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Arte, psicologia e psicoanalisi: un trinomio per aprire la mente

Giu 4, 2021
arte e psicoterapia

Davide Pagnoncelli è Psicologo e Psicoterapeuta, formato in Ipnositerapia, Oniroterapia, Teatroterapia e Arteterapia.
Oltre all’attività formativa e clinica, ha un’esperienza ventennale nell’ambito della psicologia scolastica come responsabile di un originale Servizio Psicologico di sistema strutturato per operare con continuità a vari livelli (alunni, genitori, personale scolastico) con interventi individuali, di piccolo gruppo e di classe; vari progetti innovativi sono stati realizzati per gli alunni e per le famiglie.


Egli si definisce “allargacervelli” (non più “strizzacervelli”) perché il suo cervello e quello altrui preferisce allargarlo, ampliando prospettive. Ha scritto il libro “Figli felici a scuola”, Bruno Editore, Roma 2018 ed è autore di numerosi articoli e ricerche professionali pubblicate su varie riviste.
In particolare è impegnato in progetti pilota per approfondire il rapporto tra le varie forme di arte, in particolare la poesia, con la psicologia e con la psicoanalisi. In tal senso ha ideato nuovi progetti denominati Art Artist Therapy (AATH): un altro modo di gustare e di rivivere la personalità, l’intelligenza emotiva e il percorso creativo dell’artista connesso alle produzioni artistiche.

Il nostro cervello va allargato, non strizzato

Davide, forte delle tue competenze in più ambiti, annuncio a te e ai lettori che spazierò su vari argomenti in questa intervista. Partiamo dal termine da te coniato “allargacervelli”, spiegaci meglio cosa vuoi dire.


Lo psicologo è spesso identificato con il dottore degli “svitati”, portatori di qualche non meglio identificato disturbo psichico, perciò in gergo viene denominato “strizzacervelli”. E perché non “allargacervelli”? C’è chi, ancora oggi, pensa che lo psicologo operi, sia a scuola che in altri ambiti, esclusivamente o prevalentemente ove sussistano problemi e disturbi vari, comunque in presenza di qualche patologia.
Invece un individuo ha bisogno di essere preso in cura nelle parti sane, non solo nelle parti malate o disturbate. La parte “malata” parla attraverso un sintomo, ma è tutto l’organismo che va ascoltato con cura, integralmente, ampliando le prospettive di intervento.
L’universo è molto largo, perciò allarghiamo il nostro cervello che ha più potenzialità di quanto noi possiamo credere. Per questo il mio motto è: “Ognuno ha dentro un allargacervelli”, cioè la possibilità di ampliare i propri orizzonti mentali e pure di cuore.


Il trinomio tra arte, psicologia e psicoanalisi di cui ti sei occupato negli ultimi mesi tenendo un ciclo di incontri sul tema come è funzionale all’apertura delle menti?


Noi siamo quello che pensiamo (testa, conoscenza, ragionamento, argomentazione), ma siamo anche quello che sentiamo (pulsioni, emozioni, sentimenti, passioni, cuore). Dobbiamo dar da mangiare e bere anche al sentire, dobbiamo nutrire il cuore, l’intelligenza emotiva…
L’arte è cibo per l’intelligenza emotiva! L’atto artistico scopre e crea un’altra prospettiva rispetto all’ordinarietà, cioè produce qualcosa di stra-ordinario: la fa col sentire, con l’intuizione, con la risonanza…
Ogni quadro, per esempio, racconta un pezzo della biografia dell’artista con cui entrare in connessione emotiva, con cui vibrare: così si diventa – o ridiventa – vividi, si rinasce. Ri-nasce la vividezza in noi, sia interiore che esteriore, attraverso la compartecipazione emotiva con le opere dell’artista!
Una produzione artistica nasce quasi sempre a insaputa dell’artista che, non raramente, si accorge quando ha terminato l’opera del significato di quanto ha prodotto e che questo prodotto lo rappresenta meglio rispetto a quanto avesse in mente all’inizio del progetto.
In tal senso apre nuove prospettive alla mente e anche al cuore. Perché noi sappiamo più di quello che comprendiamo!
L’arte autentica fa ri-nascere la realtà, fa ri-vivere la realtà in modo nuovo e assolutamente originale, dispensa la bellezza in modo unico e irripetibile.

Di bellezza e punti di forza


La bellezza, quindi, può salvare il mondo?


Sicuramente la bellezza salva e salverà il mondo! La bellezza ci appartiene, noi apparteniamo alla bellezza, noi siamo parte della bellezza! La bellezza dell’arte salva il mondo, lo rende più gradevole, più abitabile. Anche le tragedie, i drammi, perfino le patologie vengono rielaborate, trasformate, transustanziate dall’arte. “L’ombra è il testimone della presenza della luce”, scrisse Platone.
Ciò che non si esprime può diventare veleno per l’anima, invece quando le emozioni prendono forma, le persone stanno bene.


