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Scuola senza voti: proviamo a capirne di più

Mar 29, 2021
Scuola senza voti

Venerdì 4 dicembre 2020 il Ministero dell’Istruzione ha firmato l’ordinanza che prevede il giudizio descrittivo al posto dei voti numerici nella valutazione periodica e finale della scuola elementare, secondo quanto stabilito dal Decreto Scuola firmato a giugno 2020.

Il giudizio descrittivo di ogni bambino si riferirà a quattro diversi livelli di apprendimento, secondo gli esiti raggiunti da ogni bambino in relazione a ciascuna materia di studio. Gli insegnanti, inoltre, dovranno tenere in considerazione il percorso fatto e l’evoluzione di ogni bambino.

Ecco i quattro livelli di apprendimento:

Avanzato: l’alunno porta a termine compiti in situazioni note e non note, mobilitando una varietà di risorse sia fornite dal docente, sia reperite altrove, in modo autonomo e con continuità.
Intermedio: l’alunno porta a termine compiti in situazioni note in modo autonomo e continuo; risolve compiti in situazioni non note, utilizzando le risorse fornite dal docente o reperite altrove, anche se in modo discontinuo e non del tutto autonomo.
Base: l’alunno porta a termine compiti solo in situazioni note e utilizzando le risorse fornite dal docente, sia in modo autonomo ma discontinuo, sia in modo non autonomo, ma con continuità.
In via di prima acquisizione: l’alunno porta a termine compiti solo in situazioni note e unicamente con il supporto del docente e di risorse fornite appositamente.

La sperimentazione della scuola senza voto


A proposito di classi senza voto ho intervistato Davide Tamagnini, che per 5 anni ha sperimentato la valutazione autentica nella scuola elementare di Pombia, in provincia di Novara. Prima di diventare insegnante di scuola elementare, Davide è stato chimico, animatore sociale, sociologo e docente nei corsi regionali di formazione professionale per i ragazzi in dispersione scolastica tra i 15 ai 18 anni. Da quest’ultima esperienza si è reso conto che alcune esclusioni sociali nascono sui banchi della scuola elementare, perciò ha deciso di ricominciare a studiare.
Ha intrapreso il percorso in scienze della formazione primaria, si è laureato, ha fatto il concorso e, nel giro di un anno, è diventato insegnante di ruolo di una prima elementare di Pombia, in provincia di Novara, in cui ha insegnato matematica, italiano e inglese. Da subito Davide ha portato avanti l’idea di fare un tipo di scuola da cui nessuno si sentisse escluso. Non aveva le idee chiare su che cosa avrebbe fatto esattamente, non c’erano modelli o metodi da seguire. Basandosi sulla sua esperienza e, in qualche misura, sul suo istinto, per prima cosa ha tolto i libri di testo.
Ai colleghi che completavano con lui l’orario della classe ha chiesto di accettare tre cose:

  1. il fatto che non ci fossero i libri di testo, ma un quaderno unico
  2. che l’apprendimento si basasse sulle esperienze
  3. e accettare che non si sarebbero messi i voti ma che, per la valutazione, si sarebbe usato un approccio più descrittivo e formativo.

Le difficoltà della sperimentazione


Nel percorso intrapreso da Davide ci sono state delle difficoltà: alcuni dei colleghi hanno fatto fatica, altri hanno accettato di buon grado questo nuovo modello. Alcune famiglie, dopo aver ascoltato la presentazione del progetto, hanno avuto paura, perché abituati alla scuola e alla valutazione cosiddette tradizionali.
Dice Davide: “Oggi l’ordinanza ministeriale ci mette in una situazione dove non devo più trasgredire la legge, ma quello che ho fatto per 5 anni, l’ho fatto trasgredendola. Da una parte ho accolto la legge (fare una valutazione formativa, prestare attenzione al processo e non solo ai risultati, praticare l’autovalutazione – leggi 2012 e 2017), dall’altra l’ho trasgredita (la legge 2017, infatti, chiariva che la valutazione dove avvenire in decimi). Ho spiegato sia al collegio docenti sia ai genitori quello che volevo fare e, sia l’uno che gli altri, hanno accettato questa mia sperimentazione. Ho chiesto all’ufficio regionale scolastico di esprimersi, ho mandato i documenti del progetto ma non mi hanno mai risposto. Così il dirigente mi disse “lei vada avanti e vediamo” e io, andando avanti, sono arrivato fino alla quinta.”



Come funziona una lezione secondo questo modello?


