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L’asfalto del futuro arriva dall’Italia

Apr 25, 2022
asfalto

C’è stato un periodo in cui le buche nell’asfalto occupavano le prime pagine dei giornali. Hanno fatto da spunto a battute, provocato incidenti a pedoni, ciclisti e automobilisti, acceso le proteste dei cittadini e fornito un’arma per le battaglie elettorali e politiche. Come superare il problema? Seguendo un esempio virtuoso che dall’Italia sta conquistando il mondo.

Le buche nell’asfalto hanno anche suscitato la mia curiosità sull’origine del problema: si tratta di cattiva gestione? Di investimenti sbagliati? E – soprattutto – esiste una soluzione?

L’incontro casuale con chi da anni lavora alla soluzione del problema mi fa puntare gli occhi a terra e partire alla ricerca di informazioni.

Il manto grigio sul quale camminiamo, pedaliamo o guidiamo ogni giorno viene realizzato con un composto di materiali inerti, detti aggregati e di varie dimensioni, che vanno amalgamati con “leganti” come il bitume. Sono proprio le diverse percentuali e i dosaggi di questi elementi a incidere sulla qualità e, di conseguenza, sulla resistenza alle condizioni meteorologiche, sulla tenuta in termini di usura e sulla durata del manto stradale. Ma hanno un peso diverso anche sul conto economico, e su quello ambientale. Oltre che su quello della salute pubblica.

Secondo il Rapporto Marsh 2020 e i dati della Fondazione Luigi Guccione Vittime della Strada, 6 italiani su 10 hanno rischiato di rimanere coinvolti in un incidente a causa di buche, spaccature e insidie dovute all’assenza di una adeguata manutenzione della strada. A cui sono da attribuirsi anche il 54% dei sinistri afferenti alla responsabilità civile conto terzi. Migliorare le condizioni del manto stradale è considerata una priorità dall’87% dei cittadini intervistati durante le ricerche condotte dalla Fondazione.

Si possono fare strade che abbiano una durata di vita più lunga e siano ecosostenibili?

Mariella Giannattasio, CEO di Iterchimica, l’azienda fondata nel 1967 da suo padre Gabriele, non ha dubbi. “Noi ci siamo riusciti: per cambiare direzione abbiamo aggiunto plastiche dure da riciclo al grafene”. Quello che sembra un gioco da ragazzi è frutto di un lungo e innovativo progetto di ricerca durato sei anni, finanziato dalla Regione Lombarda e sviluppato in collaborazione, tra gli altri, con l’Università di Milano Bicocca. Gli studi hanno portato a Gipave: piccolo come un chicco di caffè, è stata la vera rivoluzione della strada.

“Siamo partiti da un problema e ci siamo impegnati a trovare una soluzione”, spiega Giannattasio. Il punto di partenza è stato la necessità di trovare una destinazione d’uso per l’ingente quantitativo di plastiche che venivano inviate al termovalorizzatore, aumentando le emissioni nocive per l’ambiente. “Finalmente tutta quella plastica tornava a essere utile”. Unita al bitume, infatti, costituiscono il nucleo di Gipave, la nuova frontiera dell’asfalto. Grazie alla sua struttura, questo composito consente alle strade di avere una durata di vita di più del doppio rispetto a quelle realizzate in modo tradizionale, riducendo gli interventi di manutenzione e quindi i costi di gestione. Inoltre, l’Università Bicocca ha calcolato che si abbattono del 70% le emissioni dovute alla produzione e alla manutenzione. Un beneficio per l’ambiente stimato nell’ordine di 200 tonnellate di CO2 per ogni chilometro di asfalto realizzato con Gipave. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: queste strade sono riciclabili al 100%: ogni elemento può essere riutilizzato, riducendo l’estrazione di nuovo materiale e l’impiego di bitume di primo utilizzo. E oltre alla sostenibilità, migliorano anche le ricadute sul sociale grazie alla resistenza e alla minore formazione di buche e dissesti.

Un esempio che fa scuola

Dopo Roma, dove nel 2018 è stato realizzato il primo tratto di strada al mondo contenente Gipave, oggi questo materiale è stato testato e sperimentato in 11 campi prova in tutta Europa e nel Regno Unito. Nel 2019 si aggiungono le piste degli aeroporti di Roma e di Cagliari e nel 2020 il Gipave viene impiegato nella pavimentazione del nuovo Ponte di Genova, San Giorgio. Gli eccellenti risultati in termini di tenuta del manto stradale e in termini di salvaguardia ambientale hanno aperto la strada a questo prodotto made in Italy a numerosi utilizzi in tutto il mondo. E hanno valso a Iterchimica due brevetti, uno per il processo di riconversione delle plastiche e il secondo per il prodotto finale.

Per ogni chilometro di Gipave, primo progetto al mondo ad aver consentito di restituire una seconda vita alle plastiche dure, vengono impiegate 20 tonnellate di materiali altrimenti non riciclabili: giocattoli per bambini, panchine, flaconi e bidoni. Vengono recuperati grazie ad appositi cassoni sistemati nelle piazze ecologiche dei Comuni, che così vengono supportati anche nel lavoro di recupero e smaltimento.

