• Dom. Apr 14th, 2024

Oltre la festa della donna: l’8 marzo impegniamoci per una società più equa

Giornata internazionale della donna

L’otto marzo si celebra la Giornata Internazionale della Donna e non la festa della donna. Una giornata per riflettere sui progressi compiuti in materia di parità di genere e per ribadire l’impegno per raggiungere l’uguaglianza tra donne e uomini in tutti gli aspetti della vita.

L’8 marzo non è una festa

L’8 marzo non è una festa con scambio di auguri, mimose, cioccolatini e uscite serali tra donne.
È un momento di confronto e di impegno per realizzare una società più giusta e inclusiva.
Bisogna continuare a lottare per i diritti delle donne e per un futuro in cui le pari opportunità siano davvero una realtà per tutti.

Questa “lotta” richiede un impegno a lungo termine e un’azione concreta e programmatica da parte di tutti e tutte.

L’8 marzo non è una giornata da celebrare passivamente, ma un’occasione per riflettere sulle sfide che le donne ancora affrontano e per impegnarci a costruire un futuro più equo e sostenibile.

Parità di genere: c’è ancora tanto da fare

È innegabile che si siano compiuti notevoli progressi e conquistati importanti diritti, ma è fondamentale non abbassare la guardia né darli per scontati.
Anche i diritti che sembravano consolidati vengono regolarmente messi in discussione, come dimostra il costante dibattito sulla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Nel contesto lavorativo, la disparità retributiva tra uomini e donne per ruoli analoghi è ancora una realtà troppo diffusa.

Ancora troppe donne si trovano costrette a scegliere tra la maternità e il lavoro, spesso rinunciando a quest’ultimo per mancanza di supporti adeguati, oppure vedendosi costrette a non avere un figlio per mancanza di alternative.
Questo avviene in un contesto in cui si presume che le donne debbano essere quelle a sacrificarsi, creando un terreno fertile per la negazione dei loro diritti.

L’emancipazione femminile degli ultimi decenni non ha eliminato la dipendenza economica delle donne dagli uomini, limitandone l’autonomia.
Questa dipendenza è spesso correlata alla difficoltà delle donne nel reagire agli abusi subiti, sia fisici sia psicologici, contribuendo a mantenere vivo un retaggio culturale retrogrado.

L’intervista a Elisa Messina, giornalista del Corriere della Sera

Entriamo nel dettaglio dei problemi attuali e delle possibili soluzioni e diamo la parola a Elisa Messina, giornalista del Corriere della Sera che gestisce i contenuti de La 27esima ora, sezione online dedicata ai temi di genere.

Quali sono stati i progressi più significativi in materia di equità di genere in Italia negli ultimi anni?

“Negli ultimi 40 anni i passi in avanti sono stati tanti, in termini di leggi e in termini di cambiamento culturale, grazie alle battaglie del movimento femminista degli anni 70.

Partiamo con le leggi: i referendum abrogativi, quello del 1974 sul divorzio (il primo della nostra storia repubblicana) e quello del 1981 sull’aborto sono stati due passaggi importanti verso una maggiore autodeterminazione delle donne.

Sempre nel 1981, furono aboliti due articoli di legge che erano un vero macigno sopra il concetto di parità: quello che sanciva il matrimonio riparatore dopo una violenza sessuale (articolo 544 del Codice Rocco) e quello (il 587) che riduceva di molto la pena a chi commetteva “delitto d’onore”.

Dietro queste due leggi c’era la mentalità che considerava la donna proprietà dell’uomo. Ma siamo dovute arrivare al 1996 per avere una nuova legge sulla violenza sessuale (la 66) che definisse la violenza un reato contro la persona e non più contro la morale.

Questi ultimi passaggi legislativi, uniti a quelli degli ultimi anni, come l’introduzione del reato di persecuzione e stalking (2009) e tutto il Codice Rosso (2019), non sono solo passi in avanti a tutela delle donne intese come “vittime” di violenza maschile, ma anche passi in avanti in termini di prevenzione e lotta a quella mentalità patriarcale ancora diffusa in base alla quale l’uomo considera la donna una sua proprietà. E quindi può farne ciò che vuole”.

Lavoro e parità di genere

“Parlando di parità in ambito lavorativo, credo sia stata importante l’introduzione delle quote di genere, ovvero la percentuale obbligatoria di presenza di entrambi i sessi nelle attività lavorative: le cosiddette quote rosa (termine orribile)”.

Le quote rosa

“In Italia c’è la legge Golfo-Mosca del 2011 che prevede che il genere meno rappresentato nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa e delle società a controllo pubblico ottenga almeno il 30% dei membri eletti”.

