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Il Bhutan e la resilienza pandemica

Mar 3, 2021
Bhutan Covid-19

Conosciamo il Bhutan per i suoi monasteri, le fortezze e i panorami spettacolari che offre. Ma in questo periodo, il regno buddista dell’Himalaya orientale si è mostrato un esempio resiliente nella gestione della pandemia da Covid-19. Non è tra i paesi di cui si è parlato di più in questo anno eppure avrebbe meritato spazio e racconti. Il perché è in questa notizia: il 7 gennaio scorso, un uomo di 34 anni ricoverato in un ospedale della capitale, Thimphu, con problemi preesistenti al fegato e ai reni, è deceduto per Covid-19. Il primo decesso nel Paese da quando è iniziata la pandemia.


Come è potuto succedere? E cosa abbiamo da imparare da questo straordinario Paese? La sua forza, probabilmente, risiede nella parola “resilienza” dimostrata dai fatti come si legge su The Atlantic. All’inizio dello scorso anno, quando il mondo intero si è trovato a fronteggiare la pandemia, il Bhutan contava 337 medici per una popolazione di circa 760mila persone. Meno della metà del rapporto medici-persone consigliata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Solo uno di questi medici aveva una formazione avanzata per gestire la terapia intensiva. Quanto agli operatori sanitari presenti sul territorio erano 3.000 con a disposizione una sola macchina per testare campioni virali. Consideriamo, inoltre, che il Bhutan è ritenuto uno dei paesi meno sviluppati al mondo con un PIL pro-capite di circa 3.412 dollari. Infine, il suo confine con l’India, che a oggi ha il secondo più alto numero di casi al mondo e il quarto di decessi segnalati, faceva pensare a un paese con un alto rischio di contagi e decessi.

La capacità di invertire la rotta


Lo scenario non era dei migliori ma l’attitudine resiliente del Bhutan ha fatto sì che le cose andassero in una direzione completamente diversa. La Cina, vicina di casa sebbene i confini siano chiusi da decenni, ha segnalato all’OMS la prima epidemia sospetta di polmonite il 31 dicembre 2019. Come azione immediata il Bhutan ha iniziato a stilare il piano nazionale di risposta all’emergenza pronto l’11 gennaio e a effettuare screening per i sintomi da disturbi respiratori il 15 gennaio. Nello stesso periodo ha attivato la scansione della febbre a infrarossi nel suo aeroporto internazionale e in altri luoghi pubblici.


Il primo caso di coronavirus in Bhutan è stato registrato il 6 marzo 2020: un turista americano di 76 anni. In sole sei ore sono stati rintracciati circa 300 possibili contatti immediatamente messi in quarantena. Questo è stato anche il momento in cui il governo bhutanese ha iniziato a pubblicare aggiornamenti quotidiani e a condividere i numeri di assistenza telefonica. Ma ha fatto molto di più: ha fermato il turismo, chiuso scuole, istituzioni pubbliche, palestre e cinema, imposto lo smart working e attivato le misure di contenimento a cui oggi siamo abituati: mascherine, igienizzante mani e distanziamento fisico.

Esempi resilienti da parte di tutta la comunità


Dopo 5 giorni da quando l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia -avvenuto l’11 marzo 2020- il Bhutan ha deciso per la quarantena obbligatoria per tutta la popolazione con possibile esposizione al virus e ha garantito vitto e alloggio negli hotel turistici a coloro che rientravano in patria. Ha isolato i casi positivi, incluso quelli asintomatici, nelle strutture mediche in modo da poterli tenere sotto controllo e ha fornito immediato sostegno psicologico alle persone in isolamento. A fine marzo 2020 i funzionari del governo addetti alla salute hanno esteso la quarantena obbligatoria da 14 a 21 giorni: una settimana in più rispetto a quanto richiesto dall’OMS. La motivazione? Dopo una quarantena di due settimane c’è l’11% di possibilità che una persona possa ancora incubare l’infezione e, quindi, contagiare. E poi è arrivata l’app di tracciamento dei contatti: “Our Gyenkhu” (la nostra responsabilità) promossa utilizzando influencer dal mondo dello spettacolo, del cinema e dello sport insieme ad artisti e blogger.

Ad agosto una nuova chiusura nazionale di tre settimane per una donna trovata positiva e un nuovo lockdown a dicembre quando in una clinica di Thimphu è stato rilevato un nuovo caso. Il re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck ha supportato il suo paese lanciando un fondo di soccorso che ha distribuito, a oggi, 19 milioni di dollari a oltre 34mila bhutanesi che hanno dimostrato difficoltà economiche dovute alla pandemia. È stato, inoltre, istituito un registro di cittadini considerati vulnerabili e organizzato l’invio di kit di assistenza con vitamine e gel disinfettate a oltre 51mila bhutanesi over 60. E mentre la Regina Madre ha tenuto discorsi invitando le autorità a garantire i servizi per la salute sessuale dei cittadini unitamente a quelli per l’assistenza sanitaria materna, neonatale e infantile oltre che per la violenza di genere, migliaia di persone si sono unite al corpo nazionale di volontari DeSuung.


