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The Good Attitude: la piattaforma per favorire i cambiamenti costruttivi in azienda

Lug 1, 2024 , ,
content marketing

Comunicazione digitale spesso vuol dire rapidità di contenuti e sovrabbondanza di informazioni.
Tutto questo, però, molte volte si traduce in un eccesso di consumo.

The Good attitude

A capovolgere questa tendenza, ci sta pensando The Good Attitude, una piattaforma dedicata al marketing responsabile e alla sostenibilità aziendale che, attraverso servizi di temporary marketing management e analisi strategiche, aiuta le aziende nello sviluppo e nella gestione di risorse marketing e nella comunicazione.

Questa realtà lavora a una scuola delle buone pratiche per permettere di certificare professionisti e la categoria manageriale non solo sulle hard skills ma anche sulle soft skills.
L’azienda è uno spazio innovativo per i valori e la progettualità costruttiva che promuove e ha l’obiettivo di costruire un futuro sostenibile per il Content Marketing lavorando a una maggiore consapevolezza del consumo mediatico.

The Good Attitude favorisce i cambiamenti costruttivi delle aziende attraverso la strada dei valori, della collaborazione e della trasparenza. Elementi, questi, ben visibili in Micaela Raimondi, Temporary Marketing Manager e una delle fondatrici della piattaforma.
In passato direttrice marketing di iGenius e professionista del settore da molti anni sia in contesti internazionali che italiani. 

L’intervista a Micaela Raimondi, cofondatrice di The Good Attitude

Durante l’intervista, Micaela esprime al primo sguardo la propria identità e autenticità, principi che muovono il suo lavoro in azienda insieme alla ricerca costante della qualità, valore di cui ha fatto una pietra miliare tanto nella vita personale quanto in quella professionale.
Ci ha parlato della piattaforma, del come e del perché che muovono i professionisti di questa azienda:

“L’obiettivo di the Good Attitude è fornire dei servizi che seguano dei principi e dei concetti che sono quelli dell’innovazione, sostenibilità, agilità e collaborazione.
La piattaforma nasce nel 2021 da un’esigenza e consapevolezza profonda: le tre fondatrici della piattaforma, tra queste me, arrivano da una lunga esperienza aziendale.
Mi sono resa conto, dopo più di 20 anni come direttrice marketing in diversi ambiti, che la cattiva gestione aziendale è un elemento che causa spesso delle inefficienze molto di più di eventuali problemi derivanti da processi, sviluppo, prodotti.

Mettere in atto un’attitudine sbagliata all’interno di un’azienda, di un team e nelle relazioni con i colleghi, è un elemento che condiziona e determina la performance dell’azienda stessa.
Per tale ragione, abbiamo creato una piattaforma che provi a scardinare questo modo di fare azienda per trovarne uno più costruttivo, lavorando in due ambiti, quello del marketing, aiutando le aziende a fare marketing in maniera efficiente, utilizzando anche l’intelligenza artificiale e quello della sostenibilità, aiutando l’azienda a capire come incrementarla e comunicarla all’interno della realtà lavorativa.
La sostenibilità è un concetto ampio perché riguarda l’ambiente, l’aspetto sociale e i valori di cui l’azienda è portatrice.
Vediamo il marketing come un organismo centrale dell’azienda che ha relazioni con tutti i dipartimenti influenzando le varie attività”.        

Lavorare sul contenuto per e con la qualità       

La sostenibilità fa parte del DNA della piattaforma e indica come l’azienda si inserisce all’interno dell’ecosistema.
The Good Attitude lavora per creare contenuti di qualità che rispettano la sostenibilità:
“Ci occupiamo della qualità creando contenuti e storie e sviluppando una nostra teoria che si chiama ecologia del contenuto, concetto che deriva dalle basi teoriche della “Media ecology” di Marshall McLuhan.
La disciplina studia gli effetti dei media sulle società umane considerandoli come ecosistemi.
Da qui vorrei estendere il concetto alla produzione di contenuti digitali: dato che l’ecologia studia, ha come oggetto l’ecosistema, allora la Media Ecology dovrebbe analizzare l’interazione dei sistema media con l’ambiente, le persone e quant’altro.
Oggigiorno abbiamo ampliato questa logica anche al contenuto, sostenendo che il suo eccesso di produzione ha portato alla saturazione dei canali a discapito della qualità e della sostenibilità della produzione stessa”.

