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Dove non c’è Internet arriva Sneakernet

Mar 1, 2021
sneakernet

I luoghi, le persone, le storie, persino i suoni di questo episodio di “People fixing the world” firmato da Tom Colls sono collegati da un filo sottile e prezioso che li unisce e li intreccia fino a formare una rete. Che non è la “rete”, il Web, come lo conosciamo tutti. È molto, molto di più.

Ad aprire il racconto è la voce di Benjamin Balder Bach. Ben lavora per Fair una ONG danese impegnata nel colmare il “digital divide” nei paesi in via di sviluppo. In pratica, trasporta terabyte di dati, hardware e software liberi (open source) nelle scuole, negli ospedali e nelle università che non possono connettersi a Internet. Come lo fa? Attraverso “Sneakernet”.

“Ci sono diversi metodi per scambiarsi i dati quando non c’è una connessione a internet”, spiega Ben. “Per esempio, c’è il bluetooth… Ma ci sono anche altri strumenti come penne USB, hard drive, memory card, CD Rom, floppy. Questo è Sneakernet, ovvero il trasporto fisico di dati da un luogo a un altro”. Prima di Internet così come lo conosciamo oggi, l’uso di questi strumenti era molto più diffuso. Oggi è obsoleto ma non è scomparso completamente. Ci sono persone che ancora oggi percorrono sentieri in alta montagna, deserti e foreste equatoriali per portare costruire reti “mesh” chiuse e a basso costo e trasportare dati, conoscenza e software in luoghi dove internet non arriva. Anish Mangal di Eka Foundation è una di queste.

Internet in una scatola, la soluzione di Anish

Anish è uno sviluppatore e “data runner” e impiega 3 giorni di viaggio tra fuoristrada, taxi condivisi e sneakers per trasportare terabyte di informazioni e materiale didattico fino a 3.000/4.000 metri di quota nelle valli indiane del Ladakh, dello Spiti, dell’Himachal Pradesh e dello Zanskar. E proprio qui nel 2018, tra montagne, ghiacciai, bandierine sacre e stupa, Anish Mangal ha trasportato e installato un hotspot sul tetto del principale monastero buddista e ha realizzato una piccola rete chiusa e autonoma, non connessa al Web globale, che oggi permette a queste popolazioni di studiare, di restare aggiornate e di comunicare gratuitamente. Un network autosufficiente e a basso costo che mette al primo posto le esigenze di tutta la comunità: dal bollettino meteo alle cerimonie religiose fino alla scuola e al folklore locale.

Le reti Sneakernet nel mondo

La soluzione di Anish non è l’unica raccontata da Tom Colls. Il podcast esplora e mappa altri progetti di reti Sneakernet che forniscono gratuitamente informazioni, tecnologia e istruzione. Spesso tra mille difficoltà e molti limiti imposti dai rigidi governi locali e da censure.

Una di queste storie arriva dal Bangladesh dove è attiva Bibliothèques sans Frontières . La ONG francese utilizza la rete Sneakernet per combattere la disinformazione nei campi profughi dei Rohingya. Lo fa attraverso Ideas Cube – un hotspot wi-fi chiuso – e Ideas Box – una biblioteca multimediale racchiusa in una semplice scatola colorata e facile da trasportare alla quale i bambini e gli adulti possono accedere per studiare, informarsi e imparare.

E poi c’è Kiwix che mette a disposizione terabyte di Wikipedia, Project Gutenberg e TED Talks gratuiti in luoghi dove non c’è una connessione Internet. Riesce a farlo addirittura in Corea del Nord dove distribuisce (clandestinamente) migliaia di DVD, chiavette USB, radio e schede SD. Grazie alla rete Sneakernet. Grazie alle persone.

The World Librarians invece, è un’associazione che opera tra gli Stati Uniti e le scuole del Malawi, in Africa. La sua missione consiste nel fornire e-book e materiale scolastico tramite un sistema open source: i dati partono dalle biblioteche del Massachusetts, vengono scaricati nei pochi Internet Cafè del paese e consegnati manualmente da “data runners” locali su semplici chiavette Usb.

L’Internet delle persone

Cosa racconta questo podcast? Racconta quattro cose.
La prima: mentre la maggior parte dei paesi sviluppati ha un sovraccarico di informazioni online ed è affetta da infodemia, metà del pianeta soffre della mancanza di accesso alla conoscenza e all’istruzione di base, anche tecnologica. La seconda: per colmare questo gap e fornire a tutti informazioni corrette e affidabili esistono soluzioni semplici e a basso costo rese possibili soprattutto dalla creatività delle persone, non solo dalla tecnologia. La terza: il “digital divide” non è più un semplice problema di tecnologie ma di evoluzione dell’umano che deve essere in grado, sempre di più, di comprenderle e adattarle al meglio nelle diverse declinazioni sociali. La quarta: oggi non può esistere un Internet delle cose senza un Internet delle persone. Meglio, però, se ai piedi hanno un buon paio di sneakers.


Articolo ripreso dallo Story Tracker del Solutions Journalism Network.

Paola Oriunno
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