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Dal carcere: l’auto-etnografia come tesi di laurea per riflettere sulla sopravvivenza

Giu 28, 2021
auto-etnografia

Scrivere della propria vita con gli occhi di chi osserva l’ambiente sociale e le mentalità cui si appartiene o si è appartenuti. Narrare se stessi per comprendere il significato delle proprie azioni, ma anche per allenare la consapevolezza e vedere con più chiarezza le strategie di adattamento praticate. Un modo per estrarre dal “pozzo” della propria interiorità caratteristiche utili ad andare avanti anche nel presente, almeno “qui e ora”. Un percorso introspettivo sperimentato da due persone detenute nel carcere di Catanzaro, in Calabria. Si tratta di due uomini condannati all’ergastolo e ora prossimi alla laurea in sociologia con tesi a carattere auto-biografico per mettere a fuoco risorse psicologiche e creative servite per la propria sopravvivenza prima del carcere e nella condizione di detenuti.

Cos’è l’auto-etnografia

“L’approccio è quello dell’auto-etnografia”, sottolinea per News48.it Charlie Barnao, docente di sociologia della sopravvivenza all’Università “Magna Graecia” di Catanzaro e relatore che affianca i due studenti nel lavoro di tesi. “In pratica – spiega Barnao – con l’etnografia il ricercatore si avvicina all’oggetto di ricerca per studiare le “culture altre” e comprendere attraverso processi di immedesimazione il soggetto che agisce; mentre con l’auto-etnografia c’è di più che il ricercatore fa parte lui stesso della cultura che vuole studiare. L’auto-etnografia è una forma di auto-narrazione che posiziona il sé all’interno del contesto sociale; l’auto-etnografo è allo stesso tempo l’autore e il focus della storia, colui che racconta e che vive l’esperienza, l’osservatore e l’osservato” specifica il professore per la rivista Sociologia Italiana – AIS Journal of Sociology, numero 10, ottobre 2017.

Sempre per la rivista, il sociologo definisce il processo auto-etnografico come “un processo lungo, aperto, flessibile, spesso molto faticoso, di comprensione della realtà”. E non si escludono le cosiddette “epifanie”, possibili esperienze di questo cammino “che modificano radicalmente e modellano i significati che la gente attribuisce a sé ed ai propri progetti di vita”.

Recuperate qualità del passato

Nel caso di queste due tesi di laurea il risultato consiste intanto nell’individuazione di “qualità straordinarie di adattamento in situazioni estreme”. Sono emerse “competenze particolari filo conduttore per la vita di persone che la letteratura considera spesso allo sbando e prive di strategie (per esempio, persone che si prostituiscono, senzatetto eccetera, nda)”.
In entrambi i lavori, inoltre, l’auto-etnografia “è servita a non buttar via tutto il passato” e a evitare la “scissione” netta tra la vita prima del carcere e quella nel carcere. Sono stati quindi riconsiderati e rimessi in ballo tratti di personalità e punti di forza alla base della carriera criminale: “Alcune caratteristiche che hanno consentito a queste persone di eccellere nei gruppi criminali” prima della detenzione “sono le stesse che oggi permettono loro di sopravvivere in contesti diversi, con finalità diverse”. Un’azione di recupero possibile se il lavoro di ricerca – sostiene Barnao – è libero da giudizio morale: “Ho dovuto chiedere ai miei tesisti di seguire un approccio il più possibile non giudicante per potersi esprimere al meglio; ciò ha fatto sì che venissero fuori qualità del percorso criminale importanti anche oggi”.



Salvatore Curatolo e il ruolo dello studio

Uno dei due tesisti si chiama Salvatore Curatolo, sessantacinque anni, da quasi un trentennio in carcere, condannato per reati di mafia all’ergastolo ostativo, che vuol dire possibilità di richiedere la libertà condizionale solo attraverso la via della collaborazione con la giustizia. A proposito di questo suo lavoro da osservatore di se stesso in chiave auto-etnografica, Curatolo – esame di laurea il 20 luglio 2021 – parla di “un percorso difficile e doloroso” descrivendolo in una testimonianza rilasciata per News48.it.
L’idea di diventare etnografo del proprio sé arriva “quando il professore Barnao legge alcuni file”, documenti in cui “spiegavo che avevo iniziato a leggere e studiare per amore delle mie figlie, su consiglio di mia moglie, per mantenere le relazioni con loro” che nel frattempo crescevano e diventavano persone istruite e colte. L’amore per lo studio come risorsa per la sopravvivenza; il sapere come prezioso capitale per mantenere e consolidare importanti relazioni familiari e affettive. Una risorsa – osserva dal canto suo Barnao – venuta meglio alla luce attraverso la scrittura capace di accendere i riflettori della consapevolezza su questa storia di adattamento alla vita prima del carcere e a quella da ergastolano.