Te lo spiego con un esempio. Mi ricordo quando un bambino è venuto in classe dicendo che fossero arrivati gli zingari.
Ne è uscita una conversazione che ho registrato e trascritto, poi l’ho portata in classe, l’abbiamo riascoltata, riletta, ne abbiamo parlato, abbiamo incontrato questa famiglia. Soffermarci su questo tema ci ha permesso di ragionare sulla geografia umana, sulle comunità umane che si spostano, quindi sulla nostra storia. Ci ha permesso di avere un testo linguistico su cui imparare a leggere (la trascrizione della conversazione): le loro parole sono state i testi che i bambini, nei cinque anni, hanno usato di più, perché trascrivevo tutte le conversazioni che facevamo e le collezionavamo in grande raccoglitore. Penso non esista libro di testo più autentico.
Ma soprattutto, è stata data la possibilità ai bambini di riflettere sulle loro parole. Partendo da un’esperienza condivisa, e dalle loro stesse parole, abbiamo potuto fare italiano, matematica, storia. Le esperienze ci hanno permesso di definire i contenuti che, a loro volta, ci hanno consentito di raggiungere gli obiettivi di apprendimento che noi insegnanti dobbiamo ottenere. Invece di usare i libri di testo, dunque letture e scritture che ai bambini non interessano, abbiamo usato le esperienze dirette. Ogni inizio di settimana definivamo il piano di lavoro settimanale. Poi, naturalmente, c’erano sempre gli imprevisti. La settimana successiva valutavamo cosa eravamo riusciti a fare e cosa no. Insomma, costruivamo insieme i contenuti del nostro fare scuola. I bambini erano protagonisti, si attivavano sia per l’insegnamento, sia per l’auto-valutazione.

Come funziona la valutazione senza voti?


Per valutarli parto sempre da una domanda: qual è il punto di partenza di ciascun bambino? Ti spiego anche questo con un esempio sulla scrittura: all’inizio della prima ho fatto scrivere ai bambini una didascalia su una nuvola, “il primo giorno di scuola”, attraverso l’espressione libera. Un bambino ha scritto due lettere, la lettera iniziale del suo nome e un’altra che, secondo la sua percezione, richiamava appunto il primo giorno di scuola. Un altro bambino ha scritto la frase per intero e senza nessun tipo di errore ortografico o grammaticale. Mi è stato chiaro fin da subito che, se avessi cercato di insegnare la scrittura a tutti allo stesso modo, avrei annoiato il secondo bambino e, forse, avrei agganciato il primo, ma forse no. La scuola deve partire da quello che i bambini sanno, e su quello deve costruire. Lo stesso vale per la valutazione: per valutarli, bisogna partire dal punto di partenza di ciascuno. Bisogna capire quali sono tutti gli elementi che contribuiscono all’apprendimento di ciascun bambino: famiglia, contesto di provenienza, abitudini, ecc. La radice del problema della valutazione quantitativa, del voto, è culturale.
Quasi la totalità di insegnanti della primaria ha finito il loro percorso di studi a scuola e ha iniziato il percorso lavorativo a scuola. Non essendo mai usciti dal mondo “scuola”, con annesse credenze, teorie, ecc., gli insegnanti danno per scontato che si possa fare solo così perché si è sempre fatto così. Inoltre, è più facile fare come si è sempre fatto invece che cercare, trovare e testare nuovi modi di fare scuola.

Come si fa, nella pratica, la valutazione formativa?


Innanzitutto, ho coinvolto i genitori nella valutazione, cioè ho chiesto loro di valutare i figli con lo stesso strumento che usavamo noi insegnanti, il semaforo. Sul semaforo loro trovavano tutti gli obiettivi di apprendimento sui quali avevamo deciso di lavorare in quello specifico anno e l’indicazione era quella di provare a valutare se, per loro, la valutazione fosse rossa, gialla o verde per ogni obiettivo di apprendimento segnalato.

Perché il semaforo?


Perché usare una scala con soli 3 pioli – rosso, giallo, verde – evitava a noi insegnanti, ai genitori e anche i bambini – perché anche loro si auto valutavano – di perderci in tutte quelle sfumature – che poi sono gigantesche – che passano tra il 5 e il 6, tra il 7 e l’8, ecc. Di fatto la differenza è che il tuo risultato, ad esempio il tuo verde, non corrisponde al mio verde. Ritorno all’esempio sulla scrittura dei due bambini che ho fatto prima. Alla fine del primo quadrimestre potevano avere verde entrambi nella scrittura, solo che il verde di uno parlava del fatto che il bambino avesse acquisito la corrispondenza tra fonemi e grafemi, quindi aveva acquisito la conoscenza di tutte le lettere dell’alfabeto.
Già questo era un grande risultato, dal momento che il bambino, all’inizio dell’anno scolastico, conosceva solo due lettere. L’altro bambino che, a inizio anno, possedeva già l’intero codice alfabetico, stava lavorando sull’h, sull’uso delle doppie, e anche per lui il semaforo era verde. I verdi di questi bambini non sono confrontabili, quindi non può succedere quello che si sente ogni giorno in classe, cioè quello che succede con i voti.



Perché il voto non funziona?