“La sostenibilità e la sfida ambientale sono obiettivi che accompagnano da sempre il nostro percorso aziendale. Mariella Giannattasio ripercorre la storia dell’azienda di famiglia: “Iterchimica è nata negli anni del boom economico, quando gli investimenti nelle infrastrutture erano fondamentali per la crescita del nostro Paese. Era necessario rispondere in fretta alle esigenze dettate da una motorizzazione in costante crescita”. In un periodo in cui la sensibilità verso l’ambiente non era ancora di attualità, l’azienda bergamasca era già impegnata nello sviluppo di prodotti che consentissero di migliorare la pavimentazione stradale attraverso l’implementazione delle prestazioni dell’asfalto per ridurre gli impatti della manutenzione. “La nostra filosofia è quella di realizzare pavimentazioni sempre più green e high tech”.

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Ma quali limiti presenta questo progetto?

“Non sono la produzione o l’impiego di Gipave a presentare limiti”, spiega la CEO. “I limiti di questo progetto sono oggettivi: nonostante le numerose sperimentazioni e gli ottimi risultati mancano ancora delle linee guida dal punto di vista normativo”. Insomma, per poter trasformare i test effettuati e consolidare le realtà progettuali in risorse concrete è necessario che il sistema del riciclo e la diminuzione degli impatti ambientali in ambito stradale vengano regolati da norme adeguate. Oggi in Italia mancano ancora i “Criteri Ambientali Minimi”, che molte imprese attendono da anni.

E poi c’è il problema della frammentazione della gestione della rete stradale. “Nella sola Lombardia, in cui circa 70 mila chilometri sono gestiti da Comuni e Province, esistono più di 1500 stazioni appaltanti”.

Per superare questa difficoltà sarebbe fondamentale che le varie Regioni e le amministrazioni locali all’interno di una stessa Regione imparassero a fare rete. Anche per stabilire i confini del binomio prodotto/destinazione d’uso. O per identificare i criteri per fornire un’adeguata formazione destinata a chi deve utilizzare i prodotti risultanti dalla ricerca, cioè amministrazioni locali, enti e gestori di strade.

In questo modo si potrebbero usare meglio i fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, destinandoli sempre più al green.

Le prospettive per il futuro della ricerca?

“Stiamo già lavorando a una nuova tecnologia che consentirà di recuperare completamente a freddo, e perciò senza impatti ambientali, il 100% del materiale demolito dalle vecchie pavimentazioni stradali”. Questa tecnologia – che si chiama Iterlene ACF 1000 HP GREEN – è stata recentemente utilizzata per realizzare due tratti di pista ciclabile a Roma e in futuro potrebbe essere impiegata per il Grande Raccordo Anulare delle Bici. Prossima tappa sarà Milano, nell’ambito del progetto Biciplan: 750km di corridoi ciclabili che collegano la Città Metropolitana.

E la ricerca continua anche in collaborazione con l’Università spagnola della Cantabria: “siamo coinvolti nel progetto NEMO che mira a trovare soluzioni innovative per ridurre le emissioni acustiche”.

L’obiettivo di NEMO è una tecnologia di telerilevamento completamente innovativa, in grado di misurare il rumore e le emissioni dei singoli veicoli stradali (e dei treni) che sarà sperimentato in varie città europee per migliorare la qualità dell’aria e ridurre i danni delle emissioni acustiche nocive per la salute, come denunciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In una ricerca, l’Agenzia Europea dell’Ambiente denuncia che il 50% degli abitanti dei centri urbani dell’UE sono (talvolta inconsapevolmente) esposti a livelli di inquinamento acustico che superano quelli consentiti, esponendoli a rischio di cardiopatie ischemiche, di fastidio cronico, di disturbi del sonno e persino di morti premature.

Per abbassare la soglia di decibel si agisce sui veicoli elettrici, sulla tipologia di pneumatici ma soprattutto sullo sviluppo di un tipo di asfalto in grado di assorbire il rumore. E per il quale Iterchimica è in prima linea. “Abbiamo messo a disposizione di NEMO la nostra tecnologia ITERSILENS, un ritrovato che ci consente di mescolare al bitume per asfalto una soluzione preparata con polveri ottenute dalla gomma recuperata da pneumatici a fine vita utile e in grado di assorbire vibrazioni e rumore in maniera considerevole”.

Il mio viaggio mi ha portato a scoprire un universo multiforme, versatile, tecnologicamente all’avanguardia. Dove soluzioni e tecnologie devono tenersi al passo con esigenze sociali, economiche e ambientali. Dove alcune aziende illuminate investono nella ricerca per trovare risposte adeguate alle sollecitazioni che arrivano dai cittadini e dalle organizzazioni internazionali.

Ma che per fare sfoggio delle proprie virtù ha bisogno del supporto normativo che ne faciliti l’utilizzo e che crei, anche in questo caso, le condizioni perché i vari attori possano fare rete sul territorio. 

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