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Catania, quartiere San Berillo: da vicolo delle Belle a Piazzetta Sapienza, le sue storie di umanità  

Giu 17, 2024
Catania

La magia di vicolo delle Belle a Catania: Decorazioni e Natura

Catania, quartiere San Berillo: il vicolo che porta alla piazza è stretto ma decorato da pallet appesi al muro a cui sono appoggiati vasetti improvvisati riempiti di piante.
Recuperate qui e là, per dare alla natura una seconda occasione.
La vista si allarga sulla piazzetta dominata da un giovane ulivo e dai tavolini di un locale.
La luce arriva verticale e illumina un cantiere silenzioso.
Dalla finestra senza infissi si scorge un interno elegante e un recupero rispettoso.
Due operai riposano sulle panche di un pub chiuso, un uomo di colore scende da un altro vicolo.

Piazzetta Goliarda Sapienza: un omaggio alla letterata catanese

La targa istruisce il turista: Piazzetta Goliarda Sapienza, letterata, cineasta, poeta, 1924 – 1996 e poi, in caratteri più piccoli, tra parentesi (già Vicolo delle Belle).

La targa è pulita, nuova, ha circa 3 anni ed è il tributo di Catania a Goliarda Sapienza, resa famosa dal romanzo postumo “L’arte della gioia”.
Quest’anno ricorre il centenario della sua nascita.

Nel libro autobiografico “Io, Jean Gabin”, racconta la sua infanzia e celebra il singolare quartiere in cui è nata e cresciuta.

San Berillo: dal mercato del piacere al degrado urbano

Quella via delle Belle si riferisce alle “belle di notte” o comunque a quelle donne che in questa strada avevano eletto il luogo di lavoro o di vita.
Un mercato del piacere che conviveva con botteghe artigiane di ogni tipo e le case della borghesia catanese.
Al centro di una città che potrebbe essere qualsiasi e della quale ci rende in letteratura una testimonianza utile ad una storia che riguarda anche oggi. 

Un quartiere, San Berillo, in cui consigliano di non entrare a meno che non stiamo cercando di comprare qualcosa.
Quel qualcosa è la droga.
Qui si trova di tutto e la città nei decenni ha alternativamente tollerato e combattuto.
Accolto e espulso.
Compreso e espropriato.
Come se il disagio fosse solo una sensazione, un concetto e non fosse incarnato in esseri umani.
La Via delle belle dell’infanzia di Goliarda, ribelle, nata in una strana famiglia di dieci figli di due matrimoni diversi, è molto diversa da quella di oggi.
Le “belle” prima del 1958 si concentravano in 5 case di appuntamenti che contavano centinaia di lavoratrici del sesso.
La legge Merlin chiude le case e costringe le lavoratrici a organizzarsi individualmente, nelle proprie abitazioni, o in quelle in affitto, indirizzi che tutti i maschi della città conoscono e che i marinai americani si passano come un tesoro.

La trasformazione di San Berillo: la gentrificazione

Mentre le amministrazioni pensano ad una riqualificazione che prevede uno sgombero forzato.
È il germoglio di una gentrificazione ante litteram e il tentativo di ridare decoro ad una zona centrale.
A farne le spese saranno 30mila persone, artigiani compresi, che vengono espropriate con la promessa di case e vita migliore.
Il triangolo formato dallo spazio tra mercato, stazione e porto é ambito.
Ma la storia ci dirà che la ‘ pezza ‘ è peggiore del buco e oggi San Leone non è altro che un quartiere di degrado. 

Per evitare che le persone tornino, le porte delle case vengono murate, alcune demolite, 240mila metri quadri vengono spazzati via per fare spazio all’edilizia moderna.

San Berillo, dal nome del primo vescovo della città, viene sventrato nel 1956 e la ferita é tale che si ritrae, i suoi confini diventano più stretti, come se si rannicchiasse su se stesso.
Le botteghe degli artigiani, tintori, tipografi, pupari che costruivano personaggi mitici vestiti di elmi e scimitarre e gelsominari.
Una figura antica e scomparsa, che lavorava i fiori coltivati in provincia per estrarne il profumato olio e  componeva bouquet di piccoli fiori profumati da donare alle ragazze, che occupavano i locali al piano terra di Palazzo De Gaetani, chiudono i battenti insieme agli altri.
Anche la famiglia De Gaetani, che con Giuseppe si era opposta allo sventramento del quartiere e alla speculazione edilizia, abbandona il palazzo nel 1971.
É come se anche l’asfalto rivendicasse di vivere e in breve tempo molti locali vengono occupati anche per ospitare, di nuovo, la prostituzione.
Che qui è diversa da quella dello sfruttamento e della tratta ma è una attività libero professionale, che non è reato.