Le quota rosa in politica

“Le quote esistono anche in politica: la legge elettorale fissa al 60% la percentuale massima di candidati dello stesso genere nelle liste elettorali, sia di Camera che di Senato. Se questo criterio non viene rispettato, le liste non vengono ammesse.

Tra i partiti, l’unico ad avere istituito al suo interno quote volontarie è il Partito democratico, che prevede il 50% di presenza femminile nelle proprie liste elettorali.

La presenza femminile al parlamento è iniziata a crescere davvero dal 1976, quando il voto è stato abbassato a 18 anni; ma il salto lo abbiamo visto, proprio grazie alle quote elettorali, dal 2018, quando le donne sono diventate il 38% del Parlamento.

Oggi, dopo le elezioni politiche del 2022 sono il 33%.

Ecco, dopo l’introduzione delle quote rosa non si sono fatti passi in avanti. Un tema su cui riflettere”.

Le donne nelle Forze Armate

“Passi importanti verso la parità sono state anche l’ingresso delle donne nelle Forze Armate, contribuendo a “smorzare” una certa mentalità maschilista del mondo militare, e ovviamente tutte le recenti leggi sui congedi dal lavoro per maternità e paternità: oggi per gli uomini ci sono 10 giorni di congedo obbligatorio. E ai papà che prendono il congedo parentale è concesso un periodo in più in regalo”.

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Quali sono le sfide principali che l’Italia deve ancora affrontare per raggiungere la parità di genere?

“Nonostante i progressi fatti la parità è ancora lontana, in ogni ambito del sociale.

Forse al primo posto si dovrebbe mettere la sfida legata al lavoro: il tasso di occupazione femminile in Italia, secondo dati relativi al quarto trimestre 2022, è quello più basso tra gli Stati dell’Ue perché è di 14 punti percentuali al di sotto della media.

E la differenza salariale tra uomini e donne (il famoso gender pay gap) si attesta su una media del 10%. 

La collega Rita Querzé nel suo libro “Donne e Lavoro, la rivoluzione in sei mosse” spiega che il 50% delle donne in Italia è ancora tagliato fuori dal mercato del lavoro e continua a fare il 70% del lavoro domestico gratuito (la percentuale più iniqua in tutta Europa): sono percentuali ancora enormi che, oltre a metterci in una posizione da fanalino di coda in Europa, sono un macigno sul cammino verso la parità.

Perché non ci sarà mai parità senza indipendenza economica.

Invece la situazione attuale per molte donne dai redditi medio-bassi è quella di essere costrette a rinunciare al lavoro quando diventano madri: guadagnano troppo poco e piuttosto che dare tutto lo stipendio a baby sitter o nido e non avere più lo sconto in base all’Isee quando si lavora in due, allora tanto vale non lavorare. È un semplice calcolo economico”.

Come aumentare l’occupazione femminile?

“Oltre alle riforme dall’alto (incentivare chi assume donne, avere più nidi gratis, cambiare la legge sui congedi per maternità e paternità aumentando quelli obbligatori per i padri, ecc.) bisogna lavorare anche dal basso per cambiare la mentalità.

Perché finché esisterà un datore di lavoro che al momento del colloquio chiede alla candidata donna se vuole o no avere figli non andiamo da nessuna parte. Che poi è la stessa mentalità di chi tende a minimizzare molestie sul luogo di lavoro o le discriminazioni di altro tipo.

Un Paese dove la metà delle donne non lavora o rinuncia al lavoro è un Paese che sta rinunciando alla propria crescita economica, sociale e culturale

Inutile e dannoso citare le donne capitane d’industria, la premier donna, o la capa dell’opposizione donna a riprova che la parità è compiuta in Italia, perché le donne sono arrivate dove prima non arrivavano: è sciocco guardare il vertice della piramide senza considerare la base. E la base è fatta di milioni di donne disoccupate, sotto-occupate, sotto-pagate o precarie“.

In quali settori le donne sono particolarmente svantaggiate?

“Direi che esiste una situazione di svantaggio diffuso.

Sono proprio le donne con i lavori pagati meno quelle più svantaggiate e sono la maggioranza delle italiane lavoratrici“.

Le donne in sanità

“Ci sono settori come quello sanitario dove le donne sono diventate una presenza molto significativa: le laureate in medicina hanno superato i laureati, ma a che prezzo?

Il cammino per raggiungere posizioni e professioni di rilievo è stato fatto a fronte di enormi sacrifici sul fronte familiare e privato, come dimostra il carico del lavoro di cura che in Italia è ancora sulle spalle delle donne. 

