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La paura ha una voce: ascoltiamola

Apr 4, 2022
la paura ha una voce

“Insegnare è insegnare a vivere” diceva Rousseau. Ed è proprio in questo momento storico che sento forte l’urgenza di individuare le modalità per insegnare ai miei figli adolescenti ad affrontare problemi come la paura, l’illusione, le incertezze che ogni esistenza incontra.

Imparare a leggere e a scrivere, studiare matematica, scienze, letteratura, storia e filosofia, specializzarsi per il futuro: sono tutte attività che contribuiscono a inserirsi nella vita sociale e professionale, ma ai nostri ragazzi manca la possibilità di affrontare i problemi fondamentali dell’essere umano.

“Date parole al vostro dolore altrimenti il vostro cuore si spezza”, ci aveva già suggerito Shakespeare in Macbeth.

Lasciar parlare la paura (e la sofferenza) mi pare fondamentale oggi, soprattutto in corrispondenza dei particolari eventi, la pandemia e la guerra, che stanno vivendo i nostri ragazzi, e noi con loro.

Si sono trovati immersi in una pandemia globale che ha sradicato lo stile di vita a cui erano abituati e che ha accelerato trasformazioni epocali proprio nel momento in cui si modificano anche la forma e la sostanza delle loro giovani identità.

Quando abbiamo iniziato a respirare è arrivata la guerra

E poi, proprio quando sembrava loro di poter riprendere il filo interrotto della propria esistenza, è arrivata la guerra. Una guerra vicina, reale, minacciosa, vissuta attraverso i social, che fa più male perché hanno già studiato le grandi guerre e si chiedono di continuo come sia possibile che la Storia non abbia insegnato niente agli adulti. Insegniamo ai ragazzi come trovare una soluzione, come imparare a vivere nell’unicità del momento in cui vivono. È un percorso tortuoso, difficile, ma inevitabile. Il primo passo è non fingere che pandemia e guerra non esistono, che non ne abbiamo paura anche noi, anestetizzarli o eliminarli dalla nostra e dalla loro mente.

Il filosofo e sociologo francese Edagr Morin dice che siamo immersi in un’epoca di incertezze sul nostro futuro, quello delle nostre famiglie, quello della nostra società, quello dell’umanità. Un altro sociologo, Ulrich Beck, morto nel 2015, ha parlato di una società in cui si sono moltiplicati i rischi legati ai cambiamenti climatici, alle centrali nucleari “pacifiche“ e alla moltiplicazione delle armi nucleari. Insomma, da sempre la civiltà ha fabbricato catastrofi in maniera sistemica: economiche, politiche, culturali, ecologiche.

Si tratta di insegnare ad affrontare le incertezze e i rischi, le contraddizioni e la complessità del percorso che è la vita di ciascuno. Non sappiamo dove o quando saremo felici o infelici, non sappiamo quali malattie subiremo, non conosciamo in anticipo le nostre fortune e sfortune.

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Apriamoci a forme alternative di conoscenza

Quello che sappiamo è che, proprio per aver vissuto degli eventi imprevedibili, possiamo aprire la strada a forme alternative di conoscenza. Anche di noi stessi e degli altri.

Vivere è avere continuamente bisogno di comprendere gli altri e di essere compresi dagli altri.
Pur vivendo in un’epoca di comunicazioni, la nostra non sembra essere un’epoca di comprensioni.
Incomprensione tra generazioni, tra genitori e figli, tra pari, tra capo e dipendenti, tra noi e gli stranieri, di cui non conosciamo i costumi e le abitudini.

La comprensione umana non è insegnata da nessuna parte.

È questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani e imparare a nostra volta: saperci distanziare da noi stessi, saperci oggettivare per riflettere su di noi, per accettarci.

Noi adulti, in genere, cerchiamo di dominare le nostre angosce attraverso la conoscenza, l’informazione, i dibattiti televisivi con gli esperti, ed esprimiamo i nostri pareri in vari modi.
I più giovani, per ritrovare l’equilibrio ogni volta che i fatti emotivi e reali si allontanano dalla loro quotidianità, hanno bisogno di adulti, genitori, educatori e insegnanti in grado di contenere il loro smarrimento e di rispondere adeguatamente e con semplicità alle domande.

Anche se la guerra riguarda persone sconosciute, i più giovani provano un’angoscia autentica causata dalla loro tendenza tipica ad assorbire subito i fatti esterni e a rapportarli a loro.

E non dimentichiamo che, in momenti di allarme estremo, le ansie di noi adulti sono uguali a quelle dei ragazzi e dei bambini.

L’ansia, di norma, è utile e serve a realizzare qualsiasi progetto: un esame, un discorso pubblico, un viaggio, perché stimola la giusta tensione. L’eccesso di ansia, invece, rispecchia l’incapacità di affrontare i problemi e impedisce di analizzare adeguatamente la realtà.

Nessuno di noi può cambiare lo stato degli eventi attuali, ma ciascuno di noi può comunque fare qualcosa. Diamo voce alle nostre paure, angosce e a quelle dei nostri ragazzi. Ascoltiamoli, parliamone, razionalizziamole e, se non troviamo risposta alle loro domande, rispondiamo semplicemente che non lo sappiamo.

Quello che non dobbiamo fare è lasciarli soli ad affrontare tutto questo.

Chiudo con le parole di Raffaele Mantegazza, professore associato di pedagogia generale e sociale alla Statale di Milano: “Imparare a gestire il conflitto, interiore o reale (con genitori, insegnanti, educatori, fratelli, sorelle, coetanei), ad attraversarlo ma soprattutto a starci dentro, è una delle competenze essenziali delle persone che vogliono vivere in un mondo complesso”.

Mariangela Campo
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