In una tua intervista ho letto che ti sei focalizzato sul concetto di RI-RI-RI… Cosa significa?


Il primo è: Ri-vitalizzarsi daccapo!
Per il semplice motivo che nell’attuale contesto piuttosto critico ci serve e ci servirà riappropriarci delle autentiche radici dello scoprire, dello sperimentare, dell’esplorare i confini della nostra essenza. Lontani da rattrappite interiorità e da abbrutimenti di lamentazioni logoranti, senza alcun sbocco. Non possiamo più vivere solamente con la morte nel cuore e con la paura che blocca ogni contatto sociale.
Il secondo è: Ri-espandersi daccapo!
Ci serve e ci servirà una nuova fase iniziatica per recuperare e sviluppare ampiezza e abbondanza. Non ampiezza legata allo sviluppo perenne – peraltro impossibile concretamente da realizzare – perché “le magnifiche sorti e progressive” citate dal poeta di Recanati sono pie illusioni per allocchi che credono ai miraggi.
Non potrà essere l’abbondanza intesa come accumulo di beni e di oggetti materiali (peraltro spesso inutili accessori e destinati prima o poi alle discariche) a garantirci un’esistenza vivace e soddisfacente.

L’esperienza concreta e secolare delle precedenti generazioni insegna che la felicità non è correlata al possesso di cifre elevate di liquidi e titoli finanziari e neppure al numero elevato di immobili posseduti. Se così fosse, avremmo già risolto l’enigma di dove stia nascosta la felicità che ogni essere cerca e ricerca, spesso infruttuosamente.
Al contrario, ci serve ampiezza di prospettive culturali, relazionali ed emotive. Abbondanza di condivisione delle risorse umane e collettive con intelligenza sociale, con gratitudine e con godimento reciproco.
Il terzo: Ri-conoscersi daccapo!
Ri-prendersi in mano, ri-conoscersi di nuovo e come nuova identità; ri-connettersi sensorialmente – in presenza e con presenza – con la propria intera corporeità (cioè corpo + emozioni e sentimenti). Sì, con intera corporeità ri-connettersi daccapo con un buon wifi emotivo: serve e servirà la connessione di cervelli, la coerenza cardiaca condivisa, la compartecipazione emotiva di pelle, visceralmente connettiva.
Perché il mondo ri-acquisti vividezza attraverso risonanze reciproche e consonanze progettuali per immaginare un futuro autenticamente umano. In mezzo a tanta cosiddetta intelligenza artificiale, per molti versi più apparente e connotata da “stupidità artificiale”, serve e servirà talento di discernimento e di argomentazione.
Per tutto ciò l’arte è e sarà pienamente determinante, coniugata con ogni forma, espressione e modalità: l’arte bistrattata in una nazione che è stata partorita da un utero artistico, l’arte ritenuta da troppi un bisogno secondario o addirittura futile. L’arte che in Italia ci circonda da tutti i lati e in cui siamo immersi è e sarà cibo di qualità per l’intelligenza emotiva: appunto per Ri-Ri-Ri… L’arte che ci tocca e ci toccherà come un ampio abbraccio poroso…


Infine, cosa significa la tua affermazione che “nella scuola si deve sostituire alla diagnosi degli errori la diagnosi dei punti di forza e il monitoraggio delle positività concrete”?


Occorre passare dalla diagnosi degli errori alla diagnosi dei progressi, delle evoluzioni positive, delle conquiste: ciò vale sia dal punto di vista personale, sia familiare, sia sociale. Per esempio, andrebbero programmate a scuola valutazioni più per premiare le acquisizioni, la ricerca e la sperimentazione che per cercare errori. E quando si dovesse verificare un errore, andrebbe precisato cosa l’errore può insegnare e come, nello specifico, non debba essere ripetuto, a cosa porre attenzione per evitarlo in futuro. L’errore non è un fallimento, bensì un importante maestro per l’apprendimento.
È senz’altro più funzionale e più gratificante focalizzarsi su risorse, potenzialità, competenze, disponibilità e progetti concreti, piuttosto che rincorrere prevalentemente il negativo. Un processo di incoraggiamento efficace si fonda sulla stimolazione delle migliori capacità e potenzialità di un individuo.
Anche una diagnosi troppo ristretta, centrata solo sul disturbo e sui problemi, deprime le prospettive di crescita, non incoraggia a cambiare e fa interiorizzare un’immagine di sé piuttosto negativa.

Francesca Ghezzani
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