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Mamme e lavoro: la ripartenza post Covid-19 passa dal rilancio dell’occupazione femminile

Mag 3, 2021
Mamme e lavoro

Stanche, più povere, demotivate, sole. A guardare i numeri lo scenario è impietoso: le mamme italiane stanno pagando un prezzo altissimo per la crisi economica e sociale collegata alla pandemia. Eppure, in un quadro nerissimo, c’è chi scommette, a livello istituzionale, personale e collettivo, sulla capacità di adattamento e resistenza delle donne. E indica una strada per la ripresa post pandemia che passa proprio dal rilancio dell’occupazione femminile e dalla disponibilità di servizi, competenze e nuove politiche del lavoro in grado di intercettare il bisogno e trasformarlo in potenzialità di crescita e benessere per tutti.

Nell’ultimo anno 1 donna su 2 ha visto peggiorare la propria situazione economica, hanno certificato in occasione dell’8 marzo i dati diffusi da We World Onlus. Solamente a dicembre scorso, ha calcolato anche l’Istat, su 101mila posti di lavoro persi per colpa del Covid-19, 99mila sono stati posti di lavoro femminili.
Tra scuole chiuse, dad e smart working, le donne mamme hanno visto aumentare ulteriormente anche il già pesante carico di lavoro dedicato alla cura: da 5 a 8 ore al giorno in media. Il risultato? 3 mamme su 10 non occupate hanno rinunciato proprio a cercarlo, un lavoro. Le altre, continuano ad annaspare. Non a caso, l’impatto è “devastante” anche sul piano delle relazioni sociali e sul desiderio di fare progetti per il futuro (sentimento condiviso dall’80% delle donne italiane).


“Sono dati che fanno male, che ci devono preoccupare, ma che non sorprendono. Ci mettono davanti alla fragilità del lavoro e della condizione femminile – analizza l’economista Azzurra Rinaldi, a capo della School of Gender Economics dell’Università La Sapienza di Roma -. L’Italia ha un problema strutturale con l’occupazione femminile, in modo particolare con quella delle mamme lavoratrici”. Una situazione che rappresenta “un fallimento del sistema economico nel quale non perdiamo solamente noi donne, ma tutti, in un Paese che è più povero e nel quale si fanno anche meno figli. Liberare la forza lavoro femminile in maniera strutturale, e non semplicemente attraverso la politica dei bonus, innescherebbe, invece, un meccanismo virtuoso nel quale le famiglie sarebbero più ricche e nelle tasche dello Stato entrerebbe il doppio del gettito fiscale, utile a poter fornire il doppio del servizi strategici integrati. E nel quale si farebbero anche più figli perché, checché ne voglia la narrazione che vuole le donne angelo del focolare a casa ad accudire i bambini, con uno stipendio solo i figli non si fanno”.

Ripartire dalle competenze: il progetto Masp


Un esempio della “ragnatela” che mostra skills e punti di debolezza alla fine del percorso MASP

Ma se la “liberazione” di questa immensa forza lavoro paga oggi più che mai lo scotto dei tempi lunghissimi delle politiche centrali, una certa vivacità di iniziativa, anche in questo periodo, la si nota a sprazzi nel settore privato. Non a caso, sempre secondo i dati We World Onlus, 2 lavoratrici su 3 hanno usufruito in questi mesi di agevolazioni sul lavoro aggiuntive rispetto a quelle previste nei decreti, messe a disposizione volontariamente dalle aziende, che hanno così supplito a gravi mancanze, come i ritardi nei rinnovi dei congedi parentali.
Anche a livello territoriale c’è chi non si è fermato: è il caso del progetto MASP – Master Parenting in Work and Life che, in piena pandemia, ha sperimentato a Milano nuovi percorsi digitali per facilitare il rientro nel mondo del lavoro di mamme che il lavoro lo avevano perso proprio a causa della maternità. L’idea: trasformare il fardello rappresentato dai lavori di cura in una nuova potenzialità valorizzando proprio le competenze personali acquisite attraverso di essi. “Abbiamo coinvolto 40 donne tra i 29 e i 49 anni, diplomate o laureate, disoccupate, che si erano allontanate dal lavoro per accudire i figli”, spiega Tommaso Di Rino, direttore generale di Afol Metropolitana, capofila insieme al Comune di Milano e ad altre realtà territoriali del progetto, finanziato dall’Unione Europea. “Le partecipanti hanno seguito un percorso individuale di 8 ore, supportate dalle operatrici dei centri per l’impiego e da counselor, per giungere alla ricognizione di soft skills, punti di forza su cui puntare e punti critici da fronteggiare e migliorare”. La piattaforma Masp è stata poi resa disponibile online, in auto somministrazione: oggi chiunque può seguire il percorso in autonomia. Si risponde a 64 domande, in cambio la piattaforma produce una sorta di ragnatela colorata con una scala di valori che indicano dove una donna è più “skillata” e dove lo è meno, con riferimento a 4 aree specifiche (sociali, emotive, realizzative, cognitive).

