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Agroecologia e sovranità alimentare: in Emilia-Romagna una rete per un nuovo sistema alimentare a tutela della salute

Set 6, 2021
Agroalimentare e sostenibilità alimentare

Gli attuali sistemi agricoli hanno fornito cibo a miliardi di persone sulla Terra, tuttavia questi metodi di coltivazione hanno causato diversi danni al pianeta come la deforestazione e l’inquinamento dei corsi d’acqua, contribuendo tra le altre cose alla perdita di biodiversità e alla desertificazione, senza contare i danni alla salute umana. Basti pensare al caso del glifosato, uno degli erbicidi più utilizzati a livello mondiale: si stima che nel 2020 la produzione mondiale abbia toccato il milione di tonnellate. Negli Stati Uniti è presente in oltre 750 prodotti dedicati alle coltivazioni intensive, agli orti e al giardinaggio, mentre in Italia viene usato in molte coltivazioni come erbicida totale non selettivo, cioè per tutte le piante. L’utilizzo è stato autorizzato sul territorio europeo fino al 2022, anche se recenti studi dimostrano quanto sia dannoso per la salute umana e per la Terra, come quelli condotti dalla dottoressa Fiorella Belpoggi presso l’Istituto di ricerca indipendente Ramazzini di Bologna. Questi studi pilota hanno dimostrato che un’esposizione di soli tre mesi al glifosato è già “in grado di alterare alcuni parametri biologici di rilievo che riguardano soprattutto marker correlati allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e all’alterazione della flora batterica intestinale”. Lo studio di altri parametri importanti, come la trascrittomica per la ghiandola mammaria, rene e fegato, così come lo studio dell’assetto ormonale nel sangue e le alterazioni cromosomiche dello sperma, sono ancora in corso. Si presume che effetti altrettanto gravi sulla salute potrebbero manifestarsi anche con patologie oncologiche a lungo termine e che, considerando la diffusione planetaria di questo erbicida, potrebbero affliggere un numero enorme di persone. Se a tutto ciò si aggiunge poi che spesso vengono usati cocktail di composti chimici di cui non si conoscono con esattezza gli effetti collaterali, sarebbe opportuno ripensare la modalità di produzione del cibo tenendo in grande considerazione temi come la salute dell’uomo e della Terra.


Ripartire sulla base dei principi dell’agroecologia


Cambiare il paradigma agroalimentare è possibile, come si propone di fare l’agroecologia. Questa disciplina, nata in ambito accademico negli anni Trenta del Novecento, ha cominciato a trovare un’applicazione pratica a partire dagli anni Novanta; inoltre, i suoi principi sono alla base di tanti network di formazione più recente e che hanno come obiettivo quello di raggiungere un’ecologia del sistema alimentare. L’approccio agroecologico studia il rapporto tra coltivazione agricola e ambiente, pertanto non può essere associata a un particolare metodo di coltivazione o a una specifica pratica gestionale (che sia essa biologica, naturale, sinergica, biodinamica, intensiva o estensiva), in quanto si prefigge di verificare l’evoluzione sostenibile di un agrosistema. L’agroecologia non rinnega la tecnologia (non si tratta di un ritorno a metodi di coltivazione del passato), ma si riserva di valutarne il suo utilizzo secondo la modalità migliore che stia in equilibrio con le risorse naturali, sociali e umane. Le caratteristiche che vengono prese in esame dagli agroecologi principalmente sono quattro: produttività, stabilità, sostenibilità ed equità di un agrosistema. Per chiunque sia interessato ad approfondire questo approccio esiste in Italia un riferimento nazionale: si tratta di Aida, un’associazione che ha sede a Milano e che si propone di raccogliere conoscenze scientifiche ed esperienziali legate all’agroecologia, condividendole e mettendole in rete. Le finalità di questa associazione sono molteplici e vanno dalla progettazione alla ricerca, dalla formazione all’educazione, fino alla consultazione e all’accompagnamento di chiunque voglia agire in questa direzione.