La nuova vita di San Berillo: immigrazione e integrazione

Le diverse ondate migratorie fanno sì che il quartiere a modo suo si ripopoli, i senegalesi negli anni ‘80 (oggi circa un migliaio) e più di recente giovani dell’Africa sub sahariana, Ghana, Gambia, Nigeria, che vengono reclutati dai caporali per lavorare nei campi in condizioni disumane o dalla mafia per lo spaccio.

Sono giovani uomini soli, che non hanno nulla da perdere, che rimangono bloccati in un sistema e ne fanno le spese in termini di salute psicologica.
Molti consumano le sostanze che vendono, altri bevono.
Hanno lasciato tutto e qui sono considerati “corpi estranei”.
Esistono, ma sono invisibili.
Nel quartiere gli equilibri sono delicati e vi si aggiunge l’ambivalenza delle forze dell’ordine, che quando possono danno una mano ma quando non possono esercitano una forza eccessiva che fa perdere la fiducia.
All’aiuto per le controversie tra abitanti si alternano azioni di repressione.
Ma non c’è un vero dialogo, le storie di sex workers, transessuali e migranti rimangono senza voce.

Associazioni e progetti di sostegno a San Berillo

A lavorare su un ascolto necessario, le associazioni del territorio come Officina Rebelde che offre anche sostegno legale grazie all’avvocato Federico Galletta, per questioni che vanno dal permesso di soggiorno ai contratti di lavoro.
Trame di Quartiere offre invece servizi “a bassa soglia” come assistenza medica e psicologica, attività creative e sportive e una scuola di italiano per aiutare i migranti a prendere la licenza media forniti da una rete di associazioni del territorio (come Difesa e Giustizia, Terramica e Cipia).
Il tutto nei locali del palazzo che l’attuale proprietario, l’illuminato Giovanni De Gaetani ha dato in comodato per realizzare un progetto di housing sociale formato da un bar, una sala conferenze, una piccola biblioteca e un campo da basket. 

Nel frattempo alcune lavoratrici del sesso hanno acquistato le case in cui lavoravano, e chi va via vuole tornare, perché San Berillo è in fondo la loro “casa” dove forse non sono stati completamente accettati, ma sono stati ascoltati.
Il piccolo quartiere che a inizio secolo contava circa duemila prostitute è una coperta per chi vi si è rifugiato.
Una coperta spessa di un tessuto la cui trama è troppo fitta per essere compresa da chi vi dedichi solo una visita, senza avvicinarsi troppo.
San Berillo non è un luogo sicuro né ospitale, sigillato dallo stigma di chi giudica senza conoscere e protetto dall’interno. 

Diviso tra una cortina esterna, residenziale, che ospita strutture ricettive e appartamenti per studenti o stranieri e una interna, solo apparentemente fantasma.
Nella quale brulica una vita da sottobosco che ha bisogno di riparo da occhi indiscreti.

È un elemento estraneo che il sistema immunitario della città ha tentato più volte di combattere ed enucleare, l’ultima volta con un’enorme operazione della squadra mobile nel 2000.

Il ruolo della Comunità: resilienza e innovazione sociale

Il quartiere è emblema di una geografia umana, in cui le persone plasmano le città e i territori e di come esistano innovatori sociali che appartengono anche (ma non solo) alle fasce più fragili.
Persone che non sono nate qui ma che qui devono o vogliono restare e alcuni dei quali tentano di fare del loro meglio.
Saikoo Ceesay è un bel ragazzo nero, la camicia a quadrettini e un cappellino sui ricci che mette in ombra solo in parte un sorriso largo: “Quattro anni per avere il permesso di soggiorno, le giornate di 12 ore chino nei campi di pomodori, avevo un diploma e ho pensato: possiamo lavorare con dignità “.

Crea Dokulaa, una cooperativa di ghanesi che dà lavoro ad altri immigrati, perché un contratto significa il permesso di soggiorno e tutele come l’assistenza sanitaria.
Poi mette su una associazione per i suoi connazionali, “siamo 30” dice con orgoglio.
Un altro filo del tessuto che copre e protegge, perché la rete sociale salva la vita se non hai altro.
La sofferenza psicologica dello sradicamento è elevata e si porta dietro quella fisica.
Come ci spiega Carolina Paternò, giovane educatrice che gestisce il bar di Trame di quartiere ed è un solido punto di riferimento per la comunità : “Sentono di appartenere a questo posto e, come possono, se ne prendono cura, lo nutrono”. 

Johann Rossi Mason
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