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Climbing Iran: la montagna abbatte le differenze

Giu 25, 2021
Climbing Iran

Climbing Iran è una storia che contiene al suo interno tante storie, tanti viaggi, due paesi, diverse sfide.

L’esistenza di due donne che si intreccia, quella di Francesca Borghetti, regista e documentarista, e quella di Nasim Eshqi, classe 1982, pioniera dell’arrampicata all’aperto in Iran, la cui storia Francesca ha voluto raccogliere e raccontare.

La storia di due Paesi, l’Iran e l’Italia, lontani eppure vicini. La storia della montagna, che per i valori che incarna, per il modo in cui viene vissuta, abbatte le differenze. La montagna non ha religione, colore o nazionalità.

Francesca, come hai scoperto Nasim?

“Il mio incontro con Nasim è avvenuto quasi come una folgorazione, grazie a un articolo di giornale, era l’aprile del 2017. C’era distensione, era il periodo Obama, e non è un caso… il presidente Hassan Rouhani venne in Italia. E forse con lui è arrivata anche la storia di Nasim, attraverso D Donna. Sono rimasta colpita da questa ragazza che arrampicava, senza velo, e lo scenario meraviglioso delle montagne attorno a lei. E mi sono chiesta, come è possibile che quest’immagine arrivi dall’Iran? Che Nasim sia una donna iraniana? Cosa sappiamo noi di questo Paese? Perché abbiamo quest’immagine monocolore. E ho deciso di capire di più. Ho una curiosità di base per le culture, perché so che c’è un sistema di valori e una complessità che è importante conoscere. Ho aperto un account Instagram per entrare in contatto con Nasim, e poi tramite whatsapp ci siamo scritte e abbiamo iniziato a parlare. Parallelamente ho iniziato il mio percorso di studio e ricerca, sull’Iran, un Paese che non conoscevo. É stato molto interessante, l’Iran ha una realtà politica determinante, con una teocrazia al potere. Oltre a studiare sui libri ho incontrato i persiani che vivono a Roma, per cercare di capire come Nasim si inquadra in quel Paese.   Il mio lavoro non è esaustivo. Rimangono tante domande aperte: ho scelto un racconto che entri in un percorso che è la mia indagine su Nasim. La mia voce, il mio sguardo.

Come è stata la scoperta dell’Iran?

Il primo viaggio in Iran è stato di ricognizione, anche turistico. Il primo impatto è stato di grande stupore, ho trovato un paese accogliente, in cui è facile viaggiare. Il percorso di avvicinamento all’Iran è stato di sfoltimento dei pregiudizi. Un esempio. A Teheran c’è una metropolitana che funziona benissimo, ma uomini e donne viaggiano divisi, è un mix di modernità e di regole forti e peculiari. Eppure, questo elemento dei vagoni separati merita una riflessione: molte donne provenienti dalle campagne, che mai sarebbero state autorizzate da un sistema patriarcale e maschilista molto forte, ad andare nella grande città e frequentare l’Università, attraverso questo sistema di divisione netta fra i sessi, hanno potuto studiare. Trovi quindi una popolazione femminile molto istruita, certo ci sono paesini sperduti in cui si vive ancora in modo arretrato. All’inizio del viaggio coprirti non ti pesa tanto, ma lavorando e rimanendo in Iran per lungi periodi ho sentito forte la violenza di queste regole. Con le maestranze locali, con cui ho lavorato, mi sono trovata benissimo. La fonica era una donna, cosa assai rara in Italia. Certo è stato faticoso, ho dovuto conoscere le persone con cui lavorare: io raccontavo una storia particolare e la scelta delle persone è stata essenziale.

La tua scelta di attivare un crowdfunding: come è nata?

