i modi sbagliati di elaborare le informazioni, come i bias cognitivi, le credenze, gli stereotipi, i pregiudizi. Per lavorare concretamente sull’inclusione è necessario conoscerne gli aspetti psicologici. Solo dopo aver rimosso gli ostacoli mentali si può imparare a comunicare in modo inclusivo».

Disabilità e mondo della moda: numeri e soluzioni

Gli ultimi dati diffusi dall’OMS e da Eurostat, parlano di 1,3 miliardi di disabili nel mondo. Ben 1 persona su 6 lo è. Il potere d’acquisto delle persone con disabilità è calcolato in 8 trilioni di dollari l’anno. Analizzando i dati da un punto di vista puramente imprenditoriale, l’adaptive clothing oltre ad essere un tema sociale di grande impatto, rappresenta una concreta opportunità di business.

Negli Stati Uniti Stephanie Thomas, disabile, si occupa di abbigliamento inclusivo da 30 anni. Lo fa attraverso il suo blog e la sua linea di moda Cur8able, studiata pensando alle varie problematiche e realizzata grazie al Disability Fashion Styling System ideato dalla stessa Thomas, attraverso il quale viene posta grande attenzione ai dettagli e alle reali necessità delle persone.

Del problema si sono occupate, anche se marginalmente con capsule collection o sfilate durante le fashion week, noti brand tra cui Tommy Hilfiger, Renato Balestra, UGG, per citarne alcuni. C’è poco di inclusivo però nel produrre pezzi rari e costosi. Non basta, è evidente.

Il settore si è aperto alle diversità, questo è innegabile. Lo dimostrano la presenza in passerella di modelle e modelli affetti da disabilità. A riflettori spenti però, la situazione è ancora lontana da quello che la dottoressa Pizza ha spiegato essere di fondamentale importanza. Dobbiamo riuscire a passare dal buonismo delle parole alla realtà dei fatti. Superare la rarità ed esclusività dell’evento, trasformando l’adaptive clothing in qualcosa di abituale e capillare, usufruibile da tutti nella quotidianità.

In Italia, secondo una stima ISTAT, sono circa 3 milioni e 100 mila i disabili, ma i numeri sono in costante aumento. Si calcola che nel 2040 il 10,7% della popolazione italiana avrà una qualche disabilità. Un passo importante verso l’inclusività è stato compiuto nel 2019, anno in cui la Camera Nazionale della Moda Italiana ha approvato “Il Manifesto della Disabilità e dell’Inclusione”, che si basa su 10 principi. Tra questi risuonano con forza l’invito, rivolto alla moda, ad ascoltare le diversità da chi le vive e la positività della collaborazione per arricchire il settore. E ancora, l’importanza del recupero della dimensione etica dell’estetica e quanto l’inclusione sia capace di creare opportunità di business, attrarre nuovi talenti e favorire una relazione di maggiore fiducia con i clienti.


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Moda inclusiva in Italia: le storie di Lydda Wear e Iulia Barton

In Italia esistono realtà consolidate e operative già da tempo nel settore dell’adaptive clothing. Realtà che hanno scelto il loro core business prima dell’approvazione del Manifesto della Disabilità e dell’Inclusione del 2019. Tra queste Lydda Wear, attiva nella produzione e vendita di abbigliamento inclusivo da 20 anni. Il titolare, Pier Giorgio Silvestrin, ci aiuta a capire meglio cosa significa produrre per le persone disabili e quali sono le reali potenzialità del mercato.

«Ad oggi abbiamo 15mila clienti abituali – spiega Silvestrin – che acquistano in azienda o sul sito eCommerce. Per approcciarsi alla disabilità servono pazienza e un ascolto attivo. L’aspetto pratico più difficile da gestire è la realizzazione del modello, che deve essere adatto alla singola persona. E soprattutto occorre farlo in breve tempo e a costi contenuti, affinché un capo di abbigliamento sia realmente accessibile e inclusivo».

Le percentuali di crescita di Lydda Wear negli ultimi 5 anni sono state penalizzate dalla pandemia. Il 2022 ha però fatto registrare una netta e costante ripresa, con un incremento del fatturato del 10%.

«La strada – conclude Silvestrin – è ancora in salita. Non è facile accettare la disabilità, né per chi la vive né per gli altri, che vi vedono riflessi le proprie paure e gli stereotipi radicati culturalmente».

Un’altra realtà inclusiva tutta italiana è Iulia Barton. Nato nel 2016, dopo una lunga esperienza nel campo della moda, Iulia Barton è il primo brand, in Italia e all’estero, ad aver creato una linea di abbigliamento con vestibilità universale.

«I capi – spiega la CEO e Founder Giulia Bartoccionipossono essere indossati senza distinzione di genere. La collezione è pensata per persone normodotate, in carrozzina e con amputazioni. Ogni capo della collezione è basato sul principio dell’intercambiabilità e può accompagnare una persona nei diversi momenti della giornata, dal mattino alla sera. Parti di tessuto sono removibili, ad esempio i pantaloni cambiano lunghezza per facilitare chi ha le protesi. I colori che scegliamo sono prevalentemente neutri e facili da accostare».

Vestire adaptive e inclusive significa avere la possibilità di gestire autonomamente quel che si indossa, trasformandolo con gesti semplici e modificandone la vestibilità e la forma. «Iulia Barton si caratterizza per tre concetti chiave: inclusive, adaptive e sostenibile. Ad oggi – prosegue Bartoccioni – il brand ha una community attiva a livello internazionale di circa 30mila persone, con un target di riferimento che va dai 25 ai 45 anni. Oltre ogni aspettativa, il brand sta riscuotendo successo anche nella Generazione Z. In totale, il 62% è un pubblico femminile, un 43% maschile, mentre un 5% è genderless. Puntiamo a far crescere quest’ultima percentuale già al lancio della piattaforma eCommerce, prevista a breve. Il nostro brand ha come posizionamento la fascia media e i prezzi devono essere accessibili. Con l’inclusione, l’azienda insegue anche l’obiettivo della sostenibilità. Poniamo grande attenzione ai materiali, alle fibre riciclate, al ripristino della materia da altri settori.

Ai designer di moda – conclude Bartoccioni – è affidato un compito importante: dimostrare che è possibile ridisegnare una moda più giusta, correggendone sprechi, vizi e disparità. I disabili in Italia e nel mondo sono in costante aumento. In termini di mercato, questi numeri si traducono in un enorme potenziale non sfruttato dalle aziende. Per fare moda adaptive dobbiamo considerare l’esperienza diretta delle persone con disabilità, che devono essere coinvolte nelle fasi di progettazione e sviluppo».



Irene Tempestini
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