Scrivere della propria vita, delle proprie azioni e credenze spiegandole in relazione ai contesti culturali di appartenenza richiede però impegno emotivo per sospendere il giudizio su sé stessi: “Quando sono entrato nel “ciclone” dell’auto-etnografia il dolore aumentava ogni giorno”, racconta Curatolo ricordando “il tempo tolto alle mie figlie e a mia moglie come tempo pieno di dolore”. In questo viaggio di ricordi riaffiora anche il “rosso della vergogna” di quando un professore universitario lo definisce pubblicamente suo amico sentendo di “non essere degno di un’amicizia così grande”. Poi la meraviglia di quando un altro docente universitario si proclama suo alleato appoggiandone la decisione di iscriversi all’università: “Un’alleanza alla quale non ero abituato, perché non mi si chiedeva nulla in cambio; mentre nelle alleanze della cultura a cui appartenevo, prima o poi dovevi ricambiare”. Insomma: altra cosa rispetto a “zu Cicciu, mentore di cultura criminale nella mia precedente vita”.

All’inizio di questo suo cammino prevale quindi la tentazione di guardare al passato “paragonando le amicizie di un tempo a quelle dentro il carcere”, giudicando e giudicandosi. Una tentazione sfumata passo passo, fino a quando “ho trovato la forza e la naturalezza di raccontarmi senza rinnegare il vissuto che mi ha portato ad essere un ergastolano”; fino a quando “l’auto-etnografia ti trascina fuori dal tunnel, ti rende più libero intellettualmente e il racconto diventa catarsi”.

A commento di questo lavoro interviene sempre Barnao: “In questo processo auto-etnografico, Salvatore Curatolo ha scoperto quanto fossero importanti i libri per la sua sopravvivenza psicologica all’interno del carcere. Dopo tantissimi anni di 41 bis (cioè in regime di carcere duro e con misure di elevata sicurezza, nda) Curatolo, che non aveva neanche la quinta elementare, si rende conto della distanza culturale tra lui e le figlie, ormai iscritte all’università; decide quindi di studiare per trovare nuovi argomenti di discussione. I libri, inoltre, lo aiutano a entrare in contatto con agenti di polizia penitenziaria e con detenuti politici, persone culturalmente e ideologicamente distanti dai detenuti per mafia, andando al di là dei pregiudizi tipici in questi casi”.

Sergio Ferraro: leader e tutor in carcere

“L’esperienza auto-etnografica è stata estremamente significativa per il mio percorso universitario e di vita”, dice per News48.it Sergio Ferraro, quarantaquattro anni, da ventuno in carcere, condannato all’ergastolo con l’accusa di affiliazione al clan camorristico dei Casalesi. “Questo approccio -prosegue la testimonianza – “mi ha fatto capire che noi esseri umani ci distinguiamo gli uni dagli altri non solo sotto il profilo biologico (colore dei capelli, colore degli occhi, colore della pelle, altezza eccetera), ma anche in base al contesto culturale da cui veniamo”.

“Una delle cose più orrende che può commettere un essere umano è uccidere un suo simile, ma oggi mi vergogno di dire che molte volte è il contesto culturale che ti “impone” tale efferato crimine, che per quella cultura crimine non è”, sostiene Ferraro in riferimento all’approccio metodologico dell’etnografia che guarda ai comportamenti e ai valori secondo il significato culturale di chi li pone in essere.

