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Pandemia: il Lupus e il “tempo sospeso”

Mar 3, 2021
pandemia covid-19

Progetti saltati, vita ingessata, priorità da riconsiderare: in questi termini vengono spesso raccontate (e vissute) le restrizioni scattate con tante varianti sul tema a seguito della pandemia da coronavirus. Eppure, c’è una narrazione diversa per ognuno di noi. E ci sono i punti di vista di chi le chiusure le ha sperimentate a più riprese, molto prima che la parola lockdown entrasse a far parte del nostro vocabolario di massa. C’è, per esempio, la testimonianza di Luana Maurotti, 54 anni, da circa un ventennio a convivere con ricorrenti periodi di tempo sospeso, tra interventi chirurgici, limitazioni alla libertà personale e fasi acute della sua malattia, il Lupus eritematoso sistemico, detto in breve Les, patologia cronica caratterizzata da un’attivazione incontrollata del sistema immunitario.

Insomma: di lockdown, Luana se ne intende. E in risposta ai blocchi disposti dalla vita prima ancora che da decreti e ordinanze, si è allenata a costruire le sue strategie di adattamento. Come quelle da lei raccontate in “Memorie di pandemia”, collana nata per dare spazio a riflessioni e visioni di breve e lungo periodo: contenuti pubblicati sul sito Sociologia Clinica dedicato al ruolo delle conoscenze sociologiche applicate alla cura, al benessere, al cambiamento.

La ricerca della qualità di vita anche nella pandemia

Osserva le dinamiche della pandemia, Luana, e ripensa al proprio percorso: “Mi sembra di rivedere al rallentatore l’inizio della malattia, il cambiamento forzato delle abitudini, delle relazioni sociali […] insomma, uno stravolgimento totale”, si legge nel suo scritto dal titolo “In tempo di Covid, nel tempo sospeso, alla ricerca di una qualità di vita”. “In questo – continua il resoconto – i malati cronici potrebbero dare lezioni”. Ed ecco le possibili soluzioni: “Alla fine, ho adottato la tecnica (oramai sperimentata da anni) di spostare l’attenzione dal problema e fare cose che avevo lasciato in sospeso”. Dopotutto, “l’unica differenza dalle altre ‘quarantene’ è che non sono sola”.

Ma che dire sui rischi di contagio? “Certamente ci ho pensato”, precisa Luana: “Sarebbe stato impossibile non farlo in quanto – aggiunge – siamo stati bombardati da ogni mezzo di comunicazione”. Serviva quindi fare semplificare, selezionare, alleggerire: “Ad un certo punto ho spento il televisore perché lo sentivo come un martellamento psicologico. Ovvio che mi sono tenuta informata, ma una sola volta al giorno”.

Il periodo di distanziamento fisico legato all’emergenza sanitaria viene inoltre visto come opportunità di vicinanza sociale: “Ho ascoltato con molta più attenzione i mei ‘compagni d’avventura’ affetti da patologie croniche”, dice per esempio l’autrice. Più in generale: “In questo tempo di pandemia abbiamo dovuto adottare le distanze fisiche, ma certamente si sono rafforzati i rapporti sociali. Abbiamo avuto la possibilità con tutti i mezzi di comunicazione di accorciare queste distanze”.

Il senso della cittadinanza attiva in pandemia

Gli elementi biografici qui descritti sono in linea con esperienze nel segno della cittadinanza attiva. Luana Maurotti ha dalla sua un ruolo nel consiglio direttivo del ‘Centro servizi per il volontariato’ (Csv) di Catanzaro, da gennaio 2021 inglobato nel Csv “Calabria Centrale”. In più, presiede l’associazione “Cal. m.a” (Calabria malati autoimmuni), nata con l’obiettivo di ascoltare le persone malate nella logica dell’aiuto reciproco e di creare un osservatorio per migliorare la conoscenza di queste patologie sul piano statistico, sociale, sanitario e favorire la ricerca. Iniziative che fanno il paio coi tanti appelli fatti anche in considerazione della pandemia: moniti lanciati da Luana partecipando a incontri istituzionali, scrivendo lettere aperte, invitando donne e uomini della sua regione a metterci la faccia per difendere e rafforzare la parte buona del sistema sanitario calabrese.

All’attivo anche l’interesse per la scrittura: “A spasso con il lupo” è la tesi di laurea in Scienze sociali divenuta il libro con cui Luana racconta il Lupus attraverso storie di vita sua e di altre donne. Una passione terapeutica, quella di scrivere, cui se ne aggiunge un’altra sbocciata nei giorni delle restrizioni anti-Covid: “Una parte del mio tempo – si legge in Memorie di pandemia – l’ho impiegato a far nascere un piccolo orto biologico, e questo oltre che a tenermi impegnata in una cosa nuova mi ha fatto molto riflettere”.

Seminare con cura

“Dovremmo imparare dal contadino”, suggerisce quindi Luana. Il suo pensiero va alla pazienza del seminare con cura, sempre e comunque, a prescindere dai frutti che (forse) verranno. “In questo periodo di emergenza – riflette l’autrice – è stato come se un vento gelido fosse venuto a soffiare sul nostro ‘campo’, gelando tutti i semi che noi avevamo riposto con la speranza di un raccolto abbondante”. Dunque, il consiglio: “Adesso che abbiamo perduto il raccolto, teniamo sempre a mente che non abbiamo perso tutto, abbiamo sempre il campo (la nostra vita), e da qui bisogna ripartire. Non da dove avevamo lasciato, né come facevamo prima, ma con un nuovo metodo e nuovi ‘semi’ da piantare”. Soprattutto – è la conclusione – “non dimentichiamo che in mezzo al nostro campo non deve mancare mai il ‘seme’ della speranza”, che “ci darà nuovo fervore per ricominciare”.

Francesco Ciampa
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