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La lettura come terapia

Apr 30, 2021 ,
Lettura come terapia

«Leggere i romanzi, secondo alcuni ricercatori, aiuterebbe a stimolare la “lettura della mente”, facendoci comprendere meglio cosa possano pensare gli altri e, in ultima analisi, agevolerebbe lo sviluppo dell’empatia». Ce lo spiega Luca Bovino, 44 anni, avvocato cassazionista e scrittore (recente il suo libro “Tutta una questione di algoritmo”, con cui ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Bukowski 2020), che ha pubblicato un approfondimento dedicato all’efficacia terapeutica della lettura, secondo quanto risulta dai resoconti delle più importanti riviste scientifiche mediche e psichiatriche.

Innanzitutto, Luca, sarebbe interessante capire perché ti sia posto il problema di indagare se la lettura faccia bene alla salute.

La curiosità nasceva dal fatto che sono soprattutto un lettore, prima di ogni altra cosa. E mi sono sempre chiesto: perché certe cose risultano più avvincenti di altre? Perché certe volte, come avrebbe detto Voltaire a proposito dell’Iliade, il libro ti casca dalle mani, e invece altri racconti, una volta iniziati, li porti con te ovunque, al punto da non riuscire quasi a separarti fisicamente dal libro? Dipende dalla forma delle loro espressioni? Dal contenuto? Da altro? E ho scoperto che, naturalmente, qualcuno si era già posto il problema.

Le principali indagini cliniche sugli effetti cerebrali della lettura a quando risalgono e cosa hanno rivelato?

A quanto riporta un’inchiesta del New Yorker del giugno 2015, una delle prime indagini cliniche sugli effetti della lettura risale alla seconda metà degli anni zero. E si trattava di indagini molto rigorose, e persino invasive, perché realizzate attraverso uno scanner usualmente utilizzato per eseguire le risonanze magnetiche.

È stato riscontrato che durante la lettura di parole che corrispondevano a esperienze olfattive come “profumo” e “caffè” la corteccia olfattiva primaria dei soggetti sottoposti all’indagine si illuminava, mentre quando leggevano parole di altra natura come “sedia” o “chiave” quelle regioni rimanevano oscure.

Un altro studio del 2012 condotto dall’Università di Atlanta ha dimostrato come il nostro cervello reagisca soprattutto alla presenza di metafore, specialmente quelle “tattili”. Anche in questo caso, durante la lettura, sono state visualizzate accensioni neuronali. Lo studio mise in evidenza, però, come non tutte le metafore provocassero reazioni. Espressioni come “una giornata gradevole”, oppure “aveva le mani forti” lasciano del tutto indifferenti le aree neurali interessate, a differenza di manifestazioni cromatiche in presenza di traslati come “aveva la voce vellutata” oppure “aveva le mani ruvide”. Insomma, le metafore tattili sarebbero un vero e proprio pugno nello stomaco, o uno schiaffo in faccia all’indolenza dei nostri neuroni che inizierebbero subito a scuotersi e ad accendersi una volta sottoposte alla lettura.

Che tipo di inferenze di natura scientifica sono state tratte dagli specialisti, alla luce di questi rilievi?

Si è fatta strada una teoria secondo cui il nostro cervello non scorgerebbe una grande differenza tra il racconto di un’esperienza e l’esperienza stessa. Questo è stato, ad esempio, il risultato di uno studio fatto sempre nel 2006 in Francia dalla ricercatrice Veronique Boulenger. È apparso possibile arrivare a questo assunto perché è stato riscontrato come le parole che descrivono il movimento stimolino regioni del cervello diverse da quelle deputate all’elaborazione del linguaggio. Alla lettura di frasi come “Giovanni afferrò l’oggetto” e “Paolo diede un calcio alla palla” gli scanner visualizzavano l’accensione di aree della corteccia cerebrale deputate al coordinamento dei movimenti del corpo, e all’interno di quella sezione aree differenti erano attive a seconda che il racconto descrivesse un movimento del braccio, piuttosto che il movimento della gamba.

Questo ha fatto concludere ai ricercatori che il nostro cervello viva l’esperienza letta su un libro in modo molto analogo a come viva l’esperienza fatta in prima persona. In definitiva non ci sarebbe molta differenza tra il racconto e quello che si prova.

