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Pandemia: come il Covid-19 ha cambiato la nostra lingua

Gen 27, 2022
pandemia


Ho dedicato particolare attenzione, fin dai primi mesi della pandemia, scrivendo molti articolo, ad un aspetto molto interessante legato al Covid-19: i neologismi nati durante l’emergenza sanitaria.
Davvero impossibile riuscire a classificare i neologismi nati ai tempi del coronavirus. Di giorno in giorno, sono cresciuti a dismisura e sono diventati parte integrante della nostra lingua. Da sociologo della comunicazione mi piace riflettere su questo tema.


Tutte le società sono fabbriche di significati, ma anche qualche cosa di più; sono i vivai della vita piena di significato”, scriveva Zygmunt Bauman sviluppando un concetto attualissimo, perché la società ha la necessità di trovare parole che veicolino un significato. Nel nostro presente per spiegare la terribile pandemia che ci ha travolti abbiamo bisogno di parole che diano un senso alle nostre domande. Tantissime le neoformazioni fondate sulla parola coronavirus nella sua interezza da quelle che si basano su uno solo dei suoi componenti (di volta in volta corona o virus).

Pandemia tra le parole più ricercate dalle persone


La parola pandemia è stata una delle parole più ricercate dagli italiani, insieme ad assembramento e asintomatico, sul vocabolario online Treccani. Moltissime persone sono andate alla ricerca di questo termine come se fosse il meteo, o l’oroscopo, del giorno.
Il portale Treccani.it ha registrato una crescita esponenziale dei suoi visitatori e si conferma un importante punto di riferimento per smascherare il significato di un’altra parola come “infodemia”, neologismo fra i più recenti, ovvero: “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.


La Treccani ha anche stilato la “lista delle dieci Parole del Coronavirus” in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e pubblicata all’interno della sezione “Le parole valgono” insieme ad una definizione per un loro utilizzo corretto e consapevole. Oltre a rintracciare “pandemia” e “infodemia”, a cui ho già accennato, troviamo: batterio, contagio, paziente zero, epidemia, letalità, quarantena, stress, virus.
Tantissimi i neologismi che mantengono il termina virus, legandosi ad altre parole. Ci sono stati casi atipici di neoformazione da coronavirus. Quello che più mi ha colpito è corona-fake, attestato la prima volta su La Stampa il 16 marzo. Questo termine richiama le famose “fake news” o le bufale del web.



La nascita delle “parole macedonia”


Tantissime le “parole macedonia” come covidiota, diventato un top di tendenza su Twitter il 22 marzo 2020.
Gli esperti dell’applicazione per l’apprendimento delle lingue di Babbel hanno selezionato alcuni termini cruciali, parole nuove e trend linguistici per comprendere al meglio l’attuale contesto storico. Ma non è tutto un recente articolo de Il Fatto Quotidiano, scritto dal giornalista Marco Vesperini, evidenzia il lessico della Generazione Z. Emerge la presenza di tanti prestiti derivanti dal registro linguistico anglofono.
La pandemia, in questi due ultimi anni, ci ha costretti ad acquisire un lessico scientifico presente e utilizzato dai Media. Ecco parole come droplets, contact tracing, conference call, smart working e potremmo elencarne tante altre.
Contemporaneamente si sono affermate parole usate solo dalle nuove generazioni, gli zoomer o Generazione Z, nati tra il 1997 e il 2010, che amano le piattaforme social come Tik Tok e Twitch. Espressioni che, molte volte, arrivano dal registro linguistico anglofono come meme, durante il lookdown i social ci hanno offerto una quantità infinita di contenuti di intrattenimento. A meme si possono aggiungere: cringe, flex, trigger, ship, crush e le loro relative verbalizzazioni. Insomma, un universo nuovo per i “baby boomer”, i sessantenni, e anche per i millennial.


Il linguista Marco Biffi, professore associato dell’Università di Firenze, responsabile del sito web della Crusca, ha spiegato al Fatto Quotidiano che: “In una realtà globale a forte prevalenza anglofona, i fattori che determinano la forte presenza di parole di origine inglese nel gergo giovanile mi paiono soprattutto due. Il primo è legato alla velocità di propagazione delle parole nella rete e alla loro “densità”: infatti non soltanto parole create da chiunque possono diffondersi in modo istantaneo e senza che possano essere metabolizzate dalla lingua, ma possono farlo anche con un’altissima frequenza d’uso. Il secondo elemento è che tra i giovani ormai l’uso dell’inglese è ritenuto più adeguato alla loro espressione”.


E ancora Biffi: “Come diceva De Mauro l’italiano lo fanno i 55 milioni di italiani che lo parlano (oggi sono un po’ di più). In genere parole che nascono come parole gergali sono stagionali. Oggi fare previsioni è anche più difficile, perché così com’è facile, e veloce, l’ingresso, è altrettanto facile e veloce la fuoriuscita. Personalmente credo che molte di queste parole non rimarranno nella lingua italiana, perché sono spesso legate a fenomeni di costume, o anche a tecnologie, destinate a perdersi; e con esse si perderanno le parole che le descrivono. (…) Taggare ha una grande importanza nella comunicazione social di oggi, ma tra due anni potremmo essere chiamati a fare cose completamente diverse, con un metodo diverso e chi sa quale sarà il nome che useremo. Negli ultimi anni c’è stata poca attenzione e poca cura per l’italiano da parte delle istituzioni (centrali e locali), che hanno puntato piuttosto sulla valorizzazione dell’inglese. La lingua non è solo uno strumento con cui comunichiamo, ma prima di tutto è lo strumento con cui pensiamo. E saper pensare autonomamente è il presupposto per essere realmente liberi, senza essere sottoposti alla mediazione di nessuno”.


Ce la faremo a salvare, o meglio a salvaguardare, la lingua italiana dai tanti prestiti? Oggi non sappiamo ancora quali altri nuovi neologismi invaderanno le nostre vite.
Possiamo sperare che i neologismi legati alla pandemia siano di breve durata, legati ad un’emergenza che dovrà prima o poi concludersi. Scriveva Emily Dichinson: “non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere”.

Ma non sempre è così…ovviamente.


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Francesco Pira
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