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Social network e nuove emergenze patologiche nel nostro sistema sociale

Feb 29, 2024 ,
social network ed emergenzenze

Social network e nuove emergenze: ne parliamo con il Prof. Mariano Indelicato, Psicologo e psicoterapeuta a indirizzo sistemico relazionale, docente incaricato di Psicologia dello Sviluppo e di Psicodiagnostica e Psicoterapia presso l’Università degli Studi di Messina, nonché docente incaricato di Psicologia Generale e dello Sport presso l’Università degli Studi di Catania.  

Prof. Indelicato, si tratta di una vera e propria emergenza o basterebbe un uso più consapevole dei social? I numeri che cosa dicono?

Prof Mariano Indelicato

Il rapporto tra web e fenomeni culturali e sociali è contrastato e, spesso, si addebita alla rete la causa di molti mali che affliggono il sistema sociale e gli stessi individui. Anche le stesse trasformazioni che sono intervenute nella costruzione dell’identità e del sé vengono arbitrariamente addebitate allo sviluppo della tecnologia e all’avvento dei social media. I cambiamenti vengono vissuti con sospetto e quasi sempre diventano la fonte di tutto ciò che apparentemente non trova spiegazione. Purtroppo, malgrado l’avvento della seconda cibernetica, siamo imprigionati all’interno di una logica di tipo lineare e deterministica in cui dato un effetto dobbiamo ricercare e trovare la causa che si nasconde dietro di esso.

I fenomeni sociali e culturali data la loro complessità sfuggono a questa regola e ciò che può essere effetto è nello stesso tempo causa e viceversa.  Da questo punto di vista i social possono essere sia una emergenza che una opportunità legate alle modalità del loro utilizzo. I social sono dei contenitori che vanno riempiti.

Sono i contenuti e le loro modalità di utilizzo che hanno creato una vera e propria emergenza educativa. Bisogna tenere conto che non nascono dal nulla ma sono frutto di un modello culturale, il neopositivismo e il post modernismo, che ha plasmato le generazioni degli ultimi 40 anni e che ha teorizzato la nascita di un uomo nuovo che doveva sganciarsi da tutti i retaggi provenienti dal passato. 

La rivoluzione digitale ha tentato di sconfiggere i miti, i simboli e i rituali che avevano contraddistinto per millenni lo specchio in cui i comportamenti individuali e collettivi trovavano significazione. La conseguente  rottura del patto generazionale con  l’assenza di una storia da poter elaborare ai fini della costruzione dell’identità ha comportato una costruzione continua del sé basata non sul “chi sono” ma su “come devo apparire”.

Francesco Pira ha elaborato il concetto di “vetrinizzazione” per mettere in luce la continua costruzione della propria immagine nei profili social alla ricerca di like così come si farebbe con qualsiasi abito esposto in un negozio. A tal proposito basta citare una ricerca svolta negli Stati Uniti da White che fa rilevare che ogni anno vengono scattate circa 1,42 trilioni di immagini in gran parte frutto di selfie condivisi su Facebook, Instagram e WhatsApp. In sostanza, all’improvviso abbiamo dovuto fare i conti con un individuo che, attraverso lo storytelling e la pubblicazione di immagini e poster, costruisce la sua identità in funzione delle relazioni virtuali; un uomo con un duplice Sé: quello digitale e quello reale a seconda se è online o offline.

In questo quadro, avendo la possibilità per l’individuo di auto costruirsi, non sente il bisogno e la necessità dell’Altro. Infatti, la cultura social è contraddistinta dall’assenza dell’Altro che da sempre, invece, costituisce il presupposto necessario ai fini dei processi di riconoscimento e di appartenenza.

Il computer, i social costituiscono un nuovo medium sul quale proiettare idee, fantasie, desideri e, in qualche modo, diventano un nuovo Io: una identità auto costruita che Muscelli individua: “nella telepresenza, ossia la possibilità di essere presenti a distanza, nell’istantaneità, cioè la capacità di riduzione dei tempi alla dimensione puntuale dell’istante, e nella coscienza pornografica, una coscienza di sé che è svincolata dalle narrative di lunga durata ma che dipende esclusivamente dalla visibilità e dal godimento del corpo”.