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Ci impegniamo ogni giorno per offrirti un’informazione di qualità: gratuita, indipendente e non profit. Il nostro obiettivo è poterti raccontare le storie di chi ha trovato soluzioni: partendo dai problemi ma focalizzando la nostra attenzione sulle risposte.


Un nuovo modo di fare marketing

Micaela Raimondi è quindi una delle pioniere del nuovo modo di fare marketing perché mira alla qualità creativa, all’essenziale e al rispetto dell’ambiente a 360 gradi, mettendo sul tavolo idee e in pratica azioni, volte a rendere lo spazio digitale sempre più verde e l’industria digitale sempre più sostenibile.

“L’ecologia del contenuto si basa sul principio che ogni pezzo di contenuto prodotto – sia esso un articolo, un video, un post sui social media o qualsiasi altra forma di espressione digitale – non esiste in isolamento, ma è parte di un sistema interconnesso che ha impatti economici, sociali e ambientali. Questa prospettiva ci invita a riflettere non solo sul valore immediato o sull’attrattiva del contenuto, ma anche sul costo della sua produzione, sulla sostenibilità delle pratiche lavorative coinvolte e sul suo impatto a lungo termine sull’ambiente digitale e fisico.

La produzione incessante di contenuti “usa e getta” si manifesta in una corsa alla quantità piuttosto che alla qualità, spesso alimentata dalla pressione di soddisfare gli algoritmi dei social media e di generare engagement a breve termine.

Questa dinamica porta a uno spreco di risorse – tempo, energia, creatività – e a una svalutazione del lavoro creativo, con conseguenze negative sia per i creatori che per il pubblico, inondato da un flusso ininterrotto di contenuti di dubbia utilità e significato.
Inoltre, la produzione e il consumo di contenuti digitali, sebbene apparentemente immateriali, hanno un impatto tangibile sull’ambiente e sulla società”.

L’inquinamento elettronico

E ancora, Micaela Raimondi ricorda che il primo effetto dell’ “abuso” di immissione di contenuti nell’ambiente è quello che si manifesta in diverse aree, dall’energia consumata dai data center e dalle infrastrutture di rete, fino all’inquinamento elettronico generato dai dispositivi utilizzati per accedere ai contenuti:
“I data center che ospitano l’infrastruttura necessaria per conservare, gestire e distribuire enormi quantità di contenuti digitali, sono tra i maggiori consumatori di energia elettrica.
Si stima che i data center globali consumino circa l’1-2% dell’energia elettrica mondiale.
Ciò comporta non solo un significativo impatto ambientale dovuto alle emissioni di gas serra, ma solleva anche interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine della crescente domanda di risorse informatiche.

L’iper utilizzo di tablet, computer, sistemi mobile per accedere a social network o a sistemi digitali, porta a un’obsolescenza di questi sistemi.
Ogni anno l’utente medio cambia un device elettronico e questo porta ad un inquinamento elettrico.
E poi, non dimentichiamo la sostenibilità dei siti web.
A proposito di quest’ultimi, misurando la carbon footprint, ovvero il dispendio di risorse che utilizza un sito web, si nota che molti siti sono costruiti in maniera inefficiente perché hanno una distribuzione del contenuto che non facilita la navigazione dell’utente.

Ciò fa spendere molto tempo per trovare le informazioni, il che vuol dire dispendio di energia.
Quello che noi sosteniamo è che la facilità di produzione e l’over sviluppo di contenuti – tutti siamo creatori degli stessi – crei un inferiore stadio della qualità e della sostenibilità della soluzione del contenuto stesso, sostenibilità che va ad impattare sull’ambiente, dal momento che la gestione di così tanto contenuto implica una gestione di risorse.

Inoltre, ci sono siti che sono costruiti utilizzando delle immagini, dei video pesanti che consumano energie, utilizzando sistemi di hosting, costruiti a livello di codice che generano una sporcizia dello stesso creando un consumo di energia. Dunque, in termini di sostenibilità, bisogna sempre verificare la carbon digital footprint, quindi il consumo di combustibile digitale di un sito web.                                                         

Purtroppo, molti siti non sono ecologici e questo ha delle conseguenze sull’impatto ambientale. Tuttavia, possiamo iniziare a costruire qualcosa di positivo ovvero un mondo digitale che stimoli la creatività e migliori la relazione con il pianeta”.

 Soluzioni per rendere i siti più ecologici

L’immagine è stata prodotta da Micaela Raimondi con l’utilizzo dell’applicazione di AI generativa Dall-E.

