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Forest Sharing: una community per proteggere i boschi

Set 27, 2021
Forest Sharing

“Da quando è iniziata la fase di spopolamento delle zone rurali e delle montagne, questi luoghi sono sempre più rimasti senza padroni”, ci ricorda Yamuna Giambastiani, esperto di arboricoltura urbana e ingegneria naturalistica. “Parliamo del dopoguerra, epoca in cui c’è stato questo forte cambiamento nello stile di vita, dato dalla ricostruzione di ciò che era stato bombardato, dall’industrializzazione, con il successivo trasferimento della gente dalle campagne alle città per un lavoro più remunerativo. I nostri nonni, finché sono rimasti vivi, hanno mantenuto le loro attività, i loro terreni, poi nei passaggi ereditari della trasmissione del bene tra padre e figlio o tra nonno e nipote, non essendoci più nessuno che si occupava, perché emigrati altrove, venivano frammentanti tra i vari parenti. Se una persona aveva un bosco di 100 ettari, nel passaggio successivo ci sono stati 10 ereditari che a quel punto prendevano 10 ettari ciascuno, fino ad arrivare a oggi che i proprietari hanno 2 o 3 ettari ciascuno mediamente, secondo le statistiche attuali. La proprietà diventa piccola, conviene poco gestirla e viene lasciata andare. Ci sono addirittura proprietari che hanno un bosco, lo vedono nella visura catastale, ma non sanno esattamente dove è localizzato”.

Questo scenario è la causa delle grosse problematiche che il settore forestale sta vivendo attualmente. Costringe i diretti interessati a non far nulla, perché chiamare un tecnico per fare una valutazione o qualsiasi intervento diventa un costo enorme. Non c’è nessun ritorno economico e si ha la perdita di quei presidi che servivano per la manutenzione del territorio. Il fenomeno è come un cane che si morde la coda e la situazione non può che peggiorare se non si interviene in modo attivo e consapevole. Perché causa anche il riscaldamento globale del clima che porta a eventi metereologici intensi provocando frane, alluvioni nelle città, straripamenti dei fiumi, perdita di viabilità, con impatti importanti nei nostri insediamenti.

I legami tra esseri viventi

Una parentesi sulle piante e sull’interazione che abbiamo con loro a questo punto è di dovere. Noi umani, e in generale ogni forma animale, abbiamo legami di dipendenza. Letteralmente. Ci permettono di respirare, nutrirci, curarci. Il legame stesso che hanno con l’esistenza è così forte che se scomparissero domani, la Terra in un brevissimo volgere di tempo diventerebbe simile a Marte, Venere, Mercurio, pianeti dove non è presente la benché minima forma di vita. Ancora oggi il materiale di costruzione più diffuso è il legno, insieme alla carta e alle fibre tessili. Poi ci sono i legami invisibili, quelli che non riusciamo ancora a comprendere direttamente, e riguardano gli effetti benefici che hanno sulla nostra psiche, sulla nostra concentrazione e sulla nostra salute. Un tempo non molto lontano, si parla di poche generazioni fa, li immagazzinavamo naturalmente perché vivevamo a stretto contatto con le foreste, con le savane. Oggi non più perché stiamo per lo più in città, per altro sempre più grandi, dove sono poco contemplate. E non siamo riusciti a trovare contromisure. Resta il fatto che tendiamo a ignorarle. Anzi, effettivamente, non le vediamo proprio. Si tratta di una disfunzione cognitiva che si chiama plant blindness, ovvero cecità alle piante, perché sono una quantità enorme. Sembra un paradosso ma funziona proprio così. Pensate che le piante rappresentano l’85% delle forme di vita, mentre gli animali, tutti insieme, soltanto lo 0,3%.