Attraverso questa chiave di lettura ‘non giudicante’ è possibile aprire le porte all’accettazione di se stessi. Per la storia di Ferraro – esame di laurea autunno 2021 – significa far emergere i tratti descritti da Barnao in questi termini: “Si sta rendendo conto che le qualità carismatiche di leader affidabile, pronto a tutto per il gruppo criminale” per cui era attivo oltre la cella, “sono le stesse qualità che lo valorizzano per le varie attività in carcere e che lo vedono ‘tutor alla pari’ per aiutare, coinvolgere e spronare altri detenuti studenti universitari come lui”. Il ruolo di tutor didattico alla pari è peraltro centrale per l’università “Magna Graecia”, “il primo ateneo d’Italia ad aver istituito formalmente questa figura”, dice Barnao parlando di “traguardo particolarmente significativo per il percorso di apprendimento e rieducativo dei detenuti”. Un ruolo già sperimentato in via informale e “basato sulla cooperazione tra pari, tra persone con caratteristiche simili”: qualcosa di diverso, con potenzialità diverse – sostiene il sociologo – rispetto ai tutor esterni, di solito dottorandi o assegnisti di ricerca, “comunque distanti culturalmente da detenuti, specie se uomini e magari condannati all’ergastolo”.

Potenzialità educative ed effetti psicologici

Rispetto agli obiettivi scientifici di queste tesi di laurea, Barnao chiarisce subito un punto: “Il mio approccio di docente non è quello di rieducare qualcuno. Il mio obiettivo di professore è quello di educare” rispetto a determinate forme di sapere “fuori e dentro il carcere”. Ciò detto, questi lavori di auto-etnografia – che partono dalla logica di sospensione del giudizio morale per spiegare il senso di scelte e forme di resilienza in determinati contesti culturali e di mentalità   – “possono nei fatti tradursi in aspetti rieducativi. Sono convinto che valorizzare aspetti della personalità senza gettar via ogni cosa del passato possa avere una valenza significativa anche nell’ambito dei percorsi di risocializzazione” laddove, ad esempio, persone detenute aprano a punti di vista e valori diversi da quelli considerati socialmente pericolosi e condannati dal diritto penale dello stato. In ogni caso – è il ragionamento del sociologo – questa impostazione scientifica favorisce la consapevolezza del sé, “un aspetto importantissimo per chiunque”, a prescindere da eventuali scelte di pentimento e di redenzione; a prescindere dal fatto che questi momenti di autoriflessione riguardino persone criminali o persone che nulla hanno a che fare col crimine.

“Lo stimolo maggiore di questi lavori è dato dall’aiuto alla riflessività: una conquista di non poco conto sia all’interno che all’esterno del carcere”, sostiene dal canto suo Giuseppe Napoli, responsabile dell’area educativa per la Casa circondariale di Catanzaro, struttura carceraria dove si trovano Curatolo e Ferraro. In particolare, i due studenti fanno leva sull’auto-etnografia per arrivare – secondo Napoli – a “una serissima rivisitazione in chiave sociologica del loro passato che può avere rilevanza dal punto di vista educativo”.

Manola Albanese, psicologa e psicoterapeuta, definisce la strada dell’auto-etnografia “uno strumento per riscoprire il senso di eventi e comportamenti”. “l guadagno che si può avere – spiega – è quello di riqualificare la propria esistenza dandole un significato che magari fino a quel momento non era stato dato”; un’opportunità “per sentirsi vivi pur in un ambiente mortifero come il carcere”. Questo percorso di tesi inoltre “corona un lavoro che restituisce la dignità persa socialmente”. E ancora: “Quando una persona riesce a trovare in sé stessa frutti, risorse preziose e creatività, non è più il fuori che riempie, ma il dentro; si può essere mai più soli, mai più con il vuoto”.

Una possibile via per prevenire gesti estremi come il suicidio? “Credo che ogni persona, se conosce meglio se stessa e conosce meglio la vita, può difendersi meglio da se stessa e dalla vita”, risponde Albanese. “Il suicidio – ragiona – non è altro che una fuga estrema, disperata, da una vita angosciante. Però è certo: più strumenti conosciamo, più possibilità abbiamo di trovare la strada piuttosto che andare via”.