Una particolarità: il risultato può essere inviato, direttamente dalla piattaforma, a 3 tra familiari, amici o conoscenti, chiedendo loro di rispondere alle stesse domande. Al termine tutte le ragnatele vengono sovrapposte per un risultato ancora più indicativo. “Alla fine – spiega il direttore – a ogni partecipante forniamo una serie di indicazioni di carattere normativo e suggerimenti pratici su come meglio utilizzare quanto è emerso dal test, nel redigere il cv o durante un colloquio di presentazione in azienda. Finora sono state oltre 1000 le donne che si sono registrate per seguire il percorso”.
Parallelamente, è stato avviata un’azione di sensibilizzazione sul ruolo strategico del lavoro femminile nelle aziende attraverso Api, l’Associazione delle Piccole e Medie Imprese, ed è stato realizzato un kit informativo rivolto anche ai papà. Un volume che “li guida nel percorso genitoriale tra diritti e opportunità, nell’intento di riequilibrare i rapporti di coppia in ambito famiglia-lavoro e consentire ad entrambi i partner di dedicare tempo piacevole alla funzione di genitore e tempo gratificante per la propria carriera lavorativa, sfruttando quanto prevede la normativa e cogliendo le opportunità dei servizi offerti sul territorio”.


La piattaforma potrebbe diventare ancora più utile nei prossimi mesi quando lo sblocco dei licenziamenti rischia di “coinvolgere migliaia di donne dell’area metropolitana di Milano molto attive in settori come turismo e commercio. Per molte – analizza il direttore di Afol – sarà necessario acquisire nuove competenze per facilitare il passaggio da un settore all’altro”. Ed è qui che sta guardando l’Agenzia milanese perché il progetto non rimanga un percorso a metà: “MASP, come tutti i progetti, ha una fine. Spesso accade che non si valorizzano gli sforzi fatti e non si investe sugli obiettivi raggiunti. Non vogliamo sia questo il caso”, conclude Di Rino spiegando come Afol stia sviluppando una serie di nuovi percorsi integrati di orientamento, riqualificazione e accompagnamento al lavoro post Covid-19: una sorta di step 2 per trasformare la maggior consapevolezza di sé raggiunta attraverso il percorso MASP in occasioni concrete di lavoro per le donne.



Il cambiamento può essere l’opportunità

Che le soft skills, e la capacità delle aziende di valorizzarle, possano essere una delle strade è convinta Antonella Romanini. 39 anni, consulente marketing per piccole-medie imprese del milanese, è ambassador del progetto dedicato all’empowerment femminile nel campo dell’imprenditoria, dell’innovazione e della comunicazione WomenX Impact, e mamma due bambine di 6 e 10 anni. Lo scorso gennaio, in piena “fase tre”, dopo 20 anni di lavoro dipendente in varie realtà, Romanini ha fatto il grande salto: lasciare il “posto fisso” per aprire la partita iva e diventare freelance. “Ero in cassa integrazione dalla scorsa primavera, lavoravo ormai un giorno a settimana, ma io non so stare ferma e le prospettive non erano buone – racconta -. Così, dopo molte riflessioni, ho fatto quello che non avrei mai avuto il coraggio di fare se non ci fosse stato il Covid-19, soprattutto con due figlie e le garanzie di un lavoro fisso”.