La dinamica è questa: il nostro cervello ha messo una sorta di filtro verde per non sovraccaricarlo di informazioni riguardanti esclusivamente le piante, perché ai tempi in cui vivevamo nella natura per noi era meglio accorgerci se c’erano altri animali o uomini nelle vicinanze. Questo era il vero pericolo per la nostra sopravvivenza, non le piante. Oggi ci sono un sacco di test psicologici che lo dimostrano. Fanno vedere una serie di diapositive, che hanno tutte quante in comune il fatto di essere formate per il 95-99% da piante e poi c’è l’1% dato dal mondo animale, che può essere un gallo, un cavallo, un insetto. Quando chiedono alle persone cosa vedono, rispondono al 97% un gallo, un cavallo, un insetto, senza mai citare le piante.

Le piante non sono immobili

Peccato perché dovremmo ricordarci di loro. Sono davvero speciali. Noi pensiamo che sono immobili. Invece no. La loro vera caratteristica è che non possono spostarsi dal luogo in cui vivono. Nei tre mesi del ritiro di massa per l’arrivo del coronavirus abbiamo cominciato a guardare il mondo da un punto di vista che potremmo chiamare vegetale. Ci siamo accorti di cose che prima erano poco importanti per noi. Abbiamo analizzato le nostre abitazioni, capendo quello che mancava, ciò che era da sistemare, siamo stati attenti alle nostre risorse, anche agli sprechi, alla comunità che ci circondava, si soccorreva il vicino nel caso del bisogno. Così agiscono le piante, da sempre. Sono un magnifico esempio di mutuo appoggio. Non lo fanno perché sono buone o etiche, semplicemente perché è la maniera più efficiente per mantenere in vita la propria specie. Sono tutte nozioni che ho appreso l’anno scorso durante una lunga chiacchierata avuta con lo scienziato di fama mondiale Stefano Mancuso, quando lo avevo intervistato per l’uscita del suo ultimo libro La pianta del mondo, edito da Laterza, per Natural Style. Il botanico che dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV) dell’Università degli Studi di Firenze, ed è incluso dal New Yorker tra i world changers, ovvero tra coloro che sono destinati a cambiarci la vita, mi aveva anche detto che le piante comunicano e sono realmente stupefacenti, perché sono in grado di scambiarsi informazioni sull’ambiente, sullo stato del terreno, su tantissime cose in modo dettagliato e soprattutto in continuazione. È stata l’ultima scoperta che ha fatto a livello di laboratorio.

In Europa non abbiamo più foreste primarie

10 mila anni fa di alberi ce n’erano 6 mila miliardi, oggi ce ne sono 3 mila miliardi, ma 2 mila miliardi sono stati tagliati negli ultimi 2 secoli. In Europa non abbiamo più foreste primarie, cioè foreste in cui non c’è stato l’intervento dell’uomo. In Italia degli 11 milioni di ettari di boschi, il 34% è nelle mani del pubblico, il 66% dei privati e il 55% di questi boschi sono lasciati andare. La parte pubblica è obbligata a fare una gestione però spesso non viene attuata. Nel senso che magari c’è ma rimane dentro nel cassetto. Il privato se ha una superficie inferiore a 100 ettari non è soggetto a effettuarlo. Come diceva prima Giambastiani essendo spesso di molto inferiore, i boschi sono dimenticati a loro stessi. Se un tempo i nostri nonni si mettevano lì col piccone e la zappa tutti i giorni, per sistemare quotidianamente qualcosina nelle loro terre, oggi per tutti i proprietari impossibilitati a gestirli autonomamente arriva in soccorso Forest Sharing, la piattaforma digitale creata appositamente proprio da Yamuna Giambastiani con altri 6 giovani soci fondatori, alcuni del dipartimento di Scienze Forestali, altri esperti in economia circolare, che insieme a tecnici e professionisti del settore se ne prendono cura.

