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I classici: riflesso e ricchezza della vita

Gen 15, 2024 , ,
Classici Letteratura

La Divina Commedia di Dante, Romeo e Giulietta di William Shakespeare, I Promessi Sposi di Manzoni, Il De brevitate vitae di Seneca, Madame Bovary di Gustave Flaubert, l’Odissea di Omero e si potrebbe continuare all’infinito.

In poche parole: i classici.

Cosa sono i libri o i testi classici? Nel 1981 Italo Calvino, scrittore, intellettuale impegnato e grande narratore del secondo Novecento, lo spiega in modo esaustivo nel saggio “Italiani, vi esorto ai classici”:

“I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito : <<Sto rileggendo…>> e mai <<Sto leggendo…>>. […]. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli. […]. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. […].  D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. […]. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura. […]. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. […]. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume). […]. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”.                 

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Quanta meraviglia è presente in un classico! Ce lo comunica il Calvino, critico letterario. I testi classici hanno tanto da dire e da donare agli esseri umani, sono ricchi di particolari, di elementi impliciti e di riflessioni di spessore, per cui necessitano di riletture.

Hanno un grande potere sullo stato d’animo di chi legge. Spesso danno risposte e suscitano altre domande. A volte agitano, altre inquietano, altre ancora rallegrano. Fanno provare emozioni, forti emozioni. Ci fanno sentire vivi e forti.

Sì, perché i classici insegnano il dolore, l’amore, i sentimenti, tasselli del mosaico dell’esistenza umana. Conoscere ed elaborare questi segmenti di vita, educa.

Educare, termine che deriva dal latino ex-ducere, letteralmente tirare fuori, far venire alla luce qualcosa che è nascosto, è un processo fondamentale per lo sviluppo umano. I classici formano un giovane discente, il quale, incontrandoli per la prima volta, vive profondi movimenti interiori. Ed è grazie a questo passaggio che avviene l’evoluzione e la costruzione di un’identità. È grazie ai momenti di crisi, di inquietudine, di gioia, di scoperta, che succede qualcosa di straordinario: l’animo umano si prepara a crescere mutando e mutandosi.

Il classico e la società di massa

La nostra società è il frutto delle precedenti società di massa, nate già nell’Ottocento e diventate terreno fertile per lo sviluppo dei totalitarismi del Novecento. Certo, la realtà di oggi è tessuta anche dal digitale, il quale promuove e diffonde usi, costumi, canoni, idee di massa, per l’appunto.

Sembra che quest’ultima occupi molto spazio nella vita quotidiana e nel teatro della vita, a discapito dell’identità personale, unica, originale e irripetibile. Cosa si può fare allora per fare in modo che proprio nella fase dell’adolescenza, età in cui inizia a formarsi un’identità, il desiderio di seguire la massa venga sostituito dalla meraviglia e dalla volontà di mostrare il proprio sé? Leggere i testi classici. Qui batte la vita. Il testo classico guida, affina e istruisce.

Mai come oggi – era dei social, dell’omologazione e del costante bisogno di uniformarsi a qualcuno – è così urgente trasmettere ai giovani il messaggio dell’unicità e dell’importanza di essere noi stessi, tòpos espresso pienamente dalla poetessa polacca Wislawa Szymborska nella poesia Nella moltitudine:

“Sono quella che sono. Un caso inconcepibile come ogni caso. […] Potevo essere me stessa – ma senza stupore, e ciò vorrebbe dire qualcuno di totalmente diverso”.

I giovani sentono il bisogno di essere accettati e sovente, per realizzare tale desiderio, scelgono la strada errata, quella di allinearsi a dei modelli proposti. Dobbiamo far capire alle nuove generazioni che la propria identità va costruita ed esposta sulla vetrina del mondo, senza paura. Possiamo fare tutto ciò attraverso la sapienza del passato, la quale offre una solida base culturale e intellettuale e forma lo spirito e l’anima. La classicità parla alla mente e al cuore, senza tralasciare nulla.

