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Carlo Olmo: storia di un benefattore

Apr 26, 2021

Non è semplice immaginare che dedicarsi alla beneficenza possa avere anche dei risvolti negativi, eppure è più comune di quanto si possa pensare. Si tratta di conseguenze che non derivano dalla scelta di dedicarsi alla beneficenza né dalla beneficenza stessa, bensì dall’impatto che questa ha sulle coscienze individuali e sociali, non sempre una in accordo con l’altra e non sempre in grado di scindere l’interesse dal disinteresse.

Gli ultimi dieci anni, tra l’avvento – in particolar modo – dei Social Network e l’inarrestabile velocità con cui sono cambiate le modalità di comunicazione e di condivisione, hanno posto la beneficenza davanti a un bivio: da una parte la possibilità di raccontare ciò che da essa ne nasce e magari ispirare qualcuno a fare altrettanto; dall’altra il timore di condividerne tali risultati fedeli alla morale della mano destra che non sa cosa faccia quella sinistra. Timore comprensibile vista la facilità con cui chi fa beneficenza viene tacciato, dal severo pubblico Social, di vanità.


Carlo Olmo: benefattore o vanesio?

Carlo Olmo e il Lupo Bianco


Nell’ultimo anno, complice la pandemia, la storia di Carlo Olmo si è fatta strada rimbalzando da un post all’altro, tra un articolo di giornale e un servizio televisivo fino a giungere alla creazione di un film sulla sua vita; è stato insignito della carica di Cavaliere della Repubblica dal Presidente Sergio Mattarella e ha raggiunto l’attenzione del giornalista Massimo Gramellini, il quale gli ha dedicato un suo editoriale. L’unica cosa a cui Carlo è nuovo è tutto questo share. Sicuramente non lo è alla beneficenza, che da sempre accompagna le sue scelte di vita. Una beneficenza che l’ha messo davanti anche a difficoltà da destreggiare, difficoltà che lo fanno soffrire ma che non lo fermano. Ma facciamo un passo indietro.
Carlo Olmo è un uomo, residente a Vercelli, che decide di fare l’avvocato per seguire le orme del papà, al quale lo lega un amore incondizionato e infinito. La sua passione per le arti marziali e le filosofie orientali lo portano, inoltre, a fondare l’Accademia Shen Qi Kwoon Tai, sempre nella piccola cittadina piemontese che lo ha visto crescere. Potrebbe sembrare la storia di un uomo comune, un uomo come tanti, eppure quella di Carlo è una storia più rara che insolita. Di passo indietro, ora, ne va fatto un altro.

Gli occhi più tristi dell’orfanotrofio


Carlo nasce nel 1965 a Lecco, da una prostituta. Una mamma che, per ragioni sconosciute, decide di abbandonarlo, scelta che porta Carlo a crescere in un orfanotrofio vicino a Mantova. Sono anni difficili, quelli di Carlo. È un bambino che nessuno vuole, che nessuno accoglie nella propria casa, perché è un bambino problematico. Si ammala di epatite. Subisce abusi. È emaciato. Tenta più volte il suicidio nonostante sia nell’età della seconda elementare. Sembra un’anima arrivata sulla Terra per scontare mali sconosciuti, in realtà è solo un bambino che ancora non sa che diverrà invece il simbolo di un bene inarrestabile.
Un uomo, un giorno, entra in quell’orfanotrofio: si tratta di Piero Olmo e sceglie di adottare proprio quello che, da lì in poi, diverrà il suo Carlo. Quel bambino aveva solo sette anni ed è stato scelto da Piero perché, come Carlo stesso racconta, aveva gli occhi più tristi di tutto l’orfanotrofio. Se il lieto fine fosse giunto ai suoi sette anni (nonostante già sette anni di sofferenze siano troppi), si potrebbe dire che fu in quel momento, ma per quest’ultimo ci volle ancora un po’. Nonostante l’adozione, Carlo non cresce felice: un rapporto splendido con il papà, ma molto difficile con la mamma adottiva, la quale sosteneva che se il cielo non avesse dato loro un figlio naturale era perché non avrebbero dovuto averne. Motivo per cui fatica ad accettare la presenza di Carlo, con il quale, durante gli anni della crescita, ha scontri fisici e verbali che segnano profondamente la vita del ragazzo, già segnata, si può dire, dalla nascita. È a quindici anni che Carlo trova il suo primo equilibrio: incontra il suo maestro di arti marziali, il quale gli insegna a trovare la sua pace anche nel dolore.


