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Scuola e studenti nel Caos post pandemia: tra ansia, aggressività, impegno civico e inclusione

Nov 29, 2023 , ,
aggressività a scuola

A scuola aumentano noia e aggressività tra gli studenti.

Il 2 novembre 2023 sono stati pubblicati i risultati dell’indagine condotta da Nomisma per fotografare i comportamenti degli studenti nel nuovo contesto sociale post pandemico e, al contempo, per individuare le priorità e le preoccupazioni degli insegnanti.

È emerso che  tra gli studenti crescono ansia, indolenza, noia, comportamenti aggressivi e diminuiscono l’attenzione in classe e l’interazione con i compagni.

La scuola post pandemia

La società è cambiata radicalmente dopo la pandemia, mentre la scuola è rimasta uguale.

La digitalizzazione è esplosa, gli studenti hanno dovuto fare i conti con la dad e con i lockdown. L’unico modo possibile per continuare a frequentare gli amici sono state le piattaforme di gioco e i social network, che si sono trasformati nelle “piazze” dei giovani delle generazioni precedenti.

Dopo mesi trascorsi davanti ai dispositivi, in tuta o in pigiama, seduti alla propria scrivania a sbocconcellare biscotti e succhi di frutta durante le lezioni, mentre si inviano whatsapp agli amici in tempo reale, o sdraiati sul divano o nel proprio letto, come si fa a tornare tra i banchi di scuola ad ascoltare interminabili spiegazioni su temi lontanissimi dalla quotidianità dei nostri ragazzi, fermi immobili e attenti?

Come si fa a non distrarsi? Come si fa a non annoiarsi?

I dati emersi dall’indagine sui comportamenti degli studenti

Secondo la maggioranza dei docenti sono drammaticamente diminuite l’attenzione in classe (per il 78% degli intervistati) e l’interazione tra gli alunni (per il 29%).

Ma i dati più preoccupanti riguardano ansia e stress, rilevati in deciso aumento dall’81% dei docenti intervistati, situazioni che iniziano a manifestarsi tra gli studenti già a partire dalla scuola primaria.

Nel complesso, 3 insegnanti su 4 hanno inoltre notato un aumento sia dei comportamenti aggressivi, sia di indolenza e noia tra gli alunni. 

Va però sottolineato come 1 docente su 2 abbia notato tra i ragazzi un maggiore rispetto delle diversità e inclusione e, in 1 caso su 5, anche maggior impegno civico rispetto al passato. 

La generazione attuale di giovani è quindi caratterizzata da aggressività, indolenza, noia, ansia e stress che coesistono con il rispetto per le differenze e un’inclusività innata. Le nuove generazioni mostrano un notevole senso civico e dimostrano una consapevolezza sociale che va oltre le generazioni precedenti.

La loro propensione a rispettare le diversità e a promuovere l’inclusione indica una prospettiva che potrebbe contribuire a una società più tollerante e aperta nel futuro, il loro impegno civico potrebbe plasmare positivamente il tessuto sociale.

È evidente che qualcosa non torna: i prof lamentano aggressività, indolenza, noia e, al contempo, vedono nei giovani rispetto per le differenze, inclusività e rispetto civico. 

Che la noia, l’indolenza, l’aggressività – e soprattutto l’ansia e lo stress – degli studenti dipendano, oltre che dal contesto post-pandemico, dall’attuale scuola italiana?

Quali sono i principali problemi della scuola italiana?

Per cercare di entrare nel cuore del discorso, ho chiesto alla mia community online quali sono, secondo loro, i problemi principali della scuola in Italia oggi. 

Ecco alcune risposte:

“[…] I programmi scolastici sono troppi rigidi e standardizzati, senza una reale attenzione agli interessi dei ragazzi e ai loro bisogni. Manca un dialogo sincero con gli insegnanti, una relazione di fiducia tra loro e gli allievi che hanno davanti.

È latente anche la continuità tra scuola e famiglia e spesso sono i familiari a non avere fiducia nel gruppo docente. Occorre carpire la loro attenzione sapendo attrarli con argomenti e temi avvincenti.

Stimolare una collaborazione sincera in classe tra i bambini e i ragazzi, senza giudizi o etichette.