Perché la scala dei voti in decimi è una scala ordinale, quindi matematicamente quei 10 numeri mettono le prove, e dunque le persone, in una posizione di prima, dopo. Cioè, se tu prendi 10 in una classe, vuol dire che sei arrivato primo in quella prova, primo rispetto agli altri. Ma se io ti prendo, ti metto in un’altra classe e ti faccio fare la stessa prova, può darsi che tu abbia una valutazione diversa. Perché la scala ordinale funziona sulla classificazione: ti classifico rispetto agli altri. Questo è il senso del voto ed è per questo che ho provato a toglierlo, perché non m’interessa che tu competa con gli altri, m’interessa che tu ti confronti con le tue capacità, con quello che sai fare, con quello che è il tuo punto di partenza. Perché la valutazione, se è sommativa, certificativa, deve dire quali sono i risultati e metterli in ordine, cioè dirci chi è il migliore e chi è il peggiore; se è formativa allora devo lavorare non su chi è il migliore ma sul desiderio di migliorare ciascuno secondo la propria indole, le proprie inclinazioni, le proprie capacità.
Questa è la differenza.

Quali sono i limiti del tuo approccio?


La valutazione formativa non è meno rigorosa rispetto a quella sommativa, e questo è il primo mito da sfatare.
Il secondo mito da sfatare è che non c’è nulla di oggettivo nella valutazione, né in quella sommativa, né in quella formativa: la valutazione è l’interpretazione di quello che noi insegnanti osserviamo. Come insegnante, rivendico il diritto di esprimere il mio punto di vista. Detto questo, i limiti che ravvedo nella valutazione formativa sono:

  1. che richiede un cambiamento di mentalità difficile da ottenere nel breve termine rispetto a che cos’è la scuola, come si fa scuola, qual è il senso della scuola, quali sono le finalità dell’istruzione;
  2. che serve più formazione e competenza nella classe degli insegnanti;
  3. che fare valutazione formativa è un processo molto più impegnativo di fare quella sommativa.

Quindi, cosa possiamo fare?


Andare avanti a provare questo tipo di valutazione. Non sono l’unico insegnante che ha portato in classe un approccio simile: con tutti gli insegnanti che ci hanno provato e ci stanno provando abbiamo dato vita al Movimento di cooperazione educativa e, piano piano, siamo riusciti ad arrivare alla politica e, lo scorso dicembre, a far modificare le legge. Ora dobbiamo continuare a essere all’altezza della fiducia che ci hanno dato.

Secondo te la valutazione formativa potrebbe funzionare anche per i successivi cicli scolastici?


Certo, potrebbe. C’è chi lo fa, chi ci prova. Sarebbe necessario farlo almeno per tutta la scuola dell’obbligo.
In realtà, potrebbe funzionare anche all’università. Ci sono degli ostacoli maggiori. Ad esempio, alle superiori mancano le competenze didattiche, perché sono un po’ più sistemiche rispetto alle elementari per affrontare l’apprendimento.
E manca il tempo, perché i professori delle superiori hanno più classi e, come abbiamo già detto, offrire una valutazione formativa è molto più impegnativo di offrirne una valutativa.
Alla fine, è un problema di organizzazione.

La scuola con i voti conferma le strutture di classe sociale


Se da un lato l’ordinanza dello scorso dicembre e la sperimentazione di Davide sono buone notizie, dall’altro è naturale chiedersi perché il giudizio formativo non è stato esteso agli altri cicli di scuola, a partire dalle medie. Infatti, le pratiche di orientamento scolastico di fine scuola media testimoniano come le condizioni sociali, culturali ed economiche delle famiglie di provenienza dei ragazzi determinano ancora il loro destino scolastico.
Non a caso a essere invitati a scegliere tecnici e professionali sono i ragazzi che provengono dalle famiglie delle classi sociali più basse quelli con genitori stranieri. In un articolo del Sole24Ore del 18 giugno 2018, dal titolo “Italia fanalino di coda per mobilità sociale” si legge:

da una generazione all’altra, i figli ereditano non solo gli (eventuali) beni di famiglia, ma anche l’istruzione, il tipo di occupazione e di reddito. Nel corso della vita gli spostamenti sulla scala sociale restano scarsi, soprattutto per chi sta ai gradini più̀ bassi

Il dato è che la scuola, la maggior parte delle volte, conferma le strutture di classe. E lo fa anche attraverso una che registra i risultati separandoli dai contesti (di apprendimento, di gruppo familiare, ecc.), che si limita a fotografare una situazione invece di cogliere gli elementi di un processo che non è solo cognitivo ma anche relazionale e affettivo.
Ma soprattutto che usa i voti che, oltre a classificare, consegnano a ragazzi e genitori la responsabilità̀ dell’insuccesso, senza nemmeno avere la possibilità̀ di comprenderlo.

“Il Voto, la malattia infantile dell’educazione. Il voto è la sorgente della paura preventiva, quella che ci portiamo dietro e che non se ne va più. Il voto è la valutazione. È il giudizio. È il sospetto che si annida dentro l’alunno, dentro il maestro. Il voto è la vergogna dell’essere somaro. E genera la vergogna dei genitori. È la vergogna è la resa di un insegnante. È per ultimo la resa di un’intera società. Che finisce solo per preoccuparsi dell’identità, dell’immagine. Di un fantasma.”
D. Pennac, Diario di scuola

Mariangela Campo
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