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Metaverso e violenza sulle donne

Mar 24, 2022
metaverso

Ormai non si parla d’altro se non del Metaverso. Ogni giorno, da quando Mark Zuckeberg ha svelato al mondo il suo nuovo progetto, continuano ad arrivare molte notizie altalenanti ma anche allarmanti.

Il Metaverso è un mondo molto particolare in cui tutto si muove tra il reale e il virtuale, dove è difficile distinguere noi e il nostro avatar. Non solo… non mancano le polemiche sulla privacy e la sicurezza, poiché alcuni eventi non sono prevedibili o immaginabili.

Diverse le vittime reali, con danni anche fisici, provocati da un mondo virtuale. Alcune persone hanno acquistato un VR (il visore che ti permette di entrare nella realtà virtuale), pensando alle belle parole di Zuckerberg: “Sarà possibile giocare, lavorare, fare acquisti e coltivare le nostre relazioni sociali, attraverso i nostri avatar”. Peccato che le cose non stiano proprio cosi…

La violenza sulle donne nel Metaverso

L’uso di questi visori sta provocando la “Gorilla arm syndrome” (dolori articolari provocati dal numero di ore trascorse a braccia alzate). Si contano i casi di clavicole slogate, di chi ha distrutto i mobili di casa e si è ferito in salotto, colpendo gli oggetti durante i giochi virtuali.

Quel che peggio è la presenza di diverse forme di molestie sessuali. Una donna in Gran Bretagna, mentre partecipava al gioco virtuale Horizon Worlds, inserito sul mercato da Meta, è stata virtualmente aggredita, violentata e offesa con frasi come: “Ammetti che in realtà ti piace” da quattro avatar maschili.

Le molestie sessuali non sono normalmente uno scherzo su Internet, ma essere in realtà virtuale aggiunge un altro livello che rende l’evento più violento” ha scritto nel gruppo Facebook ufficiale di Horizon Worlds la donna. E ancora: “Non solo sono stata palpeggiata la notte scorsa, ma c’erano altre persone lì intorno che sostenevano questo comportamento, cosa che mi ha fatto sentire isolata”. Il vicepresidente di Horizon Vivek Sharma si è espresso sull’episodio definendolo “assolutamente spiacevole”. L’azienda ha effettuato i dovuti controlli e si è resa conto che l’utente non aveva attivato la funzionalità di sicurezza, presente in Horizon Worlds, ossia la “Safe Zone” che funge da protezione nei casi di necessità.

Tanta la solidarietà degli utenti, ma non sono mancati gli odiatori seriali: “La prossima volta scegli un avatar maschile”, “Non essere stupida non era reale”, “È una patetica richiesta di attenzione? Vergognati”. Le forme di odio, negli ultimi due anni, si sono moltiplicate a dismisura, colpendo le categorie più deboli soprattutto donne e anziani.

La donna non è certamente un’inesperta, perché è vicepresidente di una società delle tecnologie virtuali, Kabuni Ventures, e sa muoversi all’interno di queste piattaforme.

La realtà virtuale necessità di nuove regole

La giornalista Tanya Basu, redattrice della rivista MIT Technology Review del Massachusetts Institute of Technology, ha commentato che: “Non è la prima volta che un’utente viene palpeggiata nella realtà virtuale e, sfortunatamente, non sarà l’ultima”.

Un caso di aggressione, riferito dal portale Il Post,  è stato registrato anche nel 2016 e a testimoniarlo fu un’utente di QuiVr che riferì di essere stata palpeggiata da un altro utente durante una sessione di gioco. QuiVr introdusse immediatamente una modifica al gioco per permettere a qualsiasi utente di proteggersi attraverso il gesto di allungare o incrociare le braccia. Purtroppo, anche in questa circostanza  uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista della Digital Games Research Association, una società finlandese non profit di ricerca accademica sui videogiochi, affermò che i commenti furono “sprezzanti nei confronti dell’esperienza subita dall’utente e, a volte, offensivi e misogini”. In molti ritennero che una molestia virtuale ha un valore diverso ad una molestia subita nella vita reale.

La docente di comunicazione alla Ohio State University, Jesse Fox, ha dichiarato al MIT Technology Review che: “Le persone dovrebbero tenere a mente che non è mai stato necessario per definire le molestie sessuali che fossero una cosa fisica. Possono essere verbali e sì, possono anche essere un’esperienza virtuale”. E ha aggiunto: “Servirebbero dei deterrenti rispetto a determinati comportamenti e che fosse possibile scoprire eventuali molestatori e non permettere loro – attraverso sospensioni o esclusioni – di partecipare ancora alle sessioni online una volta scoperto il loro comportamento molesto. Non esiste un organismo che sia chiaramente responsabile dei diritti e della sicurezza di coloro che partecipano a una qualsiasi cosa online, figuriamoci se esiste nei mondi virtuali”.

La responsabilità è delle piattaforme

Secondo Fox e secondo Katherine Cross, ricercatrice della University of Washington, sono le piattaforme a dover vigilare e a dover controllare. La Cross ha detto chiaramente che “Non è corretto – né può funzionare – che le aziende affrontino i casi di molestie online esternalizzandone la gestione, ossia affidando all’utente il compito di prendersi cura di sé attraverso specifiche funzioni”.

Dover ricorrere alla “Safe Zone” è “l’equivalente digitale di dire alle donne che se non vogliono essere molestate mentre camminano per strada, dovrebbero semplicemente rimanere a casa”, ha spiegato sul Guardian la giornalista Arwa Mahdawi.

Non ci sono dubbi il Metaverso presenta degli aspetti che vanno ben testati e regolamentati per porre rimedio ai tanti problemi presenti. Il rischio è quello che si verifichino episodi di violenza e di cyber bullismo. Insomma, abbiamo creduto di trovare un mondo migliore nel Metaverso, ma cercare di conciliare realtà e finzione è probabilmente solo un’utopia. 

Francesco Pira
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