Quando qualcosa cambia per sempre


Ma quella di Carlo è una vita fatta anche fatta di agi e opportunità, grazie alla famiglia benestante in cui vive; agi e opportunità che dentro Carlo instillano un senso di restituzione e di responsabilità che, man mano, si fanno sempre più grandi. Studia Giurisprudenza per assecondare i desideri del padre e diventa avvocato, anzi, un bravo avvocato: arriva a tenere 400 processi in un anno, anche internazionali, per casi di mafia e di droga. Fino al giorno in cui succede l’imprevedibile.
Una sera del 2005 viene chiamato per un interrogatorio in carcere, al quale non va preparato (quando si vuol credere che sia il caso). Carlo, quella sera, ascolta la storia di un bambino che è stato venduto per 30mila euro, per salvare un negozio. Venduto per essere portato dentro una suite di New York, dove venivano mostrati al bambino filmati pornografici per tutto il giorno, per poi abusarne la notte.
Carlo non può sostenere un tale peso emotivo. Il giorno dopo consegna il tesserino da Avvocato.
Il cambiamento avviene in quell’attimo, quando Carlo decide che è giunto il momento per cambiare la sua vita e quella di chi gli sta intorno. Così come hanno fatto con me, dice sempre lui ogni volta che racconta il motivo per cui ha preso quella decisione. Lui, che non ha mai smesso d’essere così riconoscente al padre per averlo salvato, al punto da sentirsi addosso il felice dovere di restituire al mondo il bene ricevuto.


Carlo, Cavaliere della Repubblica


È il 2005. Ma la storia di Carlo, dicevamo, inizia a essere nota solo quindici anni dopo. Nel 2020. Arriva sui Social, sui giornali, in televisione per il suo impegno durante la pandemia. Dona le prime mascherine quando erano introvabili, facendo di tutto per farle arrivare da ogni parte del mondo. Dona il materiale sanitario che mancava ai medici. Arriva fino a Bergamo per aiutare il personale ospedaliero, proprio nel periodo in cui a Bergamo gli unici mezzi che giravano erano i camion militari contenenti le bare dei morti. Il suo impegno a favore della lotta contro il Covid-19 diventa più virale del Covid-19 stesso, al punto da giungere al Presidente Sergio Mattarella. Eppure, soprattutto nella città in cui Carlo si è sempre speso nei quindici anni precedenti, c’è chi inizia a criticarlo. Lo fa per farsi pubblicità, dicono. Sarà per ragioni politiche, dicono altri. La beneficenza si fa in silenzio, dicono altri ancora. E ancora: facile fare beneficenza per chi i soldi li ha.


“Il male fa notizia, il bene fa storia”


Ma Carlo ha una sola frase per rispondere a tutto ciò: “Il male fa notizia. Il bene fa storia”. Nonostante i continui attacchi, lui, va avanti con la sua beneficenza. Riceve messaggi privati in cui gli si chiede qualcosa da mangiare. Aiuta ragazzi in difficoltà con lo studio. Porta avanti i progetti in Africa che, fin da anni prima, aveva cominciato. Lì, in Africa, dove ha fatto costruire scuole, pozzi e strutture. Aiuta le persone a trovare un lavoro. Le aiuta a cambiare vita, così come qualcuno ha fatto con lui molti anni prima. Soffre per le accuse, ma va avanti. Sostenuto da chi nel progetto del “Lupo Bianco” ci crede. Perché è così che, oggi, è conosciuto. Come “Lupo Bianco”. Ed è così che verrà descritto anche nel film che racconterà la vita del filantropo.


Il Lupo Bianco: un simbolo


Viene chiamato così perché una sera, una delle prime sere in cui era stata annunciata la presenza del Covid-19 in Italia, Carlo si ritira nella sua Accademia a meditare, a pregare. Prega per la salute del mondo, proprio contro questa pandemia, una preghiera che lui stesso filma. Un video che cambierà per sempre la vita di Carlo.
In una delle rappresentazioni che ha in Accademia, si intravede la figura di un Lupo Bianco. Nitida. Inconfondibile. Un episodio così forte da destabilizzare lo stesso Carlo. Una figura che dopo quella sera non si farà più vedere, ma che rimarrà impressa nella vita di chiunque conosca Carlo.
Il Lupo Bianco, spiega Carlo, è un animale che non muore se avvelenato. Non muore, perché ha la capacità di vomitare il veleno. La malattia. Non un caso, dato il focus del suo meditare quella sera.


Il Lupo Bianco, insomma, non si arrende. Racconta di essere stato ostacolato innumerevoli volte anche dalle istituzioni, non solo dai cittadini che non vogliono accettare esista un semplice benefattore. Forse siamo troppo abituati ai retroscena, per accettare che dietro questa storia, in realtà, non ci sia nulla. Solo un veleno che, come in un Lupo Bianco, è stato iniettato in un uomo: un uomo, però, che è stato in grado di vomitarlo. Di salvarsi. E che oggi, come un Lupo, guida una catena di beneficenza e gesti che, da lui, si ramificano ad altri e da altri, creando una rete di aiuti che dal Piemonte si diffonde in tutta Italia, in tutto il mondo.


Perché, a questo punto, non si può che dargli ragione: il male fa notizia, ma il bene fa la storia.

Sabrina Falanga
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