Il cambiamento è stata l’occasione per riprendere in mano il blog aperto anni fa e dedicato proprio al tema del lavoro al femminile. “Ho ricominciato a raccontare storie di donne, mamme e non, che hanno un percorso personale e professionale che possa parlare anche alle altre e passare un messaggio: prendere in mano la propria vita e cambiare, se quello che abbiamo non ci soddisfa, anche in un momento difficile come questo, si può fare”. Da qui, è nata anche la collaborazione con WomenX Impact in vista dell’evento in programma a Bologna a fine settembre, che punta a fornire contenuti per una ripartenza tutta al femminile.
Il punto di vista di Romanini, che ogni giorno si interfaccia con tante piccole-medie imprese, spesso tutte al femminile, è privilegiato: “È inutile negarlo: per le donne la ripartenza sarà più dura perché siamo noi a essere rimaste a casa. Ma è anche vero che nell’ultimo anno le donne hanno saputo tirare fuori risorse impensabili, soprattutto per gestire la conciliazione famiglia-lavoro. Molte aziende, non tutte, hanno già capito e stanno cambiando prospettiva: senza flessibilità non si va avanti e le soft skills femminili, potenziate durante il lockdown, saranno sempre più centrali”.
Ma che è ne è della scelta personale della professionista Romanini? “Sono molto contenta– racconta -. Prima di lasciare il vecchio lavoro e aprire la partita iva ho preparato il terreno lavorando soprattutto sui miei contatti perché il passaggio non fosse un vero salto nel vuoto, ma una nuova partenza con una piccola base di clienti già consolidata. Lavoro soprattutto con le pmi, che tendono spesso a trascurare marketing e comunicazione per mancanza di risorse. Ho analizzato lo scenario e costruito la mia strategia da freelance su questo: offrire un servizio a prezzi adeguati alle loro possibilità, ma ben fatto, e centrato anche sulla formazione in modo che le aziende possano valorizzare le risorse interne. È un modello che sta funzionando. I vantaggi della libera professione sono molti – prosegue – posso gestire in maniera flessibile il mio tempo e con due bambine, in questo periodo, è importantissimo. Certo, la partiva iva è un eterno punto di domanda, non ci sono garanzie. Per questo, lavorare costantemente sulla rete con altri professionisti è fondamentale. La difficoltà principale? Proprio organizzare meglio il tempo per il lavoro, che sembra infinito, e invece c’è un momento della giornata in cui bisogna dire basta. E poi, la parte legata alla gestione dei conti: mi fido del commercialista, ma sto studiando perché vorrei avere il controllo in autonomia anche di quell’aspetto”.

Cambiare la narrazione

Storie come quelle di Antonella Romanini, di donne che nell’ultimo anno si sono rimesse a studiare, hanno aperto nuove attività o hanno reinventato la propria alla luce delle nuove condizioni poste dalla pandemia sono numerose. I dati dicono che il tasso di natalità delle imprese al femminile, che in epoca pre-Covid-19 era tre volte quello medio, ha subito un forte rallentamento. Ma anche che, rispetto alla media, nell’ultimo anno sono di più le imprese femminili che hanno avuto perdite basse, comprese tra il 20 e il 50%, e molte meno quelle che hanno avuto perdite alte, superiori al 50%. E che, per esempio, le imprese femminili sono quelle che hanno puntato maggiormente sulla digitalizzazione per affrontare la crisi o, nel caso della ristorazione, si sono adattate più facilmente al delivery: “Sono numeri – analizza l’economista Rinaldi – che raccontano come, nell’odiato multitasking, le donne siano abituate a cercare soluzioni. Dietro ci sono storie che certamente non cambiano la narrazione collettiva, però, aggiungono qualcosa di fondamentale e potente ed è importante dare loro risalto: in una situazione nella quale stiamo perdendo di più il lavoro, nonostante il carico di cura che aumenta, la fatica e le preoccupazioni, noi resistiamo”.

Quello che rimarrà: più consapevolezza e partecipazione

Ma resistere, da solo, può bastare? Ciò che rimarrà sicuramente, anche quando il virus se ne sarà andato, o avremo quanto meno imparato a tenerlo sotto controllo, sarà sicuramente una maggior consapevolezza collettiva della fragilità e, insieme, delle enormi potenzialità connesse al rilancio dell’occupazione femminile in un quadro di una più equa distribuzione dei carichi di lavoro a casa e fuori casa.
Ne è convinta proprio Rinaldi che, da esperta di economia di genere, è stata nei mesi scorsi una delle principali animatrici del movimento Giusto Mezzo. Nato dall’impegno di un ampio gruppo di donne della società civile, da mesi GM sta portando avanti una battaglia che individua nei 222 miliardi dei fondi Next Generation Eu e nel modo in cui verranno investiti uno strumento fondamentale per riscrivere l’equità di genere nel nostro Paese attraverso una serie di azioni concrete: offerta diffusa di nidi e scuole a tempo pieno, investimenti lungimiranti sulla scuola e strutturali per il superamento della discriminazione di genere nel mondo del lavoro.

