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Giornalismo online: linguaggio verbale e non verbale

Gen 19, 2024
giornalismo online

Analizzare e definire quello che accade attraverso il volto, la gestualità e le parole delle persone è una nuova fase del giornalismo. Un nuovo obiettivo a cui tutta la società deve abituarsi.

Il linguaggio non verbale del giornalismo online è un tema davvero importante, soprattutto in relazione alla soluzione di tanti casi di cronaca.

I fatti vengono narrati in modo da coinvolgere il sistema emozionale delle persone e quanto accade sui social network ci deve far riflettere su una differenza sostanziale tra emozioni ed emotivismo.

Adesso, le notizie arrivano fondamentalmente attraverso i social network. È avvenuto da tempo il passaggio dal giornalismo analogico al giornalismo digitale. A tal proposito risulta interessante il Report 2023 dell’Osservatorio sul giornalismo digitale.

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Carlo Bartoli, Presidente Consiglio Nazionale Ordine dei Giornalisti, nella Prefazione ha scritto che la presenza di un Osservatorio sul giornalismo digitale è indispensabile.

Il giornalista, nella nuova dimensione della comunicazione digitale, deve avere ancora più attenzione ai propri doveri: verifica rigorosa delle fonti, continenza nel linguaggio, accuratezza della narrazione, rispetto della persona.

Da qui la necessità di un Osservatorio su questa realtà mutevole e in continua trasformazione. Uno strumento operativo e scientifico che rafforzi la “cassetta degli attrezzi” dei giornalisti. Vanno comprese le dinamiche degli algoritmi, anche nelle fasi di produzione delle news giornalistiche.

Va osservata e capita l’intelligenza artificiale che si sta affacciando nelle redazioni e ben presto sarà disponibile a chiunque voglia elaborare testi di carattere giornalistico. Ci sono nuove creature nell’universo digitale che vanno monitorate in quanto, come accaduto per i social media, diventano estensioni della realtà quotidiana, con interazioni a tutti i livelli.

Penso, ad esempio, al Metaverso la cui evoluzione è tutta da vedere. Certamente, se dovesse espandersi, occorrerà traslare in esso, nei modi opportuni e se e dove possibile, le buone pratiche del giornalismo.

Certamente deve valere la regola universale per il mondo digitale: non possono essere le piattaforme a decidere chi è giornalista e chi no. Detto questo occorre riposizionare la figura del giornalista rispetto ai nuovi scenari che si sono aperti […] – ha affermato Bartoli. Dati che meritano particolare attenzione, soprattutto dopo che il New York Times ha fatto causa a OpenAI e Microsoft sull’utilizzo dei copyright.

Questo cambiamento ha acceso, ormai da anni, un grande dibattito su come cronisti e redattori oggi devono svolgere la loro professione e su come si è trasformata l’idea della fonte. Proprio di questo mi sono occupato in un mio libro che si intitola “Giornalismi”, scritto con il Professore Andrea Altinier, spiegando questa mutazione della fonte.

La verifica delle fonti

La verifica delle fonti rappresenta, da sempre, una parte essenziale della buona comunicazione.

L’assioma da seguire è il seguente: “se sembra troppo bello per essere vero, probabilmente non lo è”. Una notizia carica d’appeal e a portata di click, nella maggior parte dei casi, può rivelarsi falsa.

È alta l’attenzione che va tenuta nei confronti di tutti quei fatti che ogni giorno raggiungono newsroom e giornalisti e che, però, non possono (e non devono) essere considerati fin da subito notizie.

Se c’ è una minaccia alla credibilità dell’informazione digitale, infatti, questa è rappresentata proprio dalle bufale. Il mito della velocità e dell’aggiornamento continuo, la caccia alla notizia, che buca o che può catturare l’ attenzione del lettore, induce chi si occupa d’ informazione a cadere nella trappola di notizie non controllate e non verificate, false o confezionate ad hoc in una logica “acchiappa like”.

I media e i social network che consentono di veicolare velocemente numerosi messaggi, e di ottenere consensi da parte degli utenti, sono diventati rilevanti per governare il potere.

Il grande sociologo Manuel Castells sostiene che la società in rete si fonda su una separazione di potere e di esperienza ed entrambe vengono collocate in diverse cornici di riferimento.