Oltre al rilievo strettamente sensoriale, dal punto di vista etico o comportamentale sono stati fatti studi specifici sull’efficacia empatica della lettura? Insomma, leggere potrebbe essere un rimedio per curare forme patologiche di narcisismo, o sociopatia?

Le conseguenze etiche della lettura sono ancora fortemente controverse, e da questo punto di vista non c’è un unanime parere nel mondo scientifico, i riscontri clinici non ci consentono di trarre conclusioni nette. Possiamo osservare, però, due principali scuole di pensiero. Da un lato alcuni ricercatori canadesi – in particolare Raymond Mar – nel 2009 dimostrarono come i circuiti celebrali impiegati nella comprensione di trame scritte sarebbero gli stessi utilizzati per gestire le “reali” interazioni con altri individui, e in particolare quelle interazioni che richiedono di indovinare i pensieri e i sentimenti degli altri. E questo ha fatto propendere per l’idea che chi legge romanzi con frequenza sia dotato di una maggiore capacità di comprensione rispetto agli altri, riuscendo meglio a identificarsi con loro e cogliendo meglio le dinamiche relazionali che avvengono tra le persone.

Ma non tutti la pensano in questo modo, par di comprendere. Vero?

Sì, è così. Secondo la ricercatrice inglese dell’università di Oxford, Suzanne Keen, i romanzi renderebbero i lettori più individualisti, perché li emanciperebbero da tutti gli obblighi e le convenzioni sociali nei quali sarebbero coinvolti dalla ordinaria vita di relazione “reale”. I romanzi aiuterebbero, quindi, a essere più egocentrici, più isolati, tutt’altro che altruisti, comprensivi, e solidali. La dimostrazione starebbe nel fatto che molte persone si commuovono magari davanti a un film, o a un romanzo, mentre rimangono del tutto indifferenti rispetto alla morte di un senzatetto che avvenga davanti ai propri occhi.

La disputa è antichissima, e coinvolge l’aspetto mai del tutto chiarito della funzione estetica nella vita sociale. Già Aristotele,parlando della poetica, cioè delle regole e delle forme del racconto immaginario, faceva riferimento alla catarsi come un effetto dai contorni rimasti sempre piuttosto controversi.Che significava catarsi? Un modo per interiorizzare le paure e le angosce di un dramma per sentirle proprie, o per liberarsene definitivamente senza provarne più rimorso? Dopo tanti anni, anche dopo l’uso di risonanze magnetiche, stiamo ancora qui a domandarcelo.

È ancora presto, insomma, per trarre conclusioni definitive, oppure riusciremo ad arrivare a fondo a comprendere gli effetti della lettura nella nostra mente?

L’uso di strumentazioni diagnostiche come gli scanner per risonanza magnetica è abbastanza recente, siamo praticamente ai primi balbettii clinici sull’argomento. Però l’effetto umorale della lettura, la sua ricaduta emotiva, la sua efficacia persuasiva continuano a essere motivo di dubbio, di imbarazzo e, talvolta, anche di scandalo. Pensando al rapporto tra sentimento e lettura mi viene in mente la religione, e la grande commozione che suscita il sentimento religioso di fronte alla lettura di un testo narrativo come il Vangelo. Si tratta di racconti di pace, di amore, di fratellanza. Eppure, questo, purtroppo non ci ha fatto evitare le crociate, i roghi, le guerre, le devastazioni compiute, spesso, tra lettori degli stessi racconti. Nell’Ottocento molte lettrici si commuovevano e qualcuna era arrivata addirittura al suicidio per le sorti delle eroine della letteratura come Anna Karenina o Emma Bovary. Stalin fece stampare delle edizioni straordinarie di “Guerra e Pace”di Tolstoj durante la battaglia di Stalingrado, per motivare i russi contro l’invasione dei nazisti.

Insomma, dal sacro al profano, dall’esaltazione al turbamento, tutti hanno sperimentato l’efficacia empatica delle letture. E tutti sono consapevoli del suo enorme potenziale. Che forse, per fortuna, è ancora in buona parte ignoto, visto che il suo effetto persuasivo fa superare le emozioni provate nella realtà. Al punto che Italo Calvinoebbe buon gioco a dichiarare: “Tutte le fiabe sono vere, perché tutte provocano emozioni reali”.

Francesca Ghezzani
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