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Pandemia: chi stava già bene, ora sta ancora meglio

Lug 1, 2021
pandemia

Alla fine di aprile il ricercatore Enzo Risso, sul quotidiano Domani, ha analizzato i risultati di una ricerca sulla popolazione italiana. I dati evidenziavano come la pandemia ha decimato il ceto medio italiano. Adesso Risso è tornato ad esaminare la piramide sociale del paese, mettendo in luce i dati recenti dell’Istat. Emerge con precisione la percentuale dei poveri (+ 1,7 per cento).

Lo studio di tutti gli elementi raccolti, nei primi sei mesi dell’anno, ci presenta i segnali di ripresa e determina le mappe sociali. In aumento (+1 per cento) quella fetta di cittadini che non può pagare le spese dentistiche, del mutuo di casa o dell’affitto, ma, allo stesso tempo, decresce il numero di quanti ritengono di non poter far fronte alle spese straordinarie o impreviste (-3 per cento).

Risso ci avverte di alcuni cambiamenti importanti che non possono essere sottovalutati o non considerati. A quanto pare, rispetto ai mesi precedenti, sembra che il ceto medio si stia riprendendo. L’indicatore di ripresa arriva dalla campagna vaccinale che ha ridato speranza a chi lavorava nel commercio, nel turismo, nell’artigianato, azionando quell’energia necessaria per ricominciare a vivere.

Per quanto riguarda i benestanti, che avevano già un certo reddito, oggi sono in crescita, con un potenziamento del 2 per cento rispetto all’autunno 2020.

Fratture sociali significative

Purtroppo, restano ancora aperte le problematiche per le tre classi sociali che si collocano sotto al ceto medio. Migliora la condizione delle persone appartenenti al ceto medio decaduto, ossia quelle che facevano parte del ceto medio italiano e che col tempo, prima a causa della crisi economica e poi a causa del Covid, sono rimaste prive della loro sicurezza e della loro posizione sociale. Soltanto il 3 per cento di questa componente avverte un avvicinamento al ceto medio. È vero che si accorciano le distanze sociali di questo segmento di popolazione, ma rimane comunque quello più ampio con una percentuale del 39 per cento.

Nessun cambiamento favorevole né per il ceto fragile, ovvero quelli che non arrivano a fine mese, e né per il ceto  basso, quelli che hanno meno del necessario o si sentono poveri. Il ceto fragile e il ceto basso rappresentano il 17-18 per cento della popolazione. In questa percentuale sono inclusi 5,6 milioni di persone in povertà assoluta di cui parla l’Istat e a questi si devono sommare altri 4-5 milioni di persone che finiscono costantemente le loro risorse economiche famigliari ancor prima che si concluda il mese. Questo significa che i problemi sono aumentati per chi si trovava nei segmenti più delicati della società.

Risso sottolinea come l’Italia presenti fratture sociali significative, dove poco più del 40 per cento vive una condizione stabile e poco meno del 60 per cento vive condizioni sociali ed economiche non sicure che non gli garantiscono un’esistenza dignitosa. In Italia, ricorda ancora Risso, è in atto una polarizzazione sociale che vede il numero dei benestanti stare sempre meglio. Mentre il ceto medio dà segnali di ripresa, ma rimane sempre al di sotto del 40 per cento e gli altri ceti che sopravvivono tra insicurezze e  preoccupazioni.

Insomma, ancora una volta ci troviamo di fronte al dramma di quanti, da un momento all’altro, sono passati da una classe sociale all’altra e che hanno visto i loro problemi acuirsi a causa della pandemia. Sicuramente, l’analisi di Risso ci fa conoscere una realtà su cui forse non abbiamo, ancora oggi, riflettuto abbastanza: la povertà e la fame di molti.

Riavviare i processi di comunicazione sociale e politica

Ho cercato, in questo ultimo anno, di riflettere  e far riflettere sulle conseguenze di questo terribile periodo. Abbiamo perso tutte le certezze economiche  e l’idea che avevamo delle istituzioni si è letteralmente trasformata. Abbiamo perso fiducia nella classe politica e anche nella classe medica, perché in molte occasioni la comunicazione si è rivelata confusa e poco credibile. Ci siamo trovati di fronte a talk show in cui politici e medici continuavano a discutere e a litigare, dimenticando che dall’altra parte dello schermo c’era anche chi non moriva di covid, ma moriva di fame e di stenti. L’assenza di punti riferimento hanno generato l’insoddisfazione sociale, con un conseguente aumento dell’egoismo dove il detto: “mors tua e vita mea” è diventato il motto di gran parte della popolazione. Mentre continuavamo a ripeterci “ce la faremo”, entravamo in un sistema di totale isolamento dove non c’era più posto per l’altro e non ce ne siamo resi nemmeno conto.

Bisogna tornare ad avviare i processi di comunicazione sociale e politica. I cittadini aspettano dei cambiamenti che diano loro serenità e certezze, ma soprattutto che vengano presi in considerazione i problemi di quegli uomini e quelle donne che, dopo tanti mesi di difficoltà, si sentono ancora soli e abbandonati da quanti hanno fatto loro promesse e proclami.

Recuperiamo gli articoli della nostra amata Costituzione come ad esempio l’Art. 4 che recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Ridiamo dignità a chi l’ha persa e smettiamola di polemizzare, perché ogni cittadino ha dei diritti inviolabili che non possono essere dimenticati o, ancor peggio, ignorati.

Francesco Pira
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