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“Persone con autismo” o “persone autistiche”? L’ascolto come soluzione

Lug 11, 2022
autismo

Questa riflessione nasce ripensando a un fatto che mi è capitato un anno fa. A giugno del 2021 mi trovo a Roma per ricevere un premio giornalistico: un riconoscimento per una mia diretta Facebook dedicata al progetto sociale e imprenditoriale chiamato “Linkaut”. Un progetto pensato per creare ponti di comprensione tra le persone nello spettro autistico e le altre persone attraverso la formazione, ripartendo dalla comunicazione nella vita quotidiana, nei negozi, in pizzeria, a scuola, eccetera.

In platea, subito dietro di me, c’è una signora che manifesta consenso per chi dal palco sottolinea la necessità di usare il termine “persone autistiche”. La donna in sala esclude in modo netto l’espressione “persona con autismo” adottata anche da me in occasione della diretta Facebook e nel mio articolo per News48.it che aveva ispirato la trasmissione.

A quel punto provo un lieve fastidio dettato da preoccupazione: da lì a qualche minuto sarei salito sul palco per prendere l’attestato-premio in relazione al mio operato, alla mia narrazione… Ma tant’è, nel giro di pochi minuti prendo fiato, allontano l’orgoglio, ascolto le ragioni della signora e poi con calma provo a dire la mia, anche sul palco. Alla fine, tutto tranquillo: con la signora uno scambio di opinioni dai toni abbastanza distesi, premio ricevuto, applausi guadagnati.

Quel monito mi dà comunque il “la” per spiegare al pubblico la mia scelta terminologica. Una scelta dettata anche dal fatto che a farla propria era stato innanzitutto l’intervistato, papà di una persona nello spettro autistico e fondatore di Linkaut. Soprattutto, la vicenda diventa per me fonte di altre ricerche su un argomento caratterizzato da un dibattito ancora aperto.

Oggi, infatti, la questione è alimentata da due scuole di pensiero prevalenti. Da un lato c’è chi preferisce dire “persona con autismo” per sottolineare la centralità della persona in quanto tale; la persona prima di ogni altra caratteristica, e dunque oltre le varie sfumature di autismo. Dall’altro c’è chi, invece, opta per “persona autistica” con l’intento di rimarcare la forte valenza identitaria di ciò che è considerato un modo di essere che pertanto definisce l’essenza della “persona” stessa.

Il ruolo dell’informazione nella narrazione dell’autismo

Ma cosa possono fare le professioniste e i professionisti del giornalismo e della comunicazione rispetto a un discorso che tante volte “impone” di scegliere tra la strada “giusta” e quella “sbagliata”? E ancora: come possono muoversi le comunità, i gruppi, le singole persone?

Il consiglio che arriva da più parti è di porsi in ascolto per intercettare quando è possibile le sensibilità delle persone direttamente interessate e capire come preferiscono definirsi ed essere definite. Insomma: il dialogo e l’empatia come soluzione per una narrazione che ambisce al rispetto.

Il rispetto però si coltiva anche allenando la capacità di portare avanti le proprie posizioni argomentando, ma senza imposizioni, senza rigidità potenzialmente discriminatorie. Sul punto è chiaro Fabrizio Acanfora, “persona autistica”, come lui stesso vuole definirsi, e poi attivista, divulgatore e docente universitario in materia di neurodiversità.

Nel suo blog, Acanfora parla di un suo sondaggio da cui risulterebbe che la maggioranza delle persone da lui intervistate preferisce definirsi “persona autistica” anziché “persona con autismo”. Al di là dei numeri, il suo ragionamento mi colpisce per un aspetto: imporre la dicitura più quotata soltanto perché maggioritaria “significherebbe fare il gioco della maggioranza ed esercitare un potere sulla minoranza all’interno della comunità autistica”.

Un rimedio consisterebbe quindi nel sostenere le nostre idee in modo fermo, ma pacato, affinché certe dinamiche legate alla forza delle maggioranze non si ripetano all’interno dei gruppi minoritari: evitare quindi il “giochetto di potere che ci fa tanto soffrire in quanto minoranza”.

Il tema è quello del rispetto della dignità altrui che “passa necessariamente attraverso la rinuncia al potere che una qualsiasi maggioranza esercita sulle minoranze. Anche le maggioranze all’interno delle minoranze”.

In ballo c’è il diritto di autorappresentarsi con le parole che plasmano pensiero e identità. Si tratta, più in generale, di coltivare forme di coesistenza democratica anche per via del linguaggio, con pari dignità tra le parti: ciò che Acanfora definisce “convivenza delle differenze”.

Francesco Ciampa
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