Moltissime scuole non sono per nulla all’avanguardia su queste tematiche di gestione della classe, pedagogia speciale, vera inclusione!” (Federica Siliprandi)

“Nella primaria (ma già nell’infanzia) si richiedono studio e risposte standardizzate a tutti invece di accogliere il contributo di ognuno. Insomma, si insegna tutto come fosse matematica. Ma geografia potrebbe essere viaggi ed epica superstorie e scienze avventure” (Veronica Contini)

Tutti seduti ad ascoltare un adulto quasi sempre seduto. Nessun adulto lo sopporterebbe” (Mafe De Baggis)

C’è troppa attenzione alla performance, già da molto presto, e poca attenzione alla persona e al suo benessere. Le eccezioni sono rarissime” (Lavinia Basso)

“Nella scuola primaria i bambini sono come spugne, serve creatività, gioco, innovazione… bisogna tuttavia consolidare ciò che viene appreso, quindi serve anche la parte ripetitiva e meccanica, i bambini interiorizzano con l’esercizio […]” (Maria Cristina Saglimbeni)

“Sono stata studentessa: nella scuola ho trovato noia, rigidità e chiusura mentale. C’era un muro fra noi e loro, gli insegnanti, e c’era un muro fra noi tutti, prigionieri dell’edificio e del sistema scuola, e la vita reale al di là della finestra. […] Non viviamo più famiglie numerose e clan di zie e nipoti, ma a scuola, che sarebbe un ottimo posto per mescolarsi e imparare a negoziare, litigare in modo sano, fare pace ecc. prevalgono forza e prevaricazione” (Maddalena De Bernardi)

“Io sono una docente “vecchio stampo” […]. Credo nella scuola, nella cultura, nella trasmissione del sapere. Nei miei programmi di fine anno inserisco orgogliosa di aver svolto lezioni frontali. Mi chiedo quanti genitori sappiano davvero come si svolge una lezione frontale al giorno d’oggi. Quanto all’educazione, credo fortemente spetti alle famiglie, così come l’ascolto rispetto ad alcune tematiche […]” (Filippa Saglimbeni)

“Ormai serve intrattenere lo studente per tenerlo attento e partecipe alla lezione. Uno studente annoiato dalla spiegazione diventa svogliato nello studiare. Credo che i prof debbano rendere le lezioni più originali e divertenti” (Laura Perna)

Ho omesso volontariamente tutti i commenti che trattavano di studenti DSA, ovvero degli studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento e tutte le risposte sulle pessime condizioni dell’edilizia scolastica italiana. Sono temi giganteschi, che non possono trovare lo spazio adeguato in questa sede. 

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Una lista (non esaustiva) dei problemi della scuola di oggi

Escludendo DSA ed edilizia scolastica, appare evidente che i problemi fondamentali della scuola italiana riguardano soprattutto:

  • la qualità degli apprendimenti;
  • i programmi di studio obsoleti e troppo teorici;
  • l’assoluta mancanza di dibattito sull’attualità;
  • le dotazioni tecnologiche inadeguate;
  • le inadeguate competenze tecnologiche dei prof;
  • la scarsa motivazione dei prof;
  • lo scarso coinvolgimento degli studenti;
  • lo stato di salute dell’inclusione scolastica;
  • la mancanza di empatia tra prof e studenti.

La scuola italiana è la più vecchia del mondo

Ad aprile 2023, Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori, diceva: “Se vogliamo una scuola moderna e più vicina all’Europa bisogna ringiovanire e avvicinare quella distanza che c’è, anche generazionale, tra gli studenti e gli insegnanti”.

“In Italia – ha spiegato il sindacalista – abbiamo la scuola più vecchia del mondo e più precaria del mondo soprattutto perché si mandano in pensione troppo tardi i lavoratori della scuola, ignorando burnout e patologie a cui sono sottoposti in alto numero, e perché c’è l’abuso dei contratti a termine.

Il risultato è che nel pubblico impiego la scuola ha i numeri più alti di precari, oltre 200.000. Cominciamo a dialogare con la Commissione Ue e a rispettare le direttive europee che valorizzano e tutelano gli insegnanti, a cominciare da quelli assunti e licenziati senza soluzione di continuità”.

Abbiamo sperato e creduto che i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza) e dei contributi economici stanziati dal Recovery Plan europeo potessero cambiare le cose, e invece.