E comunque nonostante le donne nella sanità siano più degli uomini, fanno meno carriera di loro: la quota di donne che ricoprono incarichi di vertice nelle aziende sanitarie o ospedaliere è ancora molto bassa”.

Le donne e la carriera accademica

“Faccio un altro esempio, le carriere universitarie: è aumentato il numero delle laureate (circa il 60% del totale) e anche quello delle donne che vincono un dottorato di ricerca (46%).

Il dato però si riduce sensibilmente quando si parla di prof ordinarie (24%) o associate (39%).

I sociologi usano la metafora del “tubo che perde” per spiegare questo fenomeno di riduzione delle presenze femminili via via che si sale nella carriera accademica, nonostante il grande numero di laureate. E i motivi sono sempre i soliti: la difficile conciliazione tra carriera e privato e la mentalità ancora discriminatoria e maschilista di molti atenei“.

Le materie STEM e le donne

“Va detto che le materie STEM (scientifico-tecnico-matematiche) sono ancora troppo poco scelte dalle donne in Italia perché resiste quel vecchio, assurdo, pregiudizio che non le vuole portate per quel tipo di studi.

Nell’ultima rilevazione Ocse-Pisa siamo risultati il Paese con i divari di genere più ampi negli apprendimenti in matematica. Una dinamica che è strettamente connessa al ruolo degli stereotipi di genere.

Infine, nonostante la legge Golfo-Mosca, oggi solo il 2% delle donne riveste la carica di amministratore delegato (anche se il 40% di chi siede in un cda è donna)“.

Quali sono secondo te le cause specifiche di svantaggio in questi ambiti?

“Non esiste una sola causa dietro le situazioni di arretratezza e discriminazione ma una serie di concause: inadeguate politiche di welfare, mentalità patriarcale, assenza di percorsi educativi nella scuola dell’obbligo che educhino i più giovani alla parità e all’educazione corretta nei rapporti tra generi (educazione sessuale, affettiva o sentimentale).

Educare i maschi sin da bambini è anche la prima forma di prevenzione della violenza di genere. L’Italia fino alla fine del 2023 era in pessima compagnia tra i sette paesi europei che non prevedono percorsi di educazione sessuale/affettiva obbligatori: gli altri sono Bulgaria, Cipra, Polonia, Romania, Ungheria e Lituania.

Eppure è dal 1975 che se ne parla. Vedremo come va il piano presentato a novembre 2023 dal ministro Valditara: dodici lezioni all’anno. Davvero poca cosa.

Non prestare attenzione all’educazione dei maschi significa non fare nulla per contrastare i pregiudizi che ancora limitano le donne. Perché i bambini di oggi saranno i fidanzati, i padri, i mariti, gli insegnanti, i datori di lavoro di domani“.

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Quali misure sono già state adottate o potrebbero essere adottate per migliorare la situazione?

“In generale è importante lavorare sull’educazione affettiva e paritaria fin dalle scuole elementari, migliorare la legge sui congedi per maternità e paternità, rendendo quest’ultimo obbligatorio e non cedibile: quello attuale di 10 giorni è davvero poca cosa.

Si deve lavorare di più per superare i pregiudizi verso gli studi STEM e incoraggiare le bambine agli studi matematici e tecnico-scientifici.

E non è solo un discorso culturale, ma anche economico, che si riallaccia al gender pay gap: le discipline scientifiche sono quelle che in linea generale offrono i percorsi di carriera più retribuiti e con maggiore stabilità. E introdurre una legge contro le molestie sul lavoro”.

In che modo gli stereotipi di genere influenzano la parità di genere in Italia?

“Gli stereotipi di genere sono incrostati in molte realtà: nei programmi televisivi della fascia day time, nelle pubblicità, nelle immagini e nel linguaggio che ancora permea i media, nel modo in cui ancora certi giornali e siti raccontano i casi di cronaca di violenza sulle donne.

Prestiamo attenzione a quanto le donne sono protagoniste nelle notizie in tv, in rete, o sui giornali (a parte i casi di cronaca in cui sono vittime), quanto le donne sono consultate o intervistate come esperte. Ancora una minoranza. Tutto questo alimenta una cultura dispari.

Lo dimostra il Global Media Monitoring Project, un importante report internazionale che, da 25 anni e ogni 5 anni, stila un rapporto su come è rappresentata la donna nei media. E sappiamo quanto sia strategico questo settore per il miglioramento della condizione femminile.