Forest Sharing: una soluzione possibile

“Abbiamo iniziato a lavorarci concettualmente in 5 nel 2017 con la startup innovativa Bluebiloba, uno spin-off dell’Università degli Studi di Firenze”, racconta. “Abbiamo tutto il necessario per farlo, pensavamo: gli strumenti tecnologici e i modelli di calcolo appresi negli anni che ci consentono di valutare in modo rapido, conveniente e più economico alcuni parametri, tipo la biomassa all’interno dei boschi, gli impatti dell’utilizzazione, i sistemi di cantiere migliori. Con i satelliti e i droni riusciamo a fare un monitoraggio in tempo reale. Possiamo controllare l’avanzamento del cantiere per quantificare quanto lavoro è stato fatto giornalmente, ma anche evitare lo sconfinamento nelle proprietà altrui per non andare incontro a sanzioni, tanto per fare due esempi. Da questi presupposti abbiamo cominciato a pensare a un modello di business, con l’idea però di creare anche un nuovo metodo per poter vedere le nostre foreste non più come singoli pezzettini di un puzzle, o meglio quel territorio attualmente frammentato, ma come se fossero ricuciti in un’unica foresta, da poi prendere in mano. A cui per l’appunto abbiamo dato il nome di Forest Sharing. Il processo è stato lungo. Con l’arrivo del Covid, riducendo le nostre attività legate a rilievi da fare all’esterno e stando costretti a casa, abbiamo potuto focalizzarci sulla messa a punto del software e a settembre del 2020 siamo entrati nel mondo virtuale, in modo tale da arrivare a più persone possibili. Abbiamo considerato che il settore è a 0, non rende nulla a nessuno o poco più, abbiamo cominciato a buttarci dentro tecnologia, sistemi nuovi, ma ci vorrà del tempo prima che inizi a girare. Non importa. Bisogna ripartire da qualche parte. Nel mondo perfetto se ne occuperebbe l’ente pubblico. Non essendo, così abbiamo deciso di partire con le nostre risorse, con il nostro impegno, sperando che tutto questo ci porti lavoro e professionalità. I vantaggi sono tantissimi. I proprietari avranno modo di vedere il loro bosco come un bene prezioso con occhi nuovi grazie a un team di professionisti, che lo faranno tornare a essere un luogo da vivere. Non solo. Potrà avere una rendita inaspettata, sarà un modo per mantenere un legame con le origini familiari. Forest Sharing come compenso trattiene una percentuale sul valore creato. Esattamente come accade con Airbnb, che non riscuote nulla fino a che qualcuno non prende in affitto la casa. Per capirsi, il proprietario non ha spese, a meno che non vengano chiesti studi di fattibilità. Senza contare che un bosco ben gestito e custodito, va rammentato, fornisce tanti servizi ecosistemici: acqua pulita, ossigeno, protezione dalle frane, abbassamento dei livelli di CO2, tutela della biodiversità. Fino ad ora non abbiamo ricevuto alcun finanziamento, né da un fondo né da un soggetto terzo. Ci autofinanziamo con il ricavato del lavoro che svolgiamo in Bluebiloba, perché all’interno della società ci occupiamo anche di altri servizi sempre in ambito forestale”.


Il gruppo di lavoro di Bluebiloba

Forest Sharing: come funziona?

Forest Sharing funziona così. Il proprietario si iscrive sul sito gratuitamente, inserisce i dati catastali del bosco, dichiara la sua qualità di gestione preferita, che può essere di tipo produttivo, ricreativa, fruitiva, protettiva o di mantenimento. I soci fanno un’analisi preliminare per valutare e verificare la modalità richiesta in base a specie arborea, estensione, età, tipo di bosco, accessibilità, condizioni stazionali. Il tutto viene tradotto in una scheda inviata al mittente seguendo i tempi di elaborazione necessari. Da lì quello che cercano di fare è di stimolare la crescita di nuclei di più proprietari per elaborare un progetto unico che coinvolga le aziende del settore – imprese boschive, associazioni di trekking, costruttori di parchi avventura, studi di progettazione e consulenza – permettendo così all’area di essere valorizzata al meglio, con una gestione aggregata e sostenibile, sulla base di obiettivi condivisi tra gli utenti. Ad esempio, se il proprietario che si iscrive ha il bosco in cima alla montagna, con il passa parola si deve intercettare il parente o il vicino confinante e così via quello ancora a fianco, per capire cosa vogliono fare, se intendono seguire la stessa linea o propendono per altro. Il presupposto è quello di gestire un bene con un’economia di scala perché altrimenti i costi sarebbero troppo elevati. Le condizioni ambientali rappresentano un limite: è il caso delle aree che non danno una possibile continuità perché delimitate ad esempio da paesi oppure da particelle che insieme non riescono a raggiungere almeno una centinaia di ettari, superficie necessaria per iniziare a fare qualcosa. Un aspetto positivo è, invece, che i ragazzi delle foreste si aspettano di riattivare alcune filiere, oggi ai minimi storici, come quella del legname da opera, che abbiamo ma non utilizziamo perché non ci sono più le segherie, tanto che lo importiamo dall’estero all’80%. Trattasi di travi, di tutti i prodotti un po’ più ricchi dei nostri boschi, che servono per la produzione di tavolame di vario genere utili per costruire case o strutture di altro genere.

