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C’è un’Italia che cambia, e ha lo Stivale rovesciato

Feb 6, 2023
Italia che cambia

Un bel progetto di giornalismo costruttivo che in 10 anni ha raccolto centinaia di storie e realizzato 500 proposte concrete di cambiamento. Abbiamo incontrato il fondatore, Daniel Tarozzi.

C’è una Sicilia appesa a testa in giù, poco sopra la Calabria, la Basilicata e tutto il resto della penisola, giù fino al… Nord. Se c’è un’immagine che sintetizza la mission di “Italia che cambia” è esattamente questa, ovvero rovesciare i paradigmi e indagare i problemi, analizzare le buone pratiche, raccontarle come indicatori di direzione possibile. Esattamente come il giornalismo costruttivo. Ed è su queste basi che incontro Daniel Tarozzi, fondatore dell’Associazione che ha all’attivo dieci anni di attività e centinaia di storie individuate, analizzate e narrate.

«La cartina dell’Italia rovesciata è una sfida a cambiare l’immaginario collettivo. Si dice sempre scendo al Sud, scendo in Puglia, mentre si dice spesso salgo a Milano. Un po’ come dire scendo all’infermo e salgo in Paradiso, no? Invece adesso noi saliamo verso sud, verso il futuro, verso un’Italia e un mondo che cambia, senza mai dimenticare che l’immagine del mondo crea la realtà».

Come nasce Italia che cambia?

«Italia che cambia è un progetto giornalistico: di racconto, mappatura e messa in rete di persone che di fronte ai problemi non si chiedono “se” ma “come”. Come posso fare a cambiare le cose? E lo fanno, o almeno provano a farlo e si mettono in gioco. Sono persone, imprenditori, associazioni, movimenti, gruppi o singoli che si attivano concretamente per cambiare in meglio se stessi e il mondo. Nasce nel 2012 da un mio lungo viaggio personale, in camper, teso a scrivere un libro che poi è uscito per Chiare Lettere e che si intitola “Io faccio così”. Questo libro doveva raccontare di esperienze di cambiamento in giro per l’Italia; ero convinto di trovarne poche e meravigliose, ma fui inondato di segnalazioni di progetti concreti. Non parlo di idee per il futuro, ma di progetti concreti che testimoniavano i cambiamenti in atto. Di conseguenza, finito il viaggio nel 2013, ho chiamato un gruppo di colleghi e colleghe e ci siamo detti che questo racconto doveva diventare permanente».

Era di fatto un progetto di giornalismo costruttivo...

«Non sapevamo che si chiamasse così, ma quello che 10 anni fa abbiamo iniziato a fare era esattamente questo, ovvero raccontare chi di fronte ai problemi si attivava. Eravamo e siamo consapevoli che non si tratta di good news, ma di persone che vincono una sfida in territori difficili, popolando magari le campagne, sviluppando Fab Lab e tecnologie all’avanguardia, o rifiutando la tecnologia per vivere in ecovillaggi; persone che aggregano, ribaltano luoghi comuni, integrano minoranze e, più generalmente, di fronte a problemi si attivano per cambiare le cose».

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Una narrazione potente e dirompente: che messaggio vuole mandare?

«Sapere che l’Italia non è solo squallore, mediocrità, decadenza, ma è anche piena di progetti che funzionano. Poterli incontrare e mappare significa, di fatto, poterli replicare, quindi rendere replicabili i cambiamenti in atto nel nostro Paese e anche cambiare l’immaginario comune, così come abbiamo fatto con la mappa dell’Italia. Dobbiamo smettere di pensare il nostro come un popolo decadente, o che non si possa fare niente o modificare lo status quo. E’ vero, cambiare è difficile e faticoso ma si può fare. Questo non vuol dire negare burocrazie, mafie o mala gestione politica, abusivismo e tutto ciò che conosciamo, ma dirci che “nonostante” tutto ciò c’è qualcuno che si mette in gioco e le cose le cambia davvero».

Un progetto visionario, ambizioso e difficile. Quali sono le difficoltà che avete dovuto affrontare?

«La più grande è stata quella di non avere nessuno dietro; siamo noi gli editori di noi stessi, ci siamo dovuti inventare una sostenibilità economica e siamo partiti con piccolissimi passi. Ero da solo, poi siamo stati in due, poi 7 e oggi siamo in 15; trovare fonti di reddito ogni mese è una bella sfida, però i numeri sono dalla nostra parte. Nel giro di pochi anni siamo arrivati ad avere mezzo milione di lettori; un sacco di gente ci scrive dicendoci grazie, perché grazie a Italia che cambia hanno potuto ispirarsi per cambiare vita, attivare progetti social, mettersi in contatto con altre persone virtuose e generose, e così via».

Da progetto di narrazione ad agente di cambiamento, quindi.

«Devo dire che è la soddisfazione più grande, riuscire concretamente ad incidere. Nonostante le mille difficoltà, raccontare storie costruttive oggi è la cosa più importante in assoluto. I problemi non vanno nascosti, ma bisogna raccontare di fronte ai problemi che cosa possiamo fare, perché altrimenti i giovani se ne vanno; se vai via per scelta perché vuoi costruirti la tua vita altrove ok, è una prospettiva bellissima. Ma se scappi dal tuo Paese è davvero triste. Siamo di fronte a cambiamenti epocali come quelli climatici, le guerre, le pandemie, ma nonostante ciò  bisogna rispondere alla domanda “io cosa posso fare, come cittadino, come professionista, come imprenditore, come volontario?”. Ognuno di noi è cittadino e fa politica con le proprie azioni; anche il “non fare” è politica: sbagliata, secondo me, ma politica. E ognuno di noi ha un pezzettino di responsabilità da esercitare. Per questo abbiamo organizzato dei tavoli tematici e proposto oltre 500 azioni, che si trovano nella sezione visioni 2040 del nostro sito. Azioni che possiamo fare per cambiare concretamente le cose».

Cos’è per te il giornalismo costruttivo, Daniel?

«Fare giornalismo costruttivo è fare giornalismo; raccontare i fatti che le persone non conoscono, ma che possono essere utili per la propria vita e per la propria comunità».

Grazie a Daniel Tarozzi di Italiachecambia.org: lo aspettiamo a braccia aperte nel Constructive Network per rendere ancora più forte il nostro messaggio di cambiamento.

Vito Verrastro
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