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È il momento di ritrovare quel pizzico di umanità in più

Feb 7, 2022
un pizzico di umanità

Quando è accaduto che ci mettessimo tutti su un piedistallo con il dito puntato sugli altri abitanti di questo pianeta? È stato un lento e inesorabile percorso. Negli ultimi due anni, però, si è spinto sull’acceleratore.

Siamo giudicanti. Lo siamo troppo. E questo, nonostante l’umanità abbia fatto grandi passi avanti nella direzione della tolleranza, dell’inclusione e dell’uguaglianza. C’è ancora un gran lavoro da fare, certo. Ma viviamo un periodo storico di grande cambiamento e apertura che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Marciamo verso una società inclusiva e questo ci piace.
Ci piacciono – e anche tanto pare – i discorsi su temi attuali che ci fanno riflettere su quanto sia importante, edificante e rispettoso avere cura per gli altri. È giusto accogliere chi non la pensa come noi, chi ha la sua storia, chi fa scelte differenti, chi vive vite che noi non vivremmo mai. Ci piacciono questi pensieri e ci piace l’effetto che hanno sulla nostra coscienza. Ci sentiamo migliori solo all’ascolto. Sappiamo che è giusto, riconosciamo i valori di quanto viene detto, incontriamo le nostre emozioni.

Può bastare per attivare un vero cambiamento? Credo di no.
Non appena passa il momento eccoci lì a mettere a confronto, a giudicare l’operato di qualcuno, a ritenere la nostra opinione come l’unica e assoluta verità. Accade quotidianamente sui media e sui social network che sembrano non curarsi delle persone. E dire che le persone siamo noi. E questi luoghi virtuali, noi, li abitiamo.

Fenomeno che viene amplificato quando veniamo travolti da un evento pubblico che attendiamo, almeno così sembra, per poterci sentire liberi di esprimere il nostro giudizio. Che no, non è un’opinione. Quest’ultima ammette pareri discordanti, è disposta ad accogliere sfumature e offre punti di vista. L’altro, il giudizio, emette una sentenza. “Non mi piace” è un’opinione. “È terribile” è una sentenza. E in questi giorni di sentenze ne abbiamo lette molte.

È stata la settimana del Festival Di Sanremo. Lo guardo come altri milioni di italiani: per la musica, per i ricordi che risveglia in me ma soprattutto per imparare sulla comunicazione e l’informazione. Capire a che punto siamo.


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Assunta è fondatrice del Constructive Network, direttore responsabile di News48 e autrice di Empatia Digitale, saggio sulla comunicazione. Dal 2012 studia e approfondisce il giornalismo costruttivo.

I suoi articoli propongono storie, riflessioni e commenti all’attualità. Sempre con un taglio di soluzione e costruttivo.


Le contraddizioni di questo tempo

È stata una settimana di pensieri irrequieti. Sono emersi aspetti che mi hanno portata a riflettere su di noi, su dove siamo ora. Accadono delle cose bizzarre, a pensarci bene. Contradditorie.
Ci conquista la vulnerabilità ma, al tempo stesso, non vogliamo offrire la nostra e quindi scegliamo il giudizio e la critica. Rendono più forti, dice qualcuno.
Ci affascinano le storie di vita profonde e ricche di lezioni, ma non siamo disposti a dare loro il valore che meritano: meglio restare superficiali, che a pensare in profondità c’è sempre tempo.
Ci prendono per mano e ci portano oltre le parole di chi ha la capacità di entrarci dentro e toccare le corde dei nostri valori. Ma è più divertente scadere nella superficialità che non si pone domande.
Ci commuove il discorso dell’unicità di ognuno di noi. Ma è irresistibile la voglia di affermare che qualcuno è andato meglio di altri.
Ci fa stare bene l’idea di poter aiutare una persona. Poi quando quel qualcuno appare con tutte le sue debolezze preferiamo schiacciarlo.

Pretendiamo un rispetto che non siamo disposti a donare.

E questa settimana sanremese ha stressato ulteriormente questa tendenza. Si è scelto, per lo più, di cercare quello che si poteva criticare, si sono costruite narrazioni polarizzanti senza nemmeno preoccuparsi di verificare, analizzare. È mancata l’onestà, da un lato, e la sensibilità, dall’altro. L’empatia, lei, è stata lasciata a casa perché dissonante con il flusso giudicante di questi giorni. La mia sensazione è che ci siamo abituati ad affossare gli altri per elevare noi stessi.
Eppure io ho visto persone su quel palco sanremese. Ho ascoltato storie. Ho visto gesti di amicizia, amore, condivisione, rispetto. Li abbiamo visti tutti, per la verità. Qualcuno li ha evitati, qualcun altro li ha solo sentiti. Altri hanno ascoltato. E poi c’è chi li ha giudicati perdendo l’opportunità di comprenderli. Si fa presto a dire che chi decide di donarsi al pubblico debba essere abituato alle critiche. Quasi fosse una colpa da espiare per una scelta professionale o personale fatta. Le parole possono fare male, molto male. E non tutti siamo capaci di accogliere il giudizio spinto senza venirne travolti emotivamente. Di questo dovremmo occuparci più spesso: dell’effetto domino delle nostre scelte comunicative.

Dentro di noi, un pizzico di umanità

Cosa ci può aiutare non lo so con certezza. Quello che sento, e non è una verità assoluta sia chiaro, si lega a una serie di parole che per me rappresentano dei valori: umanità, empatia, responsabilità e ascolto. La contemporaneità che viviamo ci propone una varietà straordinaria di storie e di esperienze: questo è il nostro mondo oggi.

Come starci dentro?

Tutto dipende dal quell’idea di normalità che ci siamo costruiti nella nostra mente. Un’idea del tutto personale e in nessun modo assoluta. Esserne consapevoli aiuta certamente a entrare in punta di piedi nella vita delle persone. Sì, perché quando lanciamo parole nel contenitore digitale – qualunque sia la piattaforma scelta – stiamo entrando nella vita di qualcuno. Così come altri entrano nella nostra. Uno, cento, mille o un milione: sempre di persone si tratta. Ed è forse questo il punto: proviamo a leggere ad alta voce i nostri contenuti prima di lasciarli liberi nella rete. Può essere una rivelazione interessante.

Proviamo, poi, a diventare credibili e autentici. Se quei bei discorsi su tolleranza, rispetto, inclusione li sentiamo davvero nostri, portiamoli nei gesti e nelle parole della nostra quotidianità.

Ogni volta con un pizzico di umanità in più.


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