“Sicuramente stiamo generando tanto interesse perché siamo riusciti a intercettare un problema, riuscendo a fornire soluzioni concrete”, continua Giambastiani. “C’è un flusso continuo di iscrizioni. A gennaio quando siamo partiti con la campagna di comunicazione c’è stata un’esplosione, avevamo un ingresso quotidiano di 30/40 persone. In questo ultimo periodo è un po’ scemato probabilmente per la fine del lockdown, che ha provocato alle persone l’esigenza di riuscire per rinascere e dedicarsi ad altro, anche se ogni giorno qualche nuovo utente arriva. Comunque in pochi mesi siamo arrivati a 400 iscrizioni per un totale di 4 mila e 500 ettari e stiamo dando il via a due progetti. Uno in Chianti, dove il proprietario di un’azienda agricola sta cercando di mettere in piedi un percorso di educazione ambientale da far fare a bambini, persone svantaggiate, anche con disabilità, con gli asini. Noi stiamo dando il nostro supporto per fare in modo che se lo possa sviluppare. Abbiamo messo insieme altri quatto proprietari, stiamo lavorando sul quinto e su una superficie di 150 ettari circa, con querceti che fino a qualche decennio fa venivano trattati a ceduo, quindi per la produzione di legno da ardere, da convertire in alberi ad alto fusto, dato che le querce hanno superato una certa età e quel tipo di trattamento per legge non si può più fare. L’altro, grazie a un bando ministeriale, in Sardegna. Qui abbiamo accorpato una quindicina di privati, in due comuni, per un totale di 2 mila ettari. Visto che ci sono sugherete, vogliamo mettere in circolo una produzione di sughero condiviso, per valorizzare questo prodotto, e prevediamo addirittura una certificazione di gestione forestale sostenibile attraverso gli standard qualitativi del PEFC. Ora che la situazione della pandemia lo permette vogliamo farci conoscere anche di persona sperando di incontrare interesse e partecipazione per formare altri nuclei da cui poter partire. Abbiamo in calendario alcune iniziative e incontri con vari Proloco. In agosto andiamo nell’Appennino pistoiese per incontrare dei proprietari che sappiamo essere in zona solo in quel periodo dell’anno. Lì c’è il problema della robinia, una specie invasiva. Il nostro intento è quello di utilizzare quel legno facendo cataste da usare per le sistemazioni idrauliche forestali perfettamente ecocompatibili”.