Durante l’intervista, Micaela Raimondi afferma che si può certamente lavorare per rendere i siti più sostenibili organizzandoli in modo che l’utente abbia un’esperienza più facilitata nel raggiungere il contenuto che desidera.
La mappa del sito (sitemap) è fondamentale per rendere un sito più sostenibile.
È anche necessario creare dei contenuti che non siano sovraccaricati di testo e che questo sia organizzato gerarchicamente per essere più indicizzato nei motori di ricerca.

“È importante promuovere lo sviluppo di siti web sostenibili, attraverso cui le persone possono raggiungere con più velocità la pagina web, nel caso in cui questa pesi pochi megabyte grazie ai contenuti testuali e multimediali leggeri – come il formato WebP per le immagini – e il risparmio energetico si ha anche grazie a server con basso consumo energetico.
Un sito green non ha, quindi, solo vantaggi ambientali, ma anche effetti positivi a livello di prestazioni e di user experience che si traducono anche in una migliore visibilità sui motori di ricerca.

Inoltre, è decisivo creare contenuti a lungo termine con un approccio sostenibile: i content creator possono implementare pratiche che durano e che possono anche alleviare il carico cognitivo dei consumatori.
È possibile raggiungere questo obiettivo mettendo in atto alcune strategie che permettono di progettare contenuti che resistono alla prova del tempo, offrendo valore aggiunto al destinatario molto oltre le prime 24 ore dopo la pubblicazione, concentrandosi su argomenti che richiedono una comprensione più profonda e che non può essere catturata in brevi scatti o post effimeri.
E poi, creare contenuti che mantengano la loro rilevanza indipendentemente dalle tendenze del momento, come guide pratiche, analisi approfondite o storie umane universali;
utilizzare formati che incoraggiano l’interazione prolungata, come webinar, corsi online, o progetti interattivi;
organizzare i contenuti in modo che siano facilmente archiviabili e ricercabili, permettendo agli utenti di ritornarvi quando necessario.
Infine, molte aziende hanno data center che utilizzano delle energie rinnovabili, pratiche green per quello che riguarda la loro struttura informatica, quindi si potrebbe ospitare il proprio sito in queste aziende, ai fini della sostenibilità”.

ll Manifesto per content creator e consumatori

Per lasciare un ulteriore segno in questo lavoro di rinnovamento del digitale al fine di renderlo uno spazio consapevole, Micaela Raimondi ha elaborato un Manifesto che funge da guida per i creatori e i consumatori, perché ricordiamoci: less is more.

Questo documento è caratterizzato da elementi chiari e precisi quali la sostenibilità digitale: promuovere l’uso di energie rinnovabili e pratiche a basso impatto ambientale nella produzione di contenuti digitali;
consumo consapevole di contenuti;
ecologia del contenuto;
cultura del contenuto: promuovere una cultura digitale che valuti la qualità e la sostanza, anziché la novità o la quantità, fornendo ai consumatori la possibilità di immergersi in contenuti più significativi e di valore;
accessibilità e inclusività: assicurare che i contenuti digitali siano accessibili a tutti, promuovendo l’inclusione e riducendo le disparità digitali;
trasparenza ed etica: mantenere elevati standard etici nella produzione e condivisione dei contenuti, compresa la trasparenza riguardo le fonti, gli intenti e gli eventuali conflitti di interesse.

La psicologia del consumo del contenuto

Un altro aspetto da considerare è quello della relazione che si crea tra aspetti psicologici e consumo del contenuto, quindi quali sono gli impatti dell’utente e dell’individuo in qualità di soggetto a questo sovraccarico informativo.
Sono molte le patologie che minano la salute mentale: disturbo dell’attenzione, stress, l’ansia di essere aggiornato sull’ultima tendenza e sul trend, alterazione del sonno.

La fondatrice di The Good Attitude fa un approfondimento sul tema indicando le patologie più comuni: l’Internet Addiction Disorder (IAD), la Fear of Missing Out (FOMO), la Nomofobia, il Phubbing e il Vamping.
L’Internet Addiction Disorder (IAD) è un disturbo caratterizzato da un uso eccessivo di Internet che interferisce con la vita quotidiana;
Fear of Missing Out (FOMO) è l’ansia che si può provare quando si ha la sensazione di essere esclusi da eventi sociali, esperienze o interazioni.
Ha come conseguenza il costante bisogno di controllare i social media;
Nomofobia è la paura di rimanere senza cellulare, può causare ansia e disagio quando una persona non ha accesso al proprio dispositivo mobile;
Phubbing è il termine che descrive l’atto di ignorare qualcuno in un ambiente sociale guardando il proprio telefono, invece di prestare attenzione alla persona;
Vamping è una parola usata per descrivere l’abitudine, diffusa soprattutto tra i giovani, di stare svegli fino a tarda notte usando dispositivi elettronici, spesso influenzando negativamente i normali ritmi del sonno.