La sfida era e resta quella di costruire un nuovo sistema di istruzione e di formazione che risponda ai bisogni reali che il progresso tecnologico ha generato.

Ci sono delle scuole e delle università virtuose in Italia, ma sono l’eccezione. 

La vita difficile degli insegnanti italiani

Se c’è una cosa che ho imparato dal giornalismo costruttivo, è che serve guardare quel che succede da ogni angolazione e punto di vista: la vita a scuola degli studenti italiani è difficilissima (insegnanti troppo vecchi, programmi troppo vecchi, edilizia scolastica pessima), ma lo è altrettanto quella degli insegnanti. 

Diventare insegnanti, in Italia, sembra una mission impossible. Ma che dico, solo “capire” il percorso da intraprendere per diventare insegnanti sembra impossibile. 

Non è questa la sede per approfondire l’argomento, ma questo libro potrebbe aiutarti a capirne di più.

Aggressività tra gli studenti: perché

Chiariamo subito un punto: gli episodi di cronaca molto spesso vengono amplificati dai media , e inducono a parlare di una vera e propria emergenza. 

L’attenzione dei media ai casi di aggressività a scuola da parte degli adolescenti agisce secondo una focalizzazione attentiva differenziale, per cui ciò che è al centro del focus attentivo (in questo caso i singoli fenomeni di aggressività) viene raccontato in modo dettagliato e in qualche modo amplificato, mentre la normale vita scolastica, costituita anche da comportamenti prosociali, rimane sfocata e non viene ulteriormente elaborata (Posner, Snyder & Davidson, 1980).

In una intervista, la pedagogista e psicologa Antonella Elena Rossi ha detto:

“Non possiamo liquidare il fenomeno dell’aggressività a scuola contro i coetanei e contro i docenti sottovalutando e non riconoscendo in tempo i campanelli d’allarme, a partire da piccoli segnali di comportamento e di linguaggio. 

Perché il disagio viene quasi sempre mascherato, a parte alcune situazioni nelle quali assume invece forme trasgressive estreme. 

Quasi a dire di una non sopportabilità del dolore esistenziale. Un dolore esistenziale che deriva da un’esperienza che i bambini fin da piccoli devono fare: l’esperienza del limite.

Non si può passare il messaggio che tutto è permesso e poi sperare che da adulti questi ragazzi si autodisciplinino, non si può comunicare ai bambini che sono al centro del mondo e poi catapultarli in un mondo che, giustamente, li mette alla prova.

La resilienza, la capacità di affrontare le difficoltà, si costruiscono fin da piccolissimi e se i bambini non interiorizzano queste abilità arriveranno all’adolescenza senza una struttura che li aiuti ad affrontare difficoltà e frustrazioni.

Per cui, cari genitori, finitela di scusarli, di accompagnarli, di sminuzzargli la vita. I bambini hanno bisogno di sapere che ce la faranno anche senza di voi a rialzarsi dalle cadute”.

Dalle parole di Rossi emerge quanto sia necessario tenere in considerazione il contesto familiare in cui i nostri ragazzi crescono. Non basta dire “A scuola aumenta l’aggressività tra gli studenti”

Nel 2023, di fronte a un atto aggressivo, la domanda non dovrebbe essere più: “perché quel bambino/ragazzo ha agito in quel modo violento?”.

Invece, dovremmo chiederci: “Perché quel bambino/ragazzo non ha fatto altro?” In altre parole, “Perché non è stato in grado di usare comportamenti prosociali? Quali processi educativi o esperienze personali hanno ridotto la naturale tendenza prosociale di quel bambino/ragazzo?”.

Tendiamo ad adottare le regole del contesto in cui siamo inseriti

In assenza di un’identificazione con un insieme di norme morali e sociali pienamente interiorizzate, l’individuo (anche adulto) tende ad adottare, spesso senza alcun senso critico, le norme del contesto relazionale in cui si trova inserito: è quanto ha dimostrato per esempio Philip Zimbardo nel famoso esperimento del 1971 presso l’Università di Stanford. 

Nell’esperimento, condotto con studenti universitari che assumevano il ruolo di carcerieri e di carcerati, si dimostrò come le guardie “finte” tendessero ad agire velocemente azioni di sopraffazione e di oppressione, facilitate da alcune regole comportamentali esistenti presso il finto carcere progettato da Zimbardo.