Il ruolo della cultura classica nella società odierna

Abbiamo parlato di questo tema con Maria Nicole Iulietto, classicista di formazione, docente di latino e materie letterarie presso il Liceo Scientifico Alessi di Perugia e docente a contratto di Letteratura Latina presso l’Università per Stranieri di Perugia; autrice di monografie e numerose pubblicazioni specialistiche sulla poesia e sul mito classico, con particolare attenzione alla fortuna dell’antico nelle epoche successive. Sui social, in particolare su Tiktok dove ha attualmente una community di ‘studenti virtuali’ di 67mila persone, parla di scuola, libri e cultura classica.

“Parlare di cultura classica e di studi classici oggi, nell’epoca della produttività esasperata e frenetica, è tanto difficile quanto necessario. Difficile perché in un mondo ‘concreto’ e ‘veloce’ come il nostro, tutto ciò che non appare immediatamente e praticamente spendibile, tutto ciò che richiede la lentezza della riflessione e che produce i suoi frutti soprattutto a posteriori, come gli studi classici (e gli studi teorici, in senso lato), viene troppo spesso ritenuto sacrificabile o, peggio, del tutto inutile.

Necessario perché ogni giorno che passa ci scontriamo sempre più con l’urgenza di tutelare la nostra individualità, personale e culturale, vittime come siamo di una massificazione che ci impone di seguire le ultime mode, presentarci secondo determinati canoni, consumare ciò che ci viene proposto-imposto da una pubblicità sempre più persuasiva.

Non si tratta solo di recuperare le nostre radici; si tratta di avere coscienza di chi siamo per poter entrare veramente in connessione con l’altro senza perdere noi stessi.

E la cultura classica – questo è un dato di fatto – è una componente essenziale della nostra identità, di italiani e di europei. Recuperarla, tutelarla, divulgarla, anche sfruttando i canali comunicativi attuali, è uno dei mezzi di cui disponiamo per riflettere criticamente su modelli e valori che la classicità ci ha trasmesso e con i quali continuamente ci confrontiamo (l’idea di comunità e cittadinanza, il senso della giustizia, l’importanza della diversità come valore), per essere davvero padroni della nostra identità culturale e per poter quindi aspirare ad un autentico, oggi drammaticamente urgente, dialogo con le altre culture”, afferma la Professoressa Iulietto.

Dialogare con l’antico

Per analizzare e studiare ampiamente questo tema, è bene chiedersi: “Cosa può insegnare la cultura classica ad un ragazzo dei nostri tempi? Inoltre, rispetto al passato, essa svolge un compito diverso in termini educativi?”.

A questa domanda la docente risponde: “Machiavelli, nel suo periodo all’Albergaccio, non vedeva l’ora di tornare a casa ed entrare nelle “antique corti delli antiqui huomini”; si chiudeva in camera e dialogava con gli antichi. Sono dell’avviso che ciascuno di noi possa ancora aprire questo dialogo oltre il tempo, giovani compresi. Le domande cambieranno, ma la bellezza del ‘classico’, per dirla con Calvino, è che “non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

E anche i nostri giovani, lo so con certezza, possono trovare risposte e trarre insegnamenti con un giusto approccio alla cultura classica: l’ode del Carpe diem di Orazio continuerà a metterli davanti all’importanza di vivere pienamente il presente;

il mito ovidiano di Apollo e Dafne li farà riflettere sui rischi dell’amore che imprigiona e sfocia in violenza, quando non accetta il rifiuto; Cicerone li aiuterà a parlare meglio e a riflettere sulle dinamiche della politica;

il De brevitate vitae di Seneca li metterà di fronte al pericolo, così fortemente attuale, di farsi imbrigliare in attività o stimoli fuorvianti che impediscono l’uso qualitativamente corretto del tempo.