Un percorso replicabile ma con molti limiti da considerare

Questo metodo “è innovativo e replicabile” anche in altri contesti, sottolinea Barnao. Ad esempio, per restare nel circuito della giustizia penale, dal Tribunale per i minorenni di Trento “c’è l’interesse a replicare questo approccio nell’ambito di un percorso di messa alla prova” per un neo-maggiorenne pronto a un cammino di cambiamento.
Per seguire questa linea di ricerca e renderla robusta è importante però acquisire saperi ben precisi: “Bisogna essere attrezzati con competenze specifiche come quelle elaborate al corso di laurea in sociologia da questi studenti, che inoltre hanno potuto comprendere cos’è la sopravvivenza in condizioni di vita estreme”, dice Manola Albanese portando l’esempio di Curatolo e Ferraro.
Delimita il perimetro di applicabilità anche Giuseppe Napoli: “Tesi di questo livello non sono proponibili a tutti. Si richiede una certa preparazione scientifica, un certo impegno e una guida costante. Senza la presenza costante del professor Barnao non si sarebbe potuto portare a compimento il lavoro in questo modo”. C’è poi l’aspetto economico-organizzativo: “Questo percorso – continua l’educatore – nasce da una forte interazione tra l’Amministrazione penitenziaria e l’Università. Si tratta di un percorso validissimo, ma non facilmente replicabile soprattutto per un discorso di risorse disponibili”.
Barnao fa un bilancio delle condizioni favorevoli e sfavorevoli: “Una situazione favorevole è rappresentata dall’Amministrazione penitenziaria di Catanzaro, da una decina di anni guidata da una direttrice illuminata che ha dato impulso fortissimo all’istruzione. C’è stata la disponibilità dell’ateneo “Magna Graecia”, c’è stata la mia disponibilità, si sono create tra me e i due studenti relazioni di rispetto reciproco che hanno permesso di ridurre la fatica, c’è stata la collaborazione fortissima degli agenti di polizia penitenziaria”.
D’altro canto, “esiste il limite della fatica di maneggiare le parti più profonde del sé soprattutto per vite travagliate come queste”. In parallelo “c’è la fatica del relatore: sarebbe impensabile per me seguire più di due o tre tesi l’anno per un approccio come questo che richiede incontri in presenza quasi tutte le settimane, due-tre volte a settimana”. Più in generale, “è una cosa complicata visto che l’università italiana non brilla per investimenti particolarmente significativi nella ricerca”.
Inoltre, se da una parte in Italia “la rete dei poli universitari penitenziari sta crescendo”, dall’altra “ci sono ancora difficoltà di relazione tra le istituzioni carcerarie e l’Università caratterizzata da burocrazia eccessiva e talvolta chiusa rispetto alle logiche esterne”.



L’importanza di garantire il diritto allo studio in tutte le carceri


Secondo il sociologo, anche altri aspetti frenano le iniziative per la crescita personale e l’eventuale rinascita a partire dal carcere e oltre il carcere. “Purtroppo – afferma Barnao – il diritto allo studio non è garantito alla stessa maniera in tutte le carceri; tant’è che fino a poco tempo fa il polo universitario di Catanzaro era quello più a Sud d’Italia”. Il professore dell’ateneo catanzarese dice questo citando il caso di Bruno Pizzata, sessant’anni, condannato per reati di ‘ndrangheta e traffico di droga, morto dopo essere risultato positivo al Covid-19 a seguito di un focolaio nel carcere di Catanzaro. Il detenuto – racconta Barnao – “stava iniziando un interessante progetto di tesi sui pastori calabresi”. Da qui la sua opposizione all’ordine di trasferimento; un appello accordato e la possibilità di proseguire la propria attività universitaria senza punti di rottura; “dopo poche settimane però scoppia il focolaio: molto probabilmente, Pizzata non sarebbe morto se non avesse avuto interesse a studiare da persona appassionata di sociologia quale era”.


Inoltre, per Barnao, le finalità rieducative e di cambiamento personale vengono contrastate dal clima culturale di questa fase storica “caratterizzata da una crisi della democrazia e da una maggiore richiesta di ordine su base autoritaria. È il populismo penale del buttare via la chiave”, cioè del sollecitare pene più dure e/o anche il “no” a ogni via d’uscita dal carcere; “è il giustizialismo in cui siamo profondamente immersi”. “Aspetti culturali per cui le carceri italiane sono tra le peggiori nel contesto europeo”, continua Barnao. Che poi si sofferma sull’ergastolo ostativo per dire che “è espressione incostituzionale e disumana di una cultura di cui facciamo fatica a liberarci”. Un istituto del diritto italiano su cui la Corte europea dei diritti dell’uomo è intervenuta chiedendo una riforma dell’attuale assetto normativo che limiterebbe in eccesso le prospettive di rilascio delle persone detenute e la possibilità di riesaminare la pena. Su basi analoghe la decisione della Corte costituzionale, che parla di “incompatibilità con la Costituzione” e fissa una nuova udienza a maggio del 2022 “dando così al Parlamento un congruo tempo per affrontare la materia”.


Intanto, sullo sfondo restano le storie di sopravvivenza e i tentativi di rinascita, nonostante tutto.

Francesco Ciampa
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