Se vogliamo svincolarci dai suddetti pericoli, bisogna promuovere un nuovo modello culturale, che, senza demonizzare i social, porti ad un uso consapevole di essi. 

Se ne parla abbastanza, secondo lei, e, soprattutto, davvero solo i più giovani sono a rischio?

Il problema vero è che se ne parla tanto e spesso senza indicare delle vere e proprie soluzioni.  Infatti, possiamo trovare due linee totalmente contrapposte: da un lato, i favorevoli ai social e, dall’altro, quelli che li demonizzano e li vorrebbero vietare per legge.

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Le soluzioni, invece, andrebbero trovate, come dicevo prima, nei necessari cambiamenti di tipo culturale. Non sono i social che producono alcuni fenomeni, semmai è esattamente il contrario: essi riflettono quanto accade all’interno del sistema sociale. Faccio degli esempi concreti: il cyberbullismo altro non fa che riprendere quello che già avveniva all’interno delle scuole, ovvero il bullismo; il revenge porn è sempre esistito, oggi ha trovato terreno fertile all’interno della rete e così via.

I giovani sono maggiormente a rischio perché utilizzano, come asserito da Francesco Pira nel suo libro “Figli delle App”, molte più app della popolazione adulta. Il problema, comunque, è legato all’accesso differenziato al mondo social tra la popolazione adulta e quella giovanile. Un esempio di quanto sia forte la rottura generazionale legata all’accesso alla tecnologia è dato dalle parole utilizzate dal papà della ragazzina morta a Palermo per asfissia a seguito di una challenge su tik tok. Il papà con la figlia agonizzante davanti al pronto soccorso ha dichiarato: “Mia figlia voleva diventare la regina di tik tok”.

Poveretto, non sapeva che era proprio la tecnologia utilizzata dal social a portare la figlia alla morte.  Comunque, come messo in risalto sempre da Pira, il quale ha coniato il termine di adulti scienti, anche i genitori all’interno dei social tendono a mettersi in competizione con i figli assumendo comportamenti tipicamente adolescenziali.

Cosa accade al nostro cervello che trova i social così attraenti?

Carr in suo famoso scritto si interroga se Internet ci renda stupidi.  I dati di ricerca indicano che siamo di fronte a un cambiamento epocale come già avvenuto nel passato con l’introduzione della scrittura e della stampa.

Il cervello cambia continuamente in risposta alle nostre esperienze e al comportamento, rimodellando i propri circuiti interni a ogni stimolo sensoriale, atto motorio, associazione mentale, ricompensa, progetto di azione o slittamento dello stato di coscienza.

La neuroplasticità permette di sottrarci alle limitazioni del nostro genoma e di adattarci alle situazioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e alle esperienze.

Alcuni esperimenti mostrano che il cervello può costruire nuovi circuiti o rafforzarne di esistenti attraverso l’esercizio, tali circuiti possono indebolirsi se trascurati.

Se smettiamo di esercitare le nostre facoltà mentali, non le dimentichiamo e basta: la mappa cerebrale per quelle funzioni viene occupata da altre che invece continuiamo a svolgere. Le condizioni ambientali dell’Era digitale sono caratterizzate dall’uso di tecnologie che fanno registrare nuovi pattern di attivazione e di attività neurobiologica.

I bambini che crescono in un ambiente ricco di stimoli multimediali hanno un cervello con connessioni diverse da quelle di chi è giunto alla maturità senza essere sottoposto a tali condizioni.

Sono le ricerche nel campo delle neuroscienze a portare le prove dell’esistenza di alcuni cambiamenti nel cervello. Nel 2012, gli scienziati del University College di Londra, ad esempio, hanno studiato l’effetto di Facebook sul cervello di 125 ragazzi “forti” utenti del social network di Zuckerberg.

Esaminando il loro cervello attraverso le tecniche del neuro-imaging 3D, si è scoperto un aumento della materia grigia nell’amigdala (zona cerebrale coinvolta nella memoria emozionale) dei giovani che avevano il maggior numero di amici su Facebook e cioè un potenziamento dell’intelligenza emotiva.