Nel caso di una scuola, si potrebbe trattare delle regole che esistono all’interno del gruppo dei bulli, che richiedono l’esclusione dei compagni avvertiti come deboli o diversi; in una comunità online, si potrebbe trattare delle norme informali che consentono di etichettare in termini negativi alcuni utenti, ecc. 

Una volta che queste azioni devianti vengono attuate dal soggetto e ripetute nel tempo, si verifica la loro “normalizzazione”: in una scuola o in un quartiere ad alto tasso di atti violenti, colpire o denigrare un compagno per il suo colore della pelle potrebbe essere avvertito in qualche modo normale, fisiologico e quindi in fondo accettabile o addirittura auspicabile.

In questo senso, allora, gli atti di bullismo compiuti a scuola non dovrebbero essere interpretati come il semplice risultato di problematiche individuali, ma come la manifestazione di sistemi di norme informali che legittimano o addirittura promuovono la violenza. 

Si tratta di aspetti che spesso vengono sottovalutati dai docenti, che da un lato considerano scontate le regole di condotta esistenti a scuola e dall’altro lato non favoriscono la formazione di regole informali prosociali all’interno dei gruppi-classe.

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L’aggressività nell’adolescenza

Come afferma la dottoressa Patricia Grimaldi, psicologa e psicoterapeuta, allo scritto della quale mi riferisco per la compilazione di questo paragrafo, è importante ricordare che l’aggressività fa parte delle componenti affettive dell’uomo e si manifesta in modo più o meno camuffato in tutte le attività, perché fa parte delle potenzialità umane.

L’aggressività fin dalla nascita fornisce l’energia, la forza per crescere, per stabilire i rapporti con le persone, per esplorare l’ambiente, per diventare grandi e indipendenti.

Quando un bambino è piccolo si tollera che urli, che sputi, che morda, che tiri calci e usi le mani per picchiare. Ma poi via via che cresce gli si richiede che la sua aggressività non abbia effetti dannosi verso le persone e le cose e che quindi modifichi le modalità di espressione della rabbia, della collera per mantenere rapporti di stima, d’affetto con le persone del suo ambiente.

Secondo Grimaldi, tra i 6 e i 10/11 anni si può avere una pacificazione degli impulsi aggressivi che si focalizzano negli interessi più intellettuali e di esplorazione dell’ambiente sociale. 

L’ingresso nella scuola favorisce questo allargamento di interessi, il bisogno di sentirsi stimati e accettati da insegnanti e compagni impone il controllo dell’aggressività e della sessualità.

Ma un bambino, che fino alla preadolescenza (11 anni) è stato equilibrato e ben adattato, può, quasi improvvisamente, alle soglie dell’adolescenza, manifestare comportamenti imprevedibili che preoccupano genitori ed educatori. 

Può apparire avido ed esigente, insaziabile anche nei confronti del cibo, trascurato nella pulizia e nell’abbigliamento, prepotente fino alla crudeltà nei confronti dei più deboli (bambini, anziani, animali), con attività masturbatorie più intense, atti distruttivi, piccoli furti compiuti per lo più in compagnia di altri. 

All’interno della famiglia appare egoista, litigioso o isolato, provocatorio. A scuola può avere un calo di interesse per gli argomenti di studio, fatica a concentrarsi e a sottomettersi alle regole scolastiche. 

Ma questi comportamenti sono, per il ragazzo stesso, fonte di conflitti. Una prevalenza di esperienze di dispiacere legate a insuccessi, rifiuti, fallimenti possono provocare la paura di non venire accettato, di non poter essere amato e stimato e questi sentimenti possono sfociare, nell’adolescenza, in proteste aggressive che segnalano la rabbia e la vergogna nel vedersi incapace di conquistare la stima e l’amore.

Nell’adolescenza tutto il processo di adattamento all’ambiente che in precedenza esisteva può sembrare essersi arrestato e a tratti essere regredito (ma regredito non significa scomparso). 

In misura più o meno rilevante questo fenomeno, con relativo cedimento della moralità infantile che sembrava ormai conquistata, sembra scomparire: è un fatto inevitabile, determinato dai processi evolutivi.

