• Dom. Giu 13th, 2021

Cosa serve alla scuola di domani ( e di oggi…)

Giu 10, 2021
scuola

“L’obiettivo principale della scuola è quello di creare uomini che sono capaci di fare cose nuove, e non semplicemente ripetere quello che altre generazioni hanno fatto”. Lo psicologo Jean Piaget, non aveva dubbi.
Sul Domani, una ricerca curata dal ricercatore Enzo Risso, ci spiega come il nostro modello d’istruzione sia ritenuto inadeguato dagli italiani.


Sulla scuola abbiamo sempre litigato. Tutti hanno ricette eccellenti: è un argomento che da sempre fa discutere e riflettere, ma la pandemia che ci ha travolti ha evidenziato, ancora di più, i problemi presenti nel sistema scolastico italiano.
Scrive Risso che al primo posto, tra le maggiori difficoltà c’è, per il 52 per cento degli italiani, il tema dell’obsolescenza e astrattezza dei programmi di studio (sottolineato dal 67 per cento di Millennials e Generazione Z). A seguire altri due temi, condivisi dal 50 per cento delle persone: l’inadeguatezza delle dotazioni tecnologiche (al sud sale al 57 per cento) e la scarsa motivazione dei docenti (nelle regioni del centro-nord è al 54 per cento). Non manca l’annosa questione dell’edilizia scolastica. Evidenziata dal 47 per cento, viene fatta notare maggiormente nelle regioni del centro-sud (58 per cento). Presente come argomento, da sempre discusso, il sovraffollamento delle classi. Infatti, la classifica redatta dall’osservatorio Legacoop-Ipsos mostra un 37 per cento degli italiani che denuncia questo problema, con un particolare coinvolgimento dei ceti popolari e i residenti nelle periferie urbane.

Le tre incognite della scuola


Come se non bastasse tra le incognite della scuola troviamo: la permanente mancanza di insegnanti (31 per cento), il sostegno insufficiente agli studenti con difficoltà dell’apprendimento (23 per cento), la mancanza di servizi per gli alunni disabili (23 per cento). La classifica termina con: le dotazioni e le forniture inadeguate (16 per cento), le limitate politiche d’inclusione (15 per cento), i servizi mensa di bassa qualità (12 per cento), le barriere architettoniche (8 per cento).
Le falle nel sistema, avverte Risso, si notano anche nelle competenze fornite agli studenti sia nella preparazione al mondo del lavoro e sia per sostenere le sfide della società.
Per quanto riguarda il mondo universitario la precedenza viene data innanzitutto: agli stage in imprese (62 per cento), allo studio all’estero (60 per cento) e alle presentazioni aziendali (57 per cento).

Le scuole superiori vedono una maggiore attenzione alla modifica dei programmi con insegnamenti più pratici, a corsi per essere informati sul mondo del lavoro, a scambi con altri istituti europei.
Alcuni settori sono considerati insufficienti: l’ambito linguistico (56 per cento), l’ambito ambientale e green economy (77 per cento), l’ambito digitale (78 per cento). I problemi legati all’ambito digitale sono legati: alla carenza di laboratori (60 per cento, dato che al sud sale al 66 per cento), l’obsolescenza dei programmi didattici (55 per cento), le strutture (52 per cento), la mancanza di collegamento con le imprese (47 per cento).
Inoltre, favorisce la mancanza di formazione la dispersione dei programmi di studi (37 per cento percepito specialmente dai giovani) e la mancanza di opportune istituzioni culturali (26 per cento).
Il ricercatore Risso aggiunge che questa ricerca segnala, grazie soprattutto ai giovani, il bisogno di riflettere sul nostro sistema di formazione.

Il digitale e la scuola


Il mondo ormai è digitalizzato e serve aiutare i nostri ragazzi ad affrontare i cambiamenti che sono diventati inesorabili. È necessario fornire mezzi e strumenti ai ragazzi, ma la presenza degli adulti è fondamentale in questo processo tecnologico iper-social e globalizzato.
Un aspetto, da sociologo, mi ha particolarmente colpito, ed è legato al campo d’indagine al quale mi dedico ormai da molti anni, il rapporto tra individui e tecnologia ed in particolare nelle nuove generazioni.
La tecnologia, in questo ultimo anno, è apparsa come salvifica, quei muri ci hanno difeso dal mondo esterno dove imperversava un nemico invisibile. Così i volti nei monitor, i video, le performance, il travolgente avvio del telelavoro e della DAD, quel recinto ci ha salvato da quel senso di profondo smarrimento che l’improvvisa perdita della libertà di muoversi e uscire ci ha fatto sentire.


Allo stesso tempo osserviamo che il sistema relazionale sembra caratterizzarsi sempre di più per un’estrema fragilità. Questo ha un forte impatto sui nostri giovani a cui mancano gli strumenti per comprendere le implicazioni del proprio agire social e attuare un percorso che li porti ad acquisire una piena autonomia individuale. E tutto ciò accade in un momento storico nel quale, la solitudine, che ha così brillantemente fotografato Bauman, esplode in tutta la sua criticità con un impatto profondo proprio sulle nuove generazioni che saranno espressione della nuova cittadinanza digitale.
Sono ragazze e ragazzi che vivono un’apparente dicotomia, divisi tra fragilità e presunto potere adolescenti che costruiscono le proprie vite incentrate sul pubblico. Appaiono sempre più assetati e vittime del consenso del proprio gruppo di pari e convinti al contempo di avere il pieno controllo sul processo di auto-rappresentazione.

Il compito degli adulti

Noi adulti abbiamo il compito, dopo questo anno di emergenza pandemica, di vigilare sui tanti i pericoli a cui bambini, pre-adolescenti e adolescenti sono esposti. Il mio ultimo libro, Figli delle App, che parte da anni di ricerche sui rischi della rete, vuole essere un appello, in un momento di forte emergenza educativa a costruire un’alleanza forte per vincere questa nuova sfida. Insomma, una challenge dei buoni contro i mali dei nostri tempi: cyberbullismo, sexting, revenge porn, body shaming, cutting, fake news e hate speech. Dobbiamo lavorare insieme genitori, istituzioni, scuola, agenzie educative, mondo del volontariato per continuare a far sognare i nostri figli. Possiamo vincere insieme. Del resto come ammoniva Don Lorenzo Milani :“se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Francesco Pira
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