Tempo e organizzazione sono gli elementi importanti per la scalabilità

È necessario sapere che lo sviluppo di tutto il processo richiede tempo. Soprattutto oggi che le persone sono abituate a ricevere l’acquisto pronto all’uso con un semplice click su Amazon il giorno prima. “I nostri boschi hanno cicli di vita ben diversi rispetto alla velocità a cui siamo abituati a vivere noi la nostra di vita”, sottolinea. “Non si può pretendere il tutto e subito da un bosco. Questo può essere un altro limite, se vogliamo. Essendo un metodo, invece, è facilmente replicabile. Sostanzialmente basta applicarlo. Non è così complicato da rimetterlo in piedi da qualche altra parte del mondo. Ci sono colleghi e istituzioni che stanno chiedendoci di portarlo in Grecia e in Croazia”. Il concetto di sharing economy, a cui si ispira, lo mettono in atto non solo nello sviluppo di gestione forestale ma anche nella policy aziendale. In totale sono una quindicina. Ognuno ha le sue competenze e porta avanti solo quelle. Questo comporta una forte interconnessione tra loro anche oltre la sfera di Bluebiloba, quindi con protezionisti, società partner e la community che pian piano sta crescendo. La cabina di regia per il quotidiano da svolgere per Forest Sharing è, invece, formata da 4 persone. Lorenzo è un informatico, sta dietro a tutta la parte di internet, del database. Guido è il front man, quello che racconta ciò che fanno, parla con i clienti, ed è il più esperto di economia circolare: apporta all’interno della piattaforma quel che serve da un punto di vista di economia condivisa per il ciclo produttivo. Yamuna e Francesca sono dottori forestali e si occupano di valutazioni e monitoraggio delle attività collegate ai boschi. Insieme hanno già condiviso la soddisfazione di un percorso ricco di riconoscimenti.

Un punto di forza: sempre più giovani tornano alle zone rurali

L’Europa ha segnalato Forest Sharing come una delle migliori idee imprenditoriali green, Legambiente come la più ecosostenibile, recentemente sempre Legambiente l’ha selezionata per un progetto che riguarda i piccoli borghi. Non dimentichiamoci che la dicitura di spin-off universitario, oltre a un merito in quanto azienda che apporta innovazione, è anche un biglietto da visita quando si presentano al pubblico. Stanno anche cercando di promuovere il programma LIFE, attraverso bandi. La UE, ormai si sa, quest’anno ci ha investito 121 milioni di euro.

“Soprattutto abbiamo imparato che da soli non si va da nessuna parte. Per far bene le cose bisogna fare rete. Di questo ne siamo certi”, conclude Giambastiani. “Ultimamente stiamo notando che alcuni giovani si licenziano dal loro posto di lavoro per ritornare alle zone rurali o montane con il desiderio di sviluppare agriturismi, orti, percorsi di trekking nella natura o per il benessere come il forest bathing, terapia che va per la maggiore in Giappone. Fondamentalmente ci investono la loro vita. La gente inizia forse a capire che occuparsi dell’ambiente è necessario. Lo si vede sia da vari slogan sia da un ministero dedicato. Qualcosa sta cambiando a livello di cognizione”. A consapevolizzare le persone sono di aiuto anche gli appassionati del verde quando narrano le loro scoperte. È il caso di Gaetano Zoccali, un uomo dalla scrittura raffinata, che ha da poco pubblicato Natale Torre, I giardini del sole, per Officina Naturalis. Un libro fatto di parole che stimolano l’immaginazione attraverso il dialogo fra loro due amici, amanti giardinieri: quelle dell’autore che ha realizzato il suo giardino milanese grazie alle piantine di Natale e quelle di Natale di cui è stata fatta la biografia traendo spunto dal suo percorso formativo. Dopo gli studi in agraria a Torino e la specializzazione in agricoltura tropicale e subtropicale a Firenze e la collaborazione con l’Istituto Sperimentale di Frutticoltura di Roma (collegato al Ministero dell’Agricoltura e Foreste), Torre ha rinunciato alla carriera universitaria per preservare la sua libertà da “cacciatore di piante”, senza però interrompere la ricerca sul campo. Il dialogo è il risultato di alcune giornate trascorse in tre luoghi cardine per la vita del protagonista: il suo vivaio – casa e bottega – a Milazzo; l’adiacente Giardino del Gelso, luogo caro alla sua infanzia; l’Orto botanico di Palermo, di cui Torre è stato fornitore di fiori e frutti subtropicali tra i più rari. Un viaggio meraviglioso in cui il lettore non può far altro che cogliere un futuro verde speranza.

Barbara Majnoni
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