Per il desiderio e la necessità di proteggere Nasim inizialmente non pensavo di  partire con una campagna di  crowdfunding, poi mi sono fatta convincere da alcuni amici e dal fatto che la macchina produttiva è molto lenta e a me servivano soldi per iniziare a lavorare. Convincerla a lavorare con me non è stato facile, c’è stato un lungo corteggiamento, ero la terza documentarista che cercava di raccontare la sua storia e farla venire ad aprire una via in Italia era per lei una sfida incredibile. Quindi il crowdfunding mi avrebbe aiutato ad avere un po’ di liquidità. Siamo partiti bene e i soldi li abbiamo raccolti con facilità, in un moto perpetuo di attività e comunicazione. Arrivati al traguardo però tutto si è bloccato. Dopo qualche tempo mi ha scritto l’avvocato della piattaforma, spiegandomi che lo swift code che autorizza la transazione per la carta di credito, è americano. Fatto assurdo perché la campagna è stata fatta in italiano, su una piattaforma italiana, finanziata da donatori italiani. In quel momento era cambiata la presidenza americana, c’era Trump con nuove pesanti sanzioni. Il problema era la parola Iran nel titolo del documentario. Così i soldi sono stati restituiti ai donatori, molto lentamente, senza dire perché tornavano indietro, unica spiegazione: un problema tecnico. C’è’ stata una nuova chiamata all’azione, che ha rimotivato tante persone, certo qualcuno si è disperso, ma molti mi hanno sostenuto.  Per me è stato lampante e terribile pensare che io che sono italiana, vivo in Italia, non sono libera di raccontare la storia che desidero, perché dietro di noi c’è l’America che gestisce le nostre transazioni economiche.

Cosa ha comportato raccontare le verità?  

Una delle difficoltà alla base di questo lavoro, che è un documentario e deve cercare e raccontare la verità, seppur filtrata dai miei occhi, è stato trovare l’equilibrio fra la realtà e ciò che poteva essere raccontato. Nel cinema iraniano le donne portano sempre il velo, anche in casa, cosa che invece non è nella realtà. Nella propria casa le donne non portano mai il velo. Ho sentito forte la necessità di trovare la verità senza mettere in pericolo Nasim. E il risultato che abbiamo raggiunto, il racconto che si vede, è al netto di tutte queste considerazioni e ancora ora non sappiamo come verrà recepito. Eppure, la vita di Nasim è un rischio calcolato, ogni giorno. Faccio un esempio: il nostro distributore ha venduto il documentario ad Al Jazeera e a BBC Persia, un canale che trasmette in persiano, in Iran. Una notizia che ci ha gratificato e anche allertato, poiché non abbiamo mai pensato di realizzare un documentario per gli iraniani, è chiaro che il nostro è uno sguardo esterno che racconta la vita di una donna iraniana non comune.  Per cautela abbiamo chiesto al distributore di retrocedere dal contratto con la BBC Persia, è rischioso per lei. In compenso è stato venduto a Rai e andrà in onda quest’estate su Rai 1.

Che donna è Nasin?

Nasim non è una donna facile, ha il suo carattere, una grinta da leone, in montagna come nella vita. In montagna ha trovato uno spazio suo, è autorizzata ad avere e a prendersi la sua libertà. Le leggi degli uomini in montagna valgono poco, lì vale la legge della montagna. Non importa se si è o non si è musulmani, se si è donne o uomini, in montagna conta la forza fisica, la capacità di salire, di arrampicarsi. Lei lì è quella che è. Senza filtri, veli, costrizioni. Incontrare Nasim per me è stato magnifico, ho trovato e toccato il miracolo della sua rivoluzione personale. Sono partita e sono andata lontano, per raccontare una storia lontana, ma ho trovato una verità molto vicina, che tocca tutti noi. Ho visto il coraggio, Nasim ha il coraggio di prendere strade nuove, in Iran, nella vita, ma anche sulla roccia, lei apre vie. Si prende la libertà e la responsabilità di scegliere strade diverse. Non fa parte, per esempio, della squadra di arrampicata iraniana, loro arrampicano con il velo, al chiuso. Per lei l’arrampicata è all’aperto, nella natura, che la accoglie e la sfida, e le rende possibile vivere come vuole. Un grande riconoscimento di questo lavoro è arrivato con la vittoria del Premio Libero Bizzarri, per il documentario, un premio prezioso e speciale.

Che cosa ti ha insegnato questo lavoro?

Ho visto la mia determinazione e una caparbietà che ho imparato passo passo, stando vicino a Nasim. Lei è una che non molla, nella vita come in montagna, io anche non ho mai mollato. E poi la grande soddisfazione e gioia nel veder concretizzarsi un colpo di fulmine, nonostante siano passati quattro anni e tante difficoltà.

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