Capisaldi del cambiamento sono principi come diversificazione, biodiversità, sinergia, efficienza, resilienza, economia solidale e circolare così come la promozione di una nuova cultura alimentare. Così come è definito dall’agroecologia, il ripensamento del paradigma alimentare si struttura come un processo profondo che richiede necessariamente il ripristino della relazione tra territorio, produttori e consumatori che lavorino tutti insieme su più fronti al fine di raggiungere una sicurezza alimentare. Ma come fare per ottenerla concretamente?


Dalla sicurezza alla sovranità alimentare

La Cooperativa Arvaia


Bisogna partire innanzitutto chiarendo cosa si intende per sicurezza alimentare. Questo concetto è stato sancito già nel 1948 nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo come un diritto strettamente correlato all’accesso al cibo. Secondo la FAO la sicurezza alimentare si realizza solo quando tutte le persone hanno accesso fisico ed economico in ogni momento ad una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente. Ma, per ottenere ciò, è stato introdotto nel 2007 in occasione del Forum internazionale di Nyeleni il concetto di sovranità alimentare: “La sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi ecologici e sostenibili, nonché il diritto a definire i propri sistemi alimentari e modelli di agricoltura. La sovranità alimentare dà priorità all’economia e ai mercati locali e nazionali, privilegia l’agricoltura familiare, la pesca e l’allevamento tradizionali, così come la produzione, la distribuzione e il consumo di alimenti basati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica”.

La sovranità alimentare è, dunque, una questione di diritti, di democrazia e di libertà che ruota attorno alla funzione sociale del cibo, nonché al bisogno di tutelare la biodiversità e le colture autoctone in maniera ecologicamente ed economicamente sostenibile. Invece negli anni Ottanta e Novanta abbiamo assistito al processo inverso che ha portato a una riduzione degli investimenti statali in agricoltura locale e a una conseguente enfasi su fenomeni di agro-esportazione con l’effetto di far lievitare il costo di alcuni alimenti base, di vedere famiglie contadine espropriate, di assistere a fenomeni di consumo di suolo e inurbamento massivi così come all’aumentata dipendenza alimentare di certi paesi. Il potere in materia alimentare si è concentrato nella mani di una stretta cerchia di imprese che monopolizzano prezzi e politiche agrarie, producendo paradossi come, da una parte, obesità e sprechi alimentari, dall’altra, denutrizione e fame.

La battaglia per la sovranità alimentare pertanto consiste nel modificare gli attuali modelli di produzione, distribuzione e consumo del cibo: al posto di un sistema basato su sfruttamento e omologazione, occorre rimettere al centro le comunità locali, restituendo ai piccoli produttori locali il diritto di scegliere come e cosa produrre. Parallelamente, occorrono politiche più eque e solidali che garantiscano a questi piccoli produttori remunerazioni dignitose e che li proteggano dalle speculazioni di un mercato che tende a privilegiare l’agro-alimentare di importazione a basso prezzo o a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati nel mercato nazionale. Ecco spiegati i motivi per cui recentemente è nata in Emilia-Romagna la Rete per la sovranità alimentare.


Dall’Emilia-Romagna una coalizione che unisce le esigenze di produttori e consumatori


La Rete emiliano-romagnola per la sovranità alimentare è costituita da una coalizione di singoli, associazioni e gruppi che per scelta non si appoggia ad alcuna fazione o logica di partito, ma che ambisce a diventare un importante interlocutore in grado di influenzare le scelte politiche regionali verso “reti alimentari contadine” e iniziative di economia solidale, preziose per salute, lavoro e territorio. La Rete è nata dalla canalizzazione di alcune realtà preesistenti e già consolidate. La prima è quella di Campi Aperti che, da più di vent’anni, si occupa di organizzare mercati contadini di vendita diretta e che attualmente coinvolge 150 produttori. Campi Aperti è nata da un piccolo nucleo di “neo-rurali” che avevano capito quanto fosse difficile (anzi impossibile) sostenersi dentro il sistema della grande distribuzione. Quindi all’epoca, insieme a un collettivo di studenti e lavoratori bolognesi, decisero di organizzare un primo mercatino contadino all’interno di un centro sociale. «Eravamo all’inizio del nuovo millennio – rammenta Carlo Farneti, uno degli attivisti della Rete per la sovranità alimentare – e al tempo non si sentiva ancora parlare di mercatini biologici».

L’esperienza è cresciuta nel tempo e negli anni sono arrivati a definire regole solide che sono persino più restrittive di quella nazionali, come quella di vendere solo i propri prodotti, contrariamente alla legge sui mercati contadini che invece consente di avere fino a un 49% di prodotti non propri, acquistati esternamente. «Abbiamo scelto di avere solo biologico – continua Farneti – e abbiamo attivato un sistema di controllo autonomo, perché pensiamo che l’attuale sistema di certificazione del biologico abbia delle falle. Preferiamo un sistema di garanzia partecipata: tutti (sia i produttori che gli acquirenti) sono coinvolti nel controllo. Per esempio quando entra una nuova azienda, sono tutti invitati a una giornata di visita durante la quale è possibile valutare la produzione, ma anche le persone che ci lavorano, le relazioni umane, l’affidabilità. Poi il controllo continua sui banchi, con l’esame dei prodotti e di una vendita che sia proporzionale per l’azienda. Si tratta di una efficiente forma di controllo tra pari, perché tutti abbiamo a cuore il fatto di salvaguardare il nome dei mercati».

La seconda realtà che è confluita nella Rete è Camilla, che da un iniziale gruppo di acquisto solidale ha fatto un salto avanti diventando un emporio di comunità, ispirandosi a un modello cooperativo proveniente dagli Stati Uniti e in base a cui ogni socio presta tre ore di lavoro al mese, consentendo così di abbassare i prezzi dei prodotti. La terza realtà è la Cooperativa Arvaia c.s.a. di Borgo Panigale. «Si tratta di un’interessante esperienza di sperimentazione sociale, – sottolinea Carlo Farneti – perché si è creata una comunità di supporto all’agricoltura composta da cittadini che si sono messi insieme per coltivare un podere. I cittadini sono diventati dei co-contadini, sottraendosi in questo modo alle logiche dell’agricoltura industriale e alla distribuzione organizzata».


Il rapporto con le istituzioni resta un nodo nevralgico su cui lavorare tanto


L’esperienza della Rete per la sovranità alimentare si sta allargando, producendo però già dei benefici per la salute della persone e dell’ambiente. I prodotti non devono percorrere lunghe distanze riducendo l’inquinamento atmosferico correlato e si registra anche un miglioramento della qualità del suolo, dato che per la produzione degli alimenti non vengono usati concimi chimici o di sintesi, responsabili della distruzione dell’humus e dell’impoverimento della terra. Inoltre, la scelta di una produzione più rispettosa dell’ambiente permette di portare sulla tavola cibi più salubri che non presentano residui di eventuali prodotti nocivi usati per coltivare. Infine, il sistema cooperativo, oltre a fornire un controllo maggiore rispetto a quello delle sole certificazioni, permette di comprare i prodotti alimentari a costi più bassi.

Insomma, cambiare sistema di produzione agroalimentare è possibile, anche se la politica stenta a prenderne atto. «Vorremmo diventare un progetto politico più grande, perché per il momento la politica non ci considera – ammette con rammarico l’attivista della rete emilia-romagnola – . Per esempio il Comune di Bologna ha fatto un bando per i mercati storici senza interpellare Campi Aperti oppure Camilla aveva chiesto uno spazio al Comune, ma non gli è stato concesso, quindi ha dovuto prenderne uno privato, mentre Arvaia ha affittato terre del comune concesse però a prezzo di mercato. Noi vorremmo che concetti come agricoltura biologica e di prossimità, ecologia, autogestione e solidarietà diventassero parole d’ordine della politica istituzionale, vorremmo che la nostra attività fosse da stimolo per poi proporre leggi diverse basate su idee come quella della cooperazione piuttosto che quella della competizione. Intendiamo allargare le nostre collaborazioni per poter pesare di più, continuando a far incontrare sempre più produttori e consumatori e contribuendo a trasformare i clienti in co-produttori».

Elisa Paltrinieri
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