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Abbiamo pensato a una newsletter mensile per darti la possibilità di leggere storie costruttive e conoscere questo mondo un po’ più da vicino. Patchwork esce ogni primo lunedì del mese ed è curata da Corrado Bellagamba e Lucia Palmioli, due giornalisti del Constructive Network.


Oltre alle patologie associate al consumo dei contenuti che sono naturalmente da monitorare, ci sono delle patologie legate all’effetto che tutto questo crea, come le fake news o le echo – chamber, camere dell’eco che in rete danno l’impressione che la propria idea del mondo sia l’unica valida.
Quindi il fatto che siamo portati a vedere notizie che sostengono le nostre teorie.
Non siamo più indotti a trovare notizie che vanno in contrasto, a sentire una pluralità di opinioni per cercare di avere una visione neutra e oggettiva della notizia.
Al contrario, ritroviamo contenuti che sono sempre più attinenti a ciò che noi siamo portati a guardare, quindi trovato un canale che sostiene una nostra teoria, un nostro pregiudizio ecc. si crea questa echo-chamber di contenuti simili che sostengono il nostro tema di riferimento”.

Lo sguardo ai giovani

La piattaforma e l’azienda insegna ai giovani di 18 e 20 anni le AI Marketing e quindi come l’intelligenza artificiale possa essere un supporto valido ma complementare alle competenze di marketing.
Inoltre, lavora per far loro comprendere come capire e riconoscere le fake news a proposito di un contenuto.
“Noi parliamo maggiormente a chi crea i contenuti anziché a chi li consuma e suggeriamo di utilizzare approfondimenti, temi evergreen di lunga durata, contenuti che siano indipendenti dal trend del momento oppure dei formati interattivi che permettano all’utente di interagire per un periodo più lungo. Comunichiamo l’importanza di incrementare la ricerca e la qualità.
Un contenuto che è stato pensato e sviluppato non può durare 24 ore!
Prendiamoci del tempo per sviluppare il suo ciclo di vita dando valore al lavoro.
La creatività può essere sviluppata in tanti modi ma bisogna dare valore al tempo e a ciò che si sta facendo.
I giovani sono molto ricettivi a questo tipo di insegnamento: amano fare team, essere stimolati e imparare;
rappresentano un terreno fertile su cui e con cui lavorare;
hanno bisogno di esempi e di role models. 
Al di fuori dei giovani, ci sono molte potenzialità, ma bisogna lavorare ancora molto sulla cultura manageriale per poi trasformare idee geniali in aziende di valore che abbiano un impatto sociale”.  

L’ascolto attivo, la comunicazione gentile e l’inclusione sono i tre pilastri valoriali del lavoro della piattaforma.
Aiutano lo svolgimento, la cura del lavoro e la relazione con l’altro.
“Prima di scegliere di lavorare con un cliente devo capire se questi sposa i valori dell’azienda.
Nel mio lavoro creo i team e cerco di renderli più efficienti.
Con la comunicazione e l’ascolto, le competenze all’interno del team si moltiplicano.
Le persone vanno ascoltate, comprese e accolte nelle loro caratteristiche.
È necessario lavorare con un gruppo che abbia delle competenze e diversità per creare empatia e complementarità.
Bisogna lavorare costantemente sulla comprensione empatica e trasmetterla anche ai livelli manageriali. Come parte del nostro manifesto di lavori ci attiviamo ad attività Pro Bono di coaching mentoring con i giovani tramite organizzazioni e direttamente.
È fondamentale fare divulgazione! 

A proposito dell’inclusività ci impegniamo anche a sviluppare percorsi formativi collaborando con persone più formate di noi sulle parole.
Abbiamo in attivo una formazione che è dedicata all’identità sessuale e un altro progetto dedicato alla gestione dello stress, elemento critico in termini di lavoro aziendale.
Sono molti i giovani che mollano l’azienda prima di essere confermati all’anno di prova, per non parlare dello stress creato dal lavoro o dai ruoli che la società impone.
In questi progetti siamo affiancati da consulenti coach e fitness coach.
Abbiamo sviluppato una masterclass sulla gestione dello stress abbinando sport e tecniche di counseling”.

Antonella Ferro
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