Esempi resilienti e responsabili sono arrivati dai funzionari del governo. Il ministro della salute ha dormito al ministero durante il lockdown estivo – lontano dalla famiglia – e il primo ministro, medico che ha continuato ad operare sul campo, ha dormito nel suo studio durante tutta la durata dell’emergenza. I membri del Parlamento hanno rinunciato allo stipendio di un mese, gli albergatori hanno offerto le proprie strutture come spazi di quarantena e gli agricoltori hanno donato i raccolti. La popolazione, poi, ha mostrato un forte senso di comunità portando tè e ema datshi, piatto tipico locale a base di peperoncini e formaggio, agli impiegati del Ministero della Salute al lavoro notte e giorno.

Il Bhutan e le lezioni da imparare


Fiducia, resilienza e senso di comunità sono gli elementi di forza emersi da questa gestione della pandemia. E sebbene sia vero che il Bhutan è un paese unico nel suo genere, ci sono diverse lezioni da tenere a mente e da portare nelle nostre comunità. Sicuramente un leader forte e fidato ha consentito che tutte le forze di governo, anche all’opposizione, restassero unite e compatte con un obiettivo comune: sconfiggere la pandemia. In secondo luogo occorre riflettere su quanto sia stato importante essere pronti anche per un’evenienza che nessuno poteva aspettarsi. Il Bhutan ha istituito nel 2018 un centro operativo di emergenza dell’OMS e investito in kit da campo medico pensando proprio a uno stato di calamità. Nel 2019 ha poi aggiornato il suo laboratorio Royal Center for Disease Control equipaggiandolo per nuovi virus influenzali, tra cui SARS-CoV-2. Agire subito e guadagnare tempo quando ci sono i primi segnali è stata certamente una terza lezione importante. I paesi che hanno risposto subito e prima che il virus trovasse terreno fertile sono quelli che hanno ottenuto risultati migliori. Una quarta lezione si potrebbe racchiudere in una frase: utilizzare le risorse a disposizione. Capito che un solo medico in terapia intensiva non era sufficiente, il governo bhutanese ha istruito altri medici e infermieri sui protocolli dell’OMS e sulla gestione delle infezioni respiratorie. Ha aggiunto altre cinque macchine per effettuare i test sui campioni virali e spostato chi si occupava della salute del bestiame e della sicurezza alimentare per farle funzionare. Il giornalista investigativo Tenzing Lamsang ha scritto su The Bhutanese che l’approccio scelto dal suo paese ha coinvolto tutti gli aspetti del benessere delle persone arrivando anche a fornire supporto economico e sociale ai cittadini costretti in quarantena. Ricordando che stiamo parlando del paese che calcola la Felicità Interna Lorda.


Ci sono stati altri Paesi che hanno dimostrato una buona gestione della pandemia grazie al tempismo nell’azione. Il Senegal ha bloccato subito gli arrivi internazionali e imposto coprifuoco e chiusura di attività commerciali con un programma di resilienza economica e sociale per i più poveri. A oggi conta circa 34.700 casi (15,85 milioni di abitanti) e 880 decessi. Il Vietnam ha dichiarato lo stato di pandemia il primo febbraio 2020 e ha chiuso immediatamente attività commerciali non essenziali, imposto il distanziamento fisico e monitorato le frontiere. I casi a oggi sono 2.448 (su una popolazione di 95,54 milioni di persone) con 35 decessi. Il Ruanda ha utilizzato le stesse strumentazioni di laboratorio utilizzate per monitorare i casi di HIV tenendo sotto controllo i contagi con test casuali e tracciamento dei contatti. Hanno avuto 18.900 casi circa (12,3 milioni di abitanti) con 264 decessi.


La storia della pandemia non è finita e il governo bhutanese sa bene due cose. La prima che occorre essere attenti perché il covid-19 può prendere pieghe inaspettate. La seconda che non mancano anche qui le criticità: coloro che evitano la quarantena, i no-vax e chi non crede nella pandemia. E come tutti i paesi del mondo dovrà affrontare, al termine di quel che stiamo vivendo, questioni radicate nella sua storia: disoccupazione giovanile ed effetti del cambiamento climatico.
Tutto questo però, fa parte del processo resiliente e della filosofia che alberga in questo Stato: la resilienza pandemica è possibile solo considerando tutto quello che normalmente non viene preso in considerazione in uno stato di emergenza sanitaria. La volontà di restare uniti per il bene comune è stato il motore costruttivo del Bhutan.

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