Una battaglia su tutte? Quella, semplice eppure difficilissima, per il congedo di paternità obbligatorio equiparato a quello di maternità. “L’elefante nella stanza di tutta la questione sono le attività di cura non retribuite. Le donne sono le più formate, si laureano prima e meglio e, di conseguenza, dovrebbero anche essere quelle in grado di contribuire meglio alla ricchezza del Paese. E, invece, noi che facciamo? Investiamo sulla loro formazione e poi non le mettiamo nella condizione di lavorare. È come non chiedere indietro il ritorno sull’investimento: una follia dal punto di vista economico. Per questo motivo, il congedo di paternità obbligatorio sarebbe preziosissimo, non solamente in un’ottica di equità, ma anche di mera efficienza economica: allineerebbe davvero le donne agli uomini nella fase di accesso al mercato del mondo del lavoro su base unicamente meritocratica”.


In Spagna lo hanno appena fatto introducendo sei settimane di congedo obbligatorio e non trasferibile e dieci facoltative per entrambi i genitori. Al momento, nel nostro Parlamento ci sono diverse proposte trasversali su questo tema che aspettano solamente di essere discusse: “Non è vero che non ci sono i fondi per rendere obbligatorio il congedo di paternità: è vero, piuttosto, che i Governi fanno delle scelte in base a priorità e questa non è mai stata individuata come tale”.

L’occasione dei fondi europei: l’impegno del Giusto Mezzo

Proprio perché lo diventi il Giusto Mezzo scende da mesi in piazza e, spingendo molto su passaparola e social, ha lanciato una petizione indirizzata al Governo che ha raccolto, sinora, oltre 62mila firme su questo e su tutte le altre proposte di revisione delle politiche del lavoro volte a “ridisegnare un Paese più equo, più giusto, più sano” nell’interesse di tutti.
Lo scorso 18 marzo, le attiviste hanno impacchettato i loro strumenti di lavoro e li hanno riconsegnati al Governo, a simboleggiare l’impossibilità a lavorare nella situazione attuale. L’attenzione è alta, e va sfruttata: “Non c’erano mai stati prima così tanto interesse e partecipazione. Quello che facciamo è uno strumento attraverso il quale, più raggiungiamo persone meno consapevoli, più alziamo il livello di consapevolezza della popolazione tutta. Con il Giusto Mezzo abbiamo lavorato giorno e notte, come delle pazze, ognuna per le competenze che poteva mettere a disposizione perché il Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che disegna come verranno investiti i soldi europei, desse spazio a questi temi – racconta ancora l’economista Rinaldi – I limiti? Siamo tutte molto stanche e provate: anche fare attivismo, in questo momento, è veramente faticoso”.


E poi, c’è il problema della rappresentanza ai “tavoli” che contano, il passaggio dalla consapevolezza collettiva e dall’attivismo alla possibilità per le donne di essere portatrici attive di interesse lì dove le decisioni vengono prese. È proprio quello che è accaduto con il Pnrr che il Governo ha appena presentato a Bruxelles: nonostante l’impegno delle attiviste, che hanno manifestato fino all’ultimo giorno, e la forte pressione mediatica che sono riuscite ad attivare, i fondi ottenuti sono ancora insufficienti (per gli asili nido, per esempio, poco più di 4 miliardi, bastanti a malapena a garantire posto a 1 bambino su 3). È mancata nel Pnrr la visione, la capacità, ancora una volta, di porre in maniera sistemica e trasversale il tema dell’occupazione femminile, relegato per lo più al sottocapitolo dell’inclusione sociale. È successo anche perché lì dove si decideva le donne non c’erano. “Il rischio – avverte Rinaldi – è che, così concepito, il Piano produca un effetto moltiplicativo di occupazione e di reddito molto più basso, che il Paese riparta più fragile e lento”.


Un rischio altissimo. Come l’opportunità, che sarebbe un peccato mortale sprecare proprio ora: il rilancio del Paese dipenderà, in prima istanza, da come e quanto sapremo liberare la forza lavoro delle donne, e sostenerla.

“Questo articolo è stato scritto per la Giornata Nazionale dell’Informazione Costruttiva 2021” #GNIC2021

Silvia De Bernardin
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