In adolescenza è difficile mantenere l’equilibrio

A questa età le richieste delle spinte biologiche e i relativi desideri legati alla sessualità e all’aggressività (come bisogno di conquista, di possesso, di affermazione) creano bisogni che cercano la strada per raggiungere un appagamento e la mente dell’adolescente non è ancora attrezzata per rispondere a queste accresciute esigenze interne e al contempo alle aumentate richieste ambientali. 

Perciò l’adolescente non riesce più a mantenere l’equilibrio precedentemente raggiunto. Ora non dipende più solo dai genitori e dagli insegnanti, sono diventati molto più importanti anche i segni di accettazione e di rifiuto da parte dei coetanei.

Che l’adolescente abbia anche bisogno di una guida sicura a cui appoggiarsi, di modelli di riferimento che sostituiscano in parte la funzione finora esercitata dai genitori, ce lo dimostrano certe loro scelte sociali. 

Aderiscono a gruppi, ad associazioni, a ideologie che impongono serie discipline, regole rigide, rispetto delle gerarchie. 

Anche nelle “bande” c’è un capo a cui obbedire e questo viene tacitamente accettato. Questa disarmonia, questi disadattamenti sono in qualche misura inevitabili.

Fra le turbe adolescenziali il comportamento aggressivo è quello che preoccupa di più perché provoca minacce alla socializzazione e alla stessa integrità fisica del ragazzo

Naturalmente non tutti gli adolescenti affrontano questa crisi di crescita con le stesse modalità e la maggioranza resta nei limiti della salute psichica e dell’adattamento sociale, pur con episodi che possono essere anche segni di chiara asocialità e di scompenso psichico. 

Ma agli educatori e ai genitori interessa sapere se questi disadattamenti adolescenziali sono prevedibili e in che maniera si può evitare che si sviluppino nelle forme più gravi e patologiche. 

Tuttavia, se vogliamo capire  il significato dei comportamenti aggressivi dell’adolescente (ma ciò vale per ogni comportamento), dobbiamo guardare a come l’aggressività si sia strutturata a partire dall’infanzia, perché è in quel periodo che si pongono le basi per lo sviluppo futuro. 

In seguito, sono sempre possibili altre esperienze diverse e positive, che affianchino quelle precedenti e riducano i loro effetti, se fonte di disadattamenti e sofferenze; ma nel nostro mondo interno nulla veramente si cancella, si può costruire sempre qualcosa di nuovo sopra e accanto alle vecchie strutture. 

Ecco come gli studenti usano l’aggressività

Il primo modo può essere una protesta con rabbia verso un mondo adulto che sente troppo esigente, che ha richieste a cui teme di non saper rispondere. 

Per evitare la vergogna dell’insuccesso, il dolore di sentirsi incapace, impotente e quindi di deprimersi, si salva con la ribellione

Diventa aggressivo, intollerante, critico. E questa ribellione, entro certi limiti, è normale. 

In certi casi si rivolge al gruppo o a ideologie che giustifichino la violenza come mezzo per affermarsi. 

Oppure può assumere comportamenti apertamente provocatori che gli permettono di esternalizzare sugli altri la rabbia che prova per la sua stessa incapacità, per la sua debolezza (sono gli altri incapaci, non lui).

E gli adulti, gli stessi genitori sono sentiti come degli aggressori. E così provocano le punizioni, tanto da sentirsi loro le vittime. Così si mantiene la battaglia contro le incomprensioni degli adulti. 

Ancora, i sentimenti di inadeguatezza possono dar luogo a regressioni. E così vediamo l’adolescente ritornare infantile, bisognoso, meno responsabile, passivo, rinunciatario. 

Queste regressioni sono in parte nella norma e vengono superate solo grazie al recupero di una carica aggressiva che restituisca la speranza di poter lottare per riuscire a riconquistare la sicurezza e il successo. In questo caso è l’aggressività che fornisce l’energia per lottare. 

Se questa speranza manca, se l’ambiente non lo aiuta a recuperare la stima di sé, allora si sentirà un fallito, un incapace e potrà anche deprimersi fino ad arrivare a mettere in atto tentativi di suicidio. 