I social network hanno un effetto plasmante sul nostro cervello: ricevere commenti positivi su Facebook attiva un’area del cervello, il nucleus accumbens, coinvolta proprio nei fenomeni di ricompensa, le stesse aree che svolgono un ruolo nei meccanismi delle dipendenze da droghe.

Questi risultati sono confermati da tante altre ricerche. I cambiamenti sono favoriti dal fatto che l’aggettivo digitale definisce un segnale codificato in sistema binario. I circuiti neurali del cervello sono biologicamente impostati per funzionare in modo digitale. Le tecnologie digitali sono quindi riconosciute come “naturali” dal cervello e creano con rapidità i loro effetti sul wiring cerebrale, producendo un cambiamento nel modo in cui si processano le informazioni e un conseguente cambiamento fisico del cervello.

Il problema semmai che si pone è come integrare circa 6.000 anni di cultura analogica con quella digitale. In sostanza, come far entrare la cultura umanistica con cui si è conformato il cervello fino a pochi anni fa con la nuova strutturazione legata all’utilizzo della rete.

Quali sono le conseguenze patologiche a cui stiamo assistendo e quali i sintomi a cui dobbiamo prestare particolare attenzione?

Le dinamiche sociali e culturali tipiche delle generazioni digitali stanno producendo nuove forme di patologia che sono contrassegnate, da un lato, dal bisogno di successo, di una forte affermazione dell’Io e, dall’altro, dall’immediatezza. È nel bisogno di visibilità insito nella cultura social che si assiste ad una forte espansione del sentimento di sé fino a diventare una forma di narcisismo che mette al centro dell’interesse il proprio Io e trascura l’Altro.  Le relazioni si trasformano in amicizie virtuali che servono non tanto ad un rapporto autentico, ma per affermare il proprio valore. Inoltre, l’eccessiva reperibilità elimina l’assenza che è una precondizione del simbolico. Solo l’assenza determina il desiderio e la tensione verso il suo godimento.

È in questo quadro che Recalcati formula la definizione di “clinica del vuoto” poiché senza l’assenza la presenza diventa apparenza che tende a riempire il sé di oggetti-ovatta e dei nuovi miti offerti dall’ipermodernità.

Esplicativa a tal proposito è una pubblicità degli anni ‘90 di un noto dopo barba che recitava “per l’uomo che non deve chiedere mai”. Inseguire l’autosufficienza in cui l’altro diventa superfluo, come detto in precedenza, sconvolge due dei principi cardine dello sviluppo umano: il riconoscimento e l’appartenenza.

Il soggettivismo spinto che tende ad escludere l’oggetto è un precursore della patologia e, invece, l’uomo è nello stesso tempo soggetto e oggetto di una relazione, di un legame.  Se viene meno il riconoscimento e il senso di appartenenza, ecco allora comparire negli anni ’80 il ritiro sociale: nel vuoto dell’assenza dell’Altro mi rinchiudo all’interno dell’unico luogo in cui mi riconosco e a cui mi sento di appartenere: “la mia stanza”.

L’acquisto dell’oggetto che mi permette di non chiedere mai, infatti,  potremmo dire con Recalcati,  “può solo essere oggetto di godimento e mai di desiderio, strumento di isolamento e non occasione  di incontro”. 

Il vuoto dell’assenza dell’Altro porta a riempirsi e a rinchiudersi all’interno del corpo. L’anoressia, la bulimia, il binge eating disorder sono patologie tipiche di questa epoca storica. La ricerca dell’immagine perfetta e attraverso di essa del prestigio sociale sono metafora dell’illusione del mancato bisogno dell’alterità.

L’assenza dell’altro, il vuoto è possibile coglierlo, inoltre, in nuove forme patologiche o nella rivisitazione delle vecchie attraverso la “patologia dell’immediatezza” che è il principio che determina la forma delle relazioni sociali nella contemporaneità.

Cosi come da tempo ha ben compreso la sociologia, soprattutto attraverso le teorie di Baumann, il passaggio dalla società della comunicazione a quella dei social e delle iperconnessioni ha comportato la modificazione del principio di velocità in un nuovo imperativo: la necessità dell’immediatezza.