Bisogna essere consapevoli del fatto che lo studio dei classici come base comune delle diverse formazioni specialistiche si è andato progressivamente e inesorabilmente indebolendo nel corso del Novecento e che, in ambito scolastico, si tende ormai da tempo ad ‘alleggerire’ questi studi, in molti casi – lo sappiamo – auspicandone addirittura l’eliminazione dalle scuole secondarie.

Siamo lontani anni luce dai tempi in cui la formazione della classe dirigente non poteva prescindere da questo tipo di basi. Mantenere vivo e profondo il dialogo con l’antico, quindi, è oggi più che mai una questione di scelta. La scelta di rendersi conto che non può definirsi ‘morta’ una lingua, come il latino, i cui testi continuano a insegnare emozioni, sentimenti e vita.

La scelta di rendersi conto che in quella cultura non ci sono solo le nostre radici, storiche e linguistiche, ma il nostro modo di articolare il pensiero, vedere il mondo, immaginare scenari futuri. Perché i modelli del nostro pensiero, del nostro linguaggio e della nostra identità stanno per buona parte in quel serbatoio simbolico e culturale che è la classicità greca e latina.

Non si tratta più di difendere una cultura elitaria ma di accompagnare i più giovani, nel nostro piccolo, verso il recupero ‘democratico’ di una ‘storia’ che è di tutti”.  

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Il digitale e la cultura classica

“Parlare di cultura classica nell’era del digitale comporta necessariamente – mi si conceda il termine –  un certo ‘strabismo’ e impone di avere contemporaneamente un occhio rivolto al passato e un occhio rivolto al futuro. Sarebbe davvero anacronistico pensare che, ad oggi, il digitale sia solo uno strumento accessorio o, peggio, una dimensione di cui si possa far ancora a meno, aggrappandosi ostinatamente a pretese da laudator temporis acti.

Chi lavora con i giovani, come i docenti e i formatori a qualsiasi titolo, ha anzi la responsabilità morale di conoscere a fondo questa realtà ibrida in cui reale e virtuale si fondono e nella quale siamo ormai tutti immersi fino alla punta dei capelli.

I miei canali social nascono proprio da questa presa di coscienza e dal tentativo di sperimentare differenti modalità di comunicazione e divulgazione culturale, in primis pensando ai miei studenti. Tutto nasce da loro – sono proprio i miei ragazzi ad avermi spinto ad aprire le mie pagine su Tiktok e Instagram, un anno e mezzo fa – e tutto a loro ritorna sempre. I contenuti che creo sono generalmente collegati all’attività che svolgiamo in classe, come rinforzo o come approfondimento, a livello di curiosità aneddotica o anche di intrattenimento (penso, ad esempio, ai quiz letterari che ogni tanto mi diverto a proporre).

E in questo meccanismo circolare che parte e termina con i miei studenti si inseriscono occasioni bellissime di scambio e condivisione con altri docenti ‘social’, con studenti di tutta Italia e con amanti della letteratura e dei classici di ogni età, che ho avuto ed ho modo di conoscere solo grazie alla rete. Non è meraviglioso?

Le possibilità sono immense, il desiderio di bellezza sempre vivo in giovani e meno giovani: perché dunque non cogliere l’occasione di condividere anche sui (e grazie ai) social network l’amore per l’antichità classica e per le letterature che la eternano?”.

Attraverso quest’ultima interessante osservazione, la Professoressa Iulietto ci ricorda che è possibile costruire bellezza e una comunicazione valoriale anche attraverso i social e che le nuove generazioni rispondono a tali richiami.

È molto importante continuare a percorrere questa strada di cultura, divulgazione e condivisione. Il classico ha molto da donare, basta accoglierlo dentro di noi per conoscere meglio i nostri abissi e per portarci fuori nel mondo, in modo da muoverci nella vita di tutti i giorni e nelle relazioni con il nostro sé, con l’altro e con la società.

Antonella Ferro
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