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Lego non produce più kit di guerra

Mar 1, 2021
kit di guerra lego

Lego non produce più kit di guerra.

A metà dicembre 2020 si è diffusa la notizia che la Lego, la storica azienda danese di mattoncini colorati, ha deciso di non produrre più kit per costruire armi, mezzi di guerra come carri armati o velivoli, figure umane di soldati.

Lo stop alla produzione ufficiale è arrivato dopo che la Ong German Peace Society – United War Resisters ha protestato contro la Lego per aver messo in commercio un kit per costruire il V-22 Osprey, un velivolo usato nei conflitti in Afghanistan, Iraq, Mali, Yemen e Siria dalle Forze Armate americane e giapponesi. 

Il kit faceva parte della serie Technic, una linea di prodotti per ragazzi dai 9 anni in poi che presenta una maggiore complessità rispetto alla linea tradizionale, con elementi aggiuntivi che permettono l’interconnessione delle varie parti in plastica, ed è già fuori commercio. 

La Ong ha giustificato la sua protesta così: 

“L’obiettivo fondamentale è evitare armi realistiche e attrezzature militari che i bambini potrebbero riconoscere e che riconducono a situazioni violente”.

Contemporaneamente alla dichiarazione della Ong, la Lego ha dichiarato: 

“Abbiamo deciso di non produrre più kit di guerra per evitare che il marchio venga associato a questioni che glorificano i conflitti e i comportamenti non etici e dannosi”.

Ci ho ragionato sopra a lungo, e sono arrivata alla conclusione che la Lego non ha fatto una scelta etica decidendo di non produrre più kit di guerra.

Ecco perché. 

I giochi di guerra non faranno dei nostri figli dei guerrafondai

Per prima cosa sono madre di due figli adolescenti, in secondo luogo lavoro spesso con ragazzi dagli 11 ai 14 anni

Dalla mia esperienza diretta ho constatato che il gioco con le armi, con i soldatini, con i carri armati, o con tutti i giocattoli che riproducono l’armamentario di guerra, non farà dei nostri bambini e ragazzi delle persone aggressive, violente e guerrafondaie.

Quando proibiamo a bambini e ragazzi di giocare con i soldatini, con i carri armati o con le pistole, ecc. perché odiamo la violenza e la guerra, riflettiamo esclusivamente le nostre paure e le nostre preoccupazioni di adulti.

Perché i genitori non amano i kit di guerra

Ci sono 2 motivi, in particolare, per cui i genitori non vogliono che i loro figli giochino con le armi:

1. Pensano che sia indicativo delle loro scelte professionali future.

A mio avviso, e lo psicanalista Bruno Bettelheim rinforza la mia tesi nel libro “Un genitore quasi perfetto”, il fatto che i bambini giochino con le armi è indicativo delle loro scelte future tanto poco quanto costruire torri lo è di un futuro da architetto o muratore, o giocare con le macchinine lo è di un futuro da meccanici o camionisti. 

2. Pensano che, giocando con le armi o con i giochi di guerra, i figli da adulti diventeranno violenti e aggressivi. 

Al contrario, è logico aspettarsi che, se un bambino gioca alla guerra e si sente più forte e più sicuro e riesce a scaricare la sua naturale aggressività, meno ne rimarrà accumulata in lui quando sarà adulto, a pressarlo per trovare uno sfogo assai più pericoloso.

Scrive Bettelheim:

Giocare alla guerra e con le armi consente di scaricare le frustrazioni accumulate, e quindi tende a ridurne il livello. 

Di conseguenza il bambino riuscirà a controllare i sentimenti aggressivi e ostili più facilmente che non se gliene fosse impedita la scarica a livello simbolico. 

Proibire questo tipo di giochi aumenta il senso di frustrazione e il risentimento del bambino che si vede negato un canale di sfogo che, per altro, vede usare liberamente da altri bambini“.

Questa mia opinione si riferisce esclusivamente ai bambini del mondo occidentale, quei bambini che le guerre le hanno viste solo attraverso uno schermo, per i quali le guerre si svolgono sempre in un posto lontano e non hanno nessuna attinenza diretta con la loro vita quotidiana.

Perché per i bambini che le guerre le vivono davvero, le cose sono molto diverse.

Quanto conta il contesto

Per fare un unico esempio, nella tesi di laurea magistrale di Elena Sofia Fanciulli, “L’inclusione degli alunni siriani nelle scuole in Grecia, Italia e Germania. Prospettive antropologiche sull’educazione”, si legge: 

Durante le mie ricerche sul campo ho potuto osservare i tipi di giochi ai quali i bambini e le bambine siriani giocavano nelle ore ricreative, tra i quali fingere di essere trafficanti o lanciare pietre e improvvisare una rivolta per liberare la Siria/Palestina (con tanto di M16 come giocattolo e Kefiah al collo)

Quel lancio di pietre si porta dietro il martirio a cui da troppi anni è sottoposta la Siria, quel giocare a trafficanti riproduce i mezzi con i quali famiglie intere hanno dovuto appigliarsi per fuggire da guerra e terrore, e il non voler studiare di molti piccoli siriani “perché papà mi ha detto che andremo in Belgio” nasconde le preoccupazioni di madri e padri che non se la sentono di terminare il loro viaggio in Grecia o in Italia, le quali, per svariati motivi, sono ancora oggi incapaci di mettere in piedi un sistema di integrazione sostenibile e inclusivo. 

C’è un mondo oltre lo strato superficiale dei gesti violenti di ciascuno studente siriano che tanto dovrà lottare per togliersi di dosso la pesante etichetta di profugo.

Secondo la Fanciulli la violenza non è un prodotto culturale quanto piuttosto il risultato di un posizionamento relazionale e contestuale

Mariangela Campo
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