Questo ha alterato la società civile che in qualche modo si restringe e si disarticola perché, dice Castells, viene a mancare la continuità tra logica della produzione del potere e logica dell’associazione e della rappresentanza in certi contesti culturali e sociali.

Infatti, nel volume “Comunicazione e Potere”, Castells ha sottolineato le sfide e le minacce che si palesavano legate a chi detiene il potere sulle reti, prefigurando l’enorme potere economico generato dalla gestione del dato. Lo stesso sociologo Henry Jenkins ha osservato quanto sia urgente puntare a nuove modalità di apprendimento e costruzione della conoscenza.

Il caso di Giulia Cecchettin

Nell’ultimo episodio di cronaca, il caso di femminicidio di Giulia Cecchettin, è stato possibile notare la polarizzazione e la disgregazione della società.

Secondo Byung- Chul Han, uno dei pensatori e filosofi più critici nei confronti dell’impatto che gli ambienti digitali stanno avendo sullo sviluppo della società, l’iper-informazione e l’iper-comunicazione non producono verità e conoscenza, anzi ritiene che non gettano alcuna luce nella tenebra.

Un pensiero che è stato condiviso anche dal sociologo statunitense Robert K. Merton, seppure in forma embrionale, perché ha descritto come i media diventano strumenti di monopolizzazione, nel senso che essi rappresentano delle cornici sociali che legittimano alcune idee e ne marginalizzano altre. Questa visione applicata al frame interpretativo guidato dalle piattaforme e dai processi di disinformazione, comporta il rischio di un annichilimento del sentimento della fiducia.

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Il linguaggio degli emoticon e delle emoji

Quindi, la domanda che noi dobbiamo porci, anche rispetto alla percezione delle emozioni e dei sentimenti, è legata alle motivazioni che spingono le cronache a non essere più testimonianza diretta.

La comunicazione avviene attraverso la narrazione di un post o attraverso quello che viene inserito in un video, pensato e strutturato per i social.

Sempre più spesso le parole sono accompagnate da emoticon, emoji e le immagini si sostituiscono alle parole.

Come scrive il sociologo Walter Lippman “non vediamo quello che i nostri occhi non sono abituati a considerare. Siamo colpiti, talvolta consapevolmente, più spesso senza saperlo, da quei fatti che si attagliano alla nostra filosofia”, cioé a “una serie più o meno  organizzata di immagini per descrivere il mondo che non si vede”.

È evidente che oggi i social concorrono a formare questa interpretazione e si sovrappongo a una funzione svolta, in passato, solo dai media classici. Ed è in questo processo che le fake news si configurano come uno strumento pericoloso perché “ciò che l’individuo fa si non fonda non su una conoscenza diretta e certa, ma su immagini che egli si forma o che vengono date”, sostiene Lippman.

La funzione della notizia è segnalare un evento e la funzione della verità è portare alla luce tutto ciò che non è stato rivelato, per fornire un quadro della realtà che consenta agli uomini di agire, di decidere e di scegliere.

In tutto questo, dove si collocano le emozioni, i sentimenti, le espressioni del nostro volto e dei nostri occhi?

Il giornalista deve affrontare una nuova sfida quella di andare a interpretare il carico emozionale in una società, dove vince purtroppo l’analfabetismo emotivo che, secondo Daniel Goleman, psicologo, scrittore e giornalista statunitense, è “l’incapacità di riconoscere e gestire le proprie e altrui emozioni, i comportamenti relativi e la mancanza di consapevolezza dei motivi per i quali si provano determinate emozioni”.

Purtroppo, abbiamo difficoltà a trasmettere e a cogliere le emozioni. In queste ultime settimane, si sta discutendo di educazione ai sentimenti e all’amore, ma il vero problema è la nostra incapacità a leggere le emozioni.

Il giornalista deve essere anche capace non solo di rendersi conto della notizia, ma deve saperla intercettare e scoprire se quella notizia è vera o e falsa. Inoltre, deve interpretare le emozioni e le espressioni delle persone.

La notizia non può essere spettacolarizzata, ma bisogna raccontarla con una particolare luce. Questa è la “mission” che il giornalista deve seguire perché, per rideterminare la professione, alle domande che si pone devono seguire le risposte concrete.

Francesco Pira
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