In una società il cui tratto distintivo è diventata l’estetica, la ricerca della bellezza a tutti i costi, Baumann ha descritto la relazione tra l’Io e l’Altro come una fornitura di beni e servizi del secondo nei confronti del primo. L’Io non ricerca l’Altro nella sua essenza ed autenticità ma semplicemente per soddisfare le sue esigenze.

Non si è alla ricerca di una conoscenza approfondita dell’Altro, ma l’interesse è semplicemente estetico in cui l’altro è “da assaggiare e sentire” come se fosse un gelato e/o un dolce.

Nella relazione di immediatezza l’altro non è il partner con cui dialogare, a cui rendere conto, di cui sentirsi responsabile, verso cui vergognarsi. Ciò ha comportato l’espandersi delle personalità borderline che oggi sono una vera e propria epidemia psicopatologica.

Temo che non si sia, alla fine, così connessi come si crede. Cosa si può fare per riacquistare il controllo sull’uso che se ne fa e sulle nostre relazioni?

È lungo gli assi sopradetti che si è consumata la rottura con le generazioni precedenti vivendo in una sorta di ipertrofia del presente. Infatti, rapportarsi alle generazioni precedenti, affondare all’interno delle proprie origini comporta un tempo lungo che non corrisponde a quello dell’immediatezza.

I tempi psichici dovendo seguire quelli delle nuove tecnologie si sono ridotti non riuscendo a sopportare l’attesa di una lunga elaborazione per cui è venuto meno l’impegno di programmare l’azione presente e futura attraverso la lettura della storia passata.

Ciò di fatto ha ridotto le responsabilità che si assumono con le generazioni precedenti: se non avverto la responsabilità verso la storia familiare e generazionale, non avverto neanche il senso di colpa e la vergogna, insomma mi sento libero da impegni futuri proiettando la mia azione solo sul qui ed ora.

Ecco perché vengono meno i desideri e si risponde solo ai bisogni. Cambia anche l’etica del riconoscimento anch’esso sottoposto alla fugacità dell’incontro con l’altro che è contraddistinto dalla ricerca del superfluo, il carpe diem, la cultura del piacere, l’attenzione al corpo e al fitness, i rave party, la New Age.

Tutti fenomeni che non hanno un futuro, non si situano nel senso della storia e sono del tutto indifferenti a ogni finalità e che esprimono l’idea che il presente basta a se stesso. È in questo presente che il riconoscimento oggi avviene attraverso la partecipazione momentanea senza nessuna finalità futura e si esprime attraverso la presenza continua sugli strumenti digitali ovvero sull’essere continuamente iperconnessi.

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Senza una storia in cui riconoscersi è venuto meno il trasgredire inteso come elaborazione delle proprie origini per rilanciare l’azione generativa e le uniche trasgressioni possibili sono la riproduzione di quelle vissute attraverso i video giochi o la realtà digitali. La storia generazionale, infatti, non solo protegge dalle intemperie della vita, ma allo stesso tempo, costituisce, in senso lacaniano, il luogo “altro” nel quale possiamo riconoscerci.

L’assenza di modelli con cui identificarsi espone i ragazzi al non appartenere, al non riconoscere il valore della “legge”, ovvero degli obblighi morali a cui è sottoposto il “desiderio”. La mancanza di modelli identificativi espone sopratutto i ragazzi ad una mancata rielaborazione delle proprie origini, portandoli alla riproposizione tante volte di modelli violenti. Il bisogno di riconoscimento porta al bullismo e alle nuove forme di violenza adolescenziale.

Da tutto questo ci si può tirare fuori se lanciamo l’idea di un’alleanza educativa che veda insieme tutte le agenzie socializzative in uno sforzo comune nel cercare d’integrare la cultura umanistica, analogica, all’interno di quella digitale. Un’alleanza che riporti in auge il valore della “Legge”, dell’autorità che permette di regolare i rapporti tra gli individui e permetta una sana convivenza. In fondo l’uomo è un essere sociale che ha bisogno di fare legame con l’altro e quest’ultimo è possibile solo nella misura in cui siamo disponibili a perdere in Io per acquistare un Noi. In altro modo il rischio è vivere in un mondo di iperconnessioni nella solitudine esistenziale che è prodromica allo sviluppo di fenomeni di tipo psicotico.

Francesca Ghezzani
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