Idee, pensieri, fantasie di suicidio, sono in una certa misura comuni a quasi tutti gli adolescenti. Ma non per questo tutti attualizzano tali fantasie. È solo un modo di dirsi quanto siano addolorati e tristi. 

Tuttavia, la cronaca ci dice che negli ultimi anni sono in aumento tentativi di suicidio in fasce d’età più basse. Fra i 14 e i 18 anni ogni anno circa 100 ragazzi tentano il suicidio, spesso riuscendoci.

L’aggressività è fortemente influenzata dall’ambiente e dal contesto e quando si esprime con particolare violenza è spesso reattiva ad una frustrazione, ad un dolore. 

È una risposta che esprime il desiderio di superare il dolore e di trovare un adattamento vitale. 

Ma che non sia distruttiva è garantito dall’integrazione che questa pulsione aggressiva ha con il desiderio di mantenere integra anche la relazione buona con gli altri. Questa esperienza di relazione positiva con gli altri deve però esserci prima stata. 

Ciò che è di fondamentale importanza per i genitori e gli educatori è cercare di comprendere il motivo del disagio e ricercarne la causa, prima d’intervenire con la punizione e il rimprovero

Spesso la violenza dell’adolescente è solo un mezzo provocatorio per chiedere aiuto.

Concludo con le parole della dottoressa Rossi, le quali ci riportano al cuore di uno dei problemi più gravi della scuola italiana di oggi.

“Non solo lo psicologo a scuola è indispensabile, ma serve un gruppo di educatori e pedagogisti che costruisca progetti di resilienza, di capacità di superamento del conflitto, del contenimento della rabbia. 

La scuola deve ripensare i propri percorsi: i ragazzi non sono i voti che prendono, ma sono le loro azioni e i loro comportamenti a essere valutati, e questo deve essere molto chiaro. 

I voti molto bassi condannano i ragazzi ad arrendersi, chiediamoci che senso ha dare un tre in una verifica: perché lo facciamo? Qual è il nostro obiettivo?

Se si perdono i ragazzi difficili la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati.

Lo diceva Don Milani e credo che questa sia la vera sfida, una scuola e una comunità che cominci a domandarsi quale futuro vogliamo per la nostra società. 

Smarrire i ragazzi vuol dire smarrire il futuro”.

La dispersione scolastica tra gli studenti

La dispersione scolastica in Italia è un fenomeno complesso che riguarda la mancata partecipazione o l’abbandono dell’istruzione da parte degli studenti.

Questo può includere diverse situazioni come l’abbandono totale, l’assenteismo o la presenza passiva in classe. I NEET, ovvero i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi, rappresentano circa il 19% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni secondo i dati Istat del 2022.

Questo problema coinvolge particolarmente le donne, i disabili, i migranti, gli studenti con situazioni familiari complesse e chi vive in zone svantaggiate.

È evidente che ogni studente che lascia la scuola rappresenta un fallimento educativo, sottolineando un problema nel sistema educativo.

C’è bisogno di una scuola più inclusiva, capace di adattarsi alle necessità di ogni individuo, considerando anche la sfera emotiva e i talenti personali. Le nuove generazioni richiedono un modello educativo che valorizzi le soft skills e gli aspetti umani e relazionali, riflettendo le esigenze attuali del mondo del lavoro. L’attuale contesto richiede un’approccio più personalizzato e meno standardizzato nell’istruzione.

I giovani che abbandonano le aule scolastiche non lo fanno per capriccio, ma perché qualcosa non va profondamente nel loro vissuto. Non stanno bene. È un richiamo simile a quello che spinge gli adulti a lasciare i loro posti di lavoro. Si tratta di un segnale che parla di mancanza di ascolto, scarsa condivisione e svalutazione delle singole esperienze.

Nel contesto educativo convenzionale, gli studenti sono spesso chiamati a conformarsi a modelli standardizzati che non tengono conto delle loro diversità.

Ma un altro approccio esiste: per esempio, c’è quello proposto da IEXS, l’International Experiential School, che si distingue per il suo cambio di paradigma. Questo approccio considera ogni studente come un individuo unico, riconoscendo e valorizzando i suoi talenti e le sue potenzialità distintive. Per saperne di più su questo approccio, rimando alla trattazione approfondita sulla IEXS.

Mariangela Campo
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