Come si può contrastare la discriminazione di genere sul lavoro?

Aziende, università ed enti pubblici si sono dotati da anni di policy su inclusività, correttezza ecc. Ma le discriminazioni continuano ad esistere. Per via di una mentalità maschilista che non si sradica e che è tollerata da certi climi omertosi e autoreferenziali che ancora si respirano in molti ambienti lavorativi.

Basta guardare alle tecniche di cooptazione nei team di lavoro: nella maggior parte dei casi quando deve scegliere un collaboratore un maschio chiama un altro maschio.

Se poi parliamo di violenze e molestie sui luoghi di lavoro, ricordiamo che in base ai report Cgil, sono 1 milione e 404mila (8,9%) le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro: 425mila (2,7%) negli ultimi tre anni.

Qual è il ruolo della famiglia e della scuola nel promuovere la parità di genere?

In un Paese come il nostro dove ancora la famiglia ha un ruolo centrale, dovrebbe essere soprattutto quello l’ambiente dove, fin dall’infanzia, si educa alla parità: l’esempio dei genitori, nel modo in cui dividono i compiti di cura in casa e si rivolgono ai figli e alle figlie senza fare distinzioni di ruoli, è il primo step di un cammino. Ma proprio su questo pesano secoli di stereotipi.

Guardando le mie due figlie, di 21 e 23 anni mi verrebbe da pensare che in famiglia abbiamo fatto un buon lavoro. Ma la mia è una realtà parziale: le mie figlie vivono a Milano, studiano all’Università, e frequentano persone dalla mentalità aperta e inclusiva come loro. L’Italia, purtroppo, non è solo questa.

Come aiutare un cambiamento culturale che arrivi dentro le famiglie?

Tutte le politiche di cui parlavamo prima arrivano ad influenzare in positivo la vita familiare. E mi sento di aggiungere: rendere il più possibile accessibile, in termini economici, ogni tipo di fruizione culturale, dai musei ai concerti ai libri ai cinema. Avere più a cuore le periferie delle città, portare lì attività, lavoro e cultura.

Qual è il ruolo del governo, delle imprese e della società civile nel promuovere la parità di genere?

Il governo e il Parlamento dovrebbero parlare meno di denatalità e concentrarsi di più sul perché siamo un Paese a crescita zero: scoprirebbero che dietro la scelta di fare meno figli c’è soprattutto l’assenza di adeguate politiche di welfare e il persistere di una mentalità patriarcale che attribuisce alle donne la “responsabilità” di fare più figli, quindi tende a ricacciarle in casa anziché incentivare la parità genitoriale.

Ultime misure tanto decantate come il Bonus mamma sono una beffa. In primo luogo perché vanno a vantaggio solo delle lavoratrici a tempo indeterminato con due figli e non le autonome. In secondo luogo perchè l’aumento in busta paga va a pesare sull’Irpef.

Ogni volta che un o una rappresentante del nostro Parlamento dice pubblicamente, come è successo, che la massima aspirazione per una donna è diventare madre, ci fa fare 100 passi indietro.

Perché, ancora una volta, scarica solo sulle donne la responsabilità di generare e curare la prole. La maternità è una scelta, mai un dovere. E la cura dei figli deve essere condivisa. Questi assunti sono fondamentali.

Quali sono le best practice di altri paesi che potrebbero essere adottate in Italia?

Congedi per maternità e paternità non trasferibili come quelli in Spagna.
Educazione affettiva nelle scuole sul modello di quella britannica o svedese.
Incentivare studi STEM come avviene nei Paesi scandinavi.
Aumentare il numero degli asili nido: in Italia solo il 30% dei bambini li frequenta (con disparità grosse tra nord e sud: in Emilia Romagna sono circa il 47% in Campania l’11%).
Francia e Spagna molto meglio di noi: siamo sopra il 50%. In Danimarca e Olanda siamo su percentuali del 70%.

Quali sono le tue aspettative per il futuro della parità di genere in Italia?

Vedo una classe dominante a traino maschile e conservatore che ogni tanto tira fuori qualche slogan ma che non vuole cambiare niente
Anche il fatto di essere un Paese che anagraficamente invecchia non aiuta.

Cosa si può fare per coinvolgere maggiormente gli uomini nella lotta per la parità di genere?

Coinvolgerli nei dibattiti e in ogni tipo di formazione rivolta a questo scopo: finché parliamo tra donne non si va da nessuna parte. Rispondere a tono e con argomenti ragionati ogni volta che dicono “Il patriarcato non esiste”, dimostrando che